"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci
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domenica 20 febbraio 2011

Sanremo: non sono solo canzonette...

Lo so: mezzo mondo è a fuoco e l'altra metà lo sta guardando con un misto di indifferenza ed interesse (dove "interesse" significa solo avere interessi da proteggere, purtroppo), quindi parlare di Sanremo e del festival della canzone italiana può apparire insensato, o una specie di fuga dalla realtà.

Niente di tutto ciò. Sono ben ancorata alla realtà (però, non avendo presunzioni di tuttologia, su certe questioni preferisco astenermi, in attesa di capire cosa effettivamente sta succedendo), e quasi tutti i miei amici blogger stanno postando come dei matti sulla politica internazionale... quindi io mi dedico al mio angolino di mondo, anche perché voglio provare a dire cose che pochi altri (se qualcuno l'ha fatto) fanno circolare.

Contrariamente alle mie (sane) abitudini passate, questa volta ho deciso di guardarmelo (sì insomma: non stare attaccata al video, ma almeno accendere la TV... visto che pago il canone, mi pare giusto poter protestare a ragion veduta! Almeno ogni tanto, ché di più non reggo), soprattutto sulla scia della polemica scatenata dalla vicenda "Bella Ciao".

E subito iniziano le conferme: ad un Morandi un po' sotto tono (impressione personale) fanno da spalla Luca e Paolo, prudentemente "senza contratto" con mamma RAI, così non hanno vincoli su cosa si può e cosa non si può dire... e infatti hanno detto tanto, senza per questo far solo ridere: lo scambio di opinioni "da bar" a proposito di Berlusconi era godibilissimo, ma - nei casi di personalità sensibile quantomeno - poteva anche scatenare una bella critica ed autocritica. Per non parlare de "Gli indifferenti" di Gramsci... sempre molto attuale.

http://video.excite.it/video-di-luca-e-paolo-recitano-gli-V65638.html

Be', loro son promossi, almeno da me. E qui cominciano le dolenti note... perché una dice: è appena passata la giornata in cui le donne son scese in piazza a rivendicare la loro dignità... e sul palco chi ci sta? Due belle ragazze, per carità (mica sono una che rosica, io! Almeno, non da quel punto di vista!), ma sostanza pochina... era troppo pretendere anche un po' di carattere? Ossignur: vero è che per pareggiare i conti con le Iene ci sarebbero volute personalità come la Guzzanti o la Dandini, pure una Littizzetto... ma il problema forse è proprio qui. La par condicio avrebbe fatto presupporre la necessità di una satira di destra... già, ma chi? Anche a sostituire le Iene con le due di cui sopra e dare l'incarico di fustigatori di costumi da destra a un paio di... ehm... stavo per scrivere "satiri"... di comici, chi avrebbero potuto scritturare? A me non viene in mente alcuno... forse la satira è solo di sinistra, son passati i bei tempi di Guareschi, che sarà pure stato di destra ma almeno faceva ridere, ancorché a denti stretti... quindi, ok. Le donne continuano ad essere le bellocce che poco sanno fare (c'è da sperare che la poesia della Canalis gliel'abbiano scritta... quanto al tango di Belen, be' sorvoliamo) ma tanto servono solo per apparire. Con buona pace di quelle che hanno un cervello e lo usano (e infatti, che ironia: Vecchioni dedica la sua vittoria alle donne e chi viene inquadrato se non le due bellocce? ma, forse, Vecchioni non intendeva proprio "quelle" donne, che hanno detto di ritenere inutile la manifestazione di cui sopra... per carità: anche io avevo qualche dubbio in proposito e l'ho anche postato, ma insomma: io sono anche stanca di fare la maggioranza silenziosa).

Nel frattempo, le canzoni. Molte in stile sanremese, cioè proprio festivaiole (e quindi non di mio gradimento), ma qualcuna degna di nota: a parte il "solito" Vecchioni, questa volta mi son trovata a fare il tifo per Al Bano e ad essere contenta del suo ripescaggio!

Ovviamente non è solo un discorso "melodico", anzi non lo è per nulla: quello che mi è piaciuto è l'argomento ed il testo finalmente attinente alla realtà e in qualche modo impegnato (deve avergli fatto proprio bene l'incontro con Caparezza!).

Ultima nota "di colore", che i frequentatori di FB magari hanno già visto: a proposito di Vecchioni e della sua canzone, qualcuno ha avuto da dire perché sì, è una bella canzone, ha un bel testo, ma non ci dice cosa dobbiamo fare... ma poffarbacco: con tutto il rispetto per "il professore", dobbiamo proprio aspettare che ce lo dica lui, cosa fare per far finire questa maledetta lunghissima notte? Bah... dati i presupposti, mi sa che durerà ancora a lungo, non fosse che... :)

E basta parlare delle canzoni in gara: ora dirò invece di una canzone che c'entra solo in quanto esclusa... peraltro, dalla serata commemorativa dell'unità d'Italia: Bella Ciao.

Esclusa, dicevo, perché la par condicio avrebbe imposto, secondo i vertici RAI, che venisse affiancata da "Giovinezza"... allora: che Bella Ciao non fosse proprio la canzone dei partigiani già l'aveva chiarito Morandi, però per saperne di più vi invito a leggere questo pezzo in cui lo storico Bermani (poi intervenuto, insieme al prof. d'Orsi, all'iniziativa sul revisionismo storico organizzata il 19 dalla Federazione della Sinistra) spiega gli antefatti.






Ma l'esclusione di Bella Ciao non è finita qui... infatti, dalla rete è partita un'iniziativa "alternativa": visto che dentro l'Ariston la canzone non era la benvenuta, si è deciso (pare che tutto sia stato originato dai viola di Genova, io l'ho saputo da un amico "esterno" ma tant'è, cambia poco: è lo spirito che conta) di trovarsi e cantarla fuori.

Questo è uno dei resoconti che potete facilmente trovare in rete (si assomigliano tutti), ma la realtà è stata diversa... io c'ero, e ve la racconto.

Noi sanremesi eravamo sparpagliati tra il pubblico assiepato alle transenne per guardare chi entrava (???), poi sono arrivati da piazza Colombo i viola scesi dal pullman, con un lenzuolo che diceva "Bella Ciao è qui" e si sono messi ad intonarla. Li abbiamo sentiti e raggiunti, unendoci al coro (e da una trentina che erano loro siam diventati un centinaio): FdS, partigiani dell'ANPI, PD e persino un gruppetto di studenti, sì proprio quelli che ultimamente hanno animato le strade cittadine (non solo di Sanremo) con le loro proteste contro i tagli alla scuola pubblica.

Non una volta sola è stata cantata Bella Ciao, il 17: almeno sei... e ogni volta è stata seguita da "Fischia il vento", intonata a sorpresa proprio dai nostri studenti, ma subito raccolta e urlata a squarciagola anche da noi (sì insomma: chi ci riusciva... perché qualcuno aveva gli occhi lucidi e non riusciva a cantare).

Una di queste sequenze è filmata qui: http://www.youtube.com/watch?v=znzKehRSB3A (grazie al PD di Sanremo).

Dagli organizzatori era partito l'input di non portare simboli o bandiere identificative, e noi ci siamo attenuti alle disposizioni: l'unico cartello "nostrano" era questo, ben visibile nella foto qui sotto, mentre loro sono arrivati con delle bellissime roselline di carta crespa... peccato che fossero tutte immancabilmente viola... e vabbé. Intanto hanno riconosciuto il nostro contributo per cui va bene così.

Poi i viola se ne son tornati al loro pullman in attesa, mentre noi, che - favoriti dall'essere "locali" - non avevamo problemi di tempo, ci siamo soffermati nei pressi... e ci siamo esibiti in un altro paio di bis fuori programma, visto che una giornalista dalla tribuna stampa ha voluto scendere ed unirsi al coro (massì, c'era pure la Parietti... prima). E, almeno per quel che mi rigurada, abbiamo fatto a tempo a tornare a casa per gustarci Benigni (questa è la parte più... "attuale". La recita ed il canto dell'inno si trovano sicuramente su youtube. Grazie Itsas!)

Ecco, questo è successo. E io sono stata fiera di esserci stata, anche se certamente ci sono cose più importanti e gravi. Ma è un segnale.

domenica 10 febbraio 2008

Frankie Hi-NRG canta il precariato

Sarà sul palco del prossimo Festival di Sanremo ma non ha improvvisamente deciso di darsi alla canzonetta. Frankie Hi-NRG MC sta per cantarle di nuovo chiare, stavolta sul mondo del lavoro. DePrimoMaggio, il suo nuovo album, uscirà proprio durante il Festival e conterrà il brano in gara (Rivoluzione, con il featuring di Roy Paci e lo special guest Enrico Ruggeri) e altre canzoni in cui Francesco Di Gesù (questo il vero nome di Frankie) dirà la sua su precariato e disoccupazione.

Già i titoli dei pezzi parlano chiaro: Call Center (con il featuring di Ascanio Celestini, il cui nuovo film, Parole sante, racconta proprio la lotta dei lavoratori del più grande call center italiano), Direttore (con il featuring di Giorgia), Precariato e Pugni in tasca (con quelli di Paola Cortellesi), Mattatoy (in cui si ascolta la voce del giornalista Gianluca Nicoletti). In più, una chicca: la cover di Chicco e Spillo, il primo grande successo di Samuele Bersani.

Realizzato assieme agli storici collaboratori del rapper torinese (Francesco Bruni, Lino De Rosa, Alberto Brizzi, Marco Capaccioni e Leonardo Fresco Beccafichi) DePrimoMaggio si intitola così, spiega Frankie, "perchè, vista l'attuale situazione italiana, del lavoro più che la festa occorrerebbe fare la commemorazione". Staremo a sentire.

In attesa del nuovo album, tutti gli album di Frankie Hi-NRG recensiti uno per uno

(17:39 - 06 feb 2008)

fonte: http://www.delrock.it/articoli/2008-02/frankie-hi-nrg-canta-il-precariato-in-deprimomaggio.php

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Ascanio Celestini presenta il suo film 'Parole Sante'
Ascanio Celestini presenta il suo film 'Parole Sante'

In occasione dell’anteprima a Milano del film/documento Parole sante ho incontrato Ascanio Celestini, regista e autore della pellicola. Simpatico e semplice si pone subito come uno che vuole raccontarsi e raccontare con la naturalezza di chi crede in ciò che fa.

Ascanio, Lei ha prodotto una pellicola controcorrente in un periodo in cui l’evasione sembra essere la chiave del successo?
Ho semplicemente fatto raccontare ai personaggi del “Collettivo PrecariAtesia” la loro storia non come l’antropologo che descrive un iter culturale, ma dando la possibilità a ciascuno dei protagonisti di raccontarsi rivivendo il vissuto. Ascoltare una storia significa farla raccontare.

Come è maturata l’idea di affrontare il fenomeno del ‘precariato’?
Si tratta di un problema che, lungi dal decrescere come affermano alcuni economisti, sta crescendo in maniera esponenziale e drammatica. Non che non esistesse nel passato: l’hanno vissuto mio padre e mio nonno, ma poi sono riusciti ad avere un lavoro stabile. Oggi è diverso: si va avanti con l’incertezza fino a non si sa quando e soprattutto manca la prospettiva di miglioramento. Anzi è maturato nelle coscienze un meccanismo di ‘perdita di possibilità’.

Si sente un precario?
Sono un lavoratore autonomo, un artigiano e non dipendo da capricci o interessi altrui.

Come mai ha scelto come oggetto dell’analisi proprio un ‘call center”?
Intanto si tratta di uno dei ‘call center’ più grandi d’Europa, il primo in Italia e l’ottavo al mondo con 300.000 telefonate al giorno, e si può considerare a buon diritto una specie di laboratorio aziendale: i primi esperimenti vengono testati proprio in questo alveare dove ogni giorno entrano quattromila persone la maggior parte precari (3500 ca.) per un lavoro pagato 550 euro al mese.

Cosa ha rilevato di particolare in questo mondo?
Ho cercato di raccontare la parte positiva che è quella dell’auto-organizzazione, cioè il fatto che un gruppo di giovani si sia riunito per capire i propri diritti e difenderli anche se ha pagato con licenziamenti, soprusi e prove di forza perdendo l’unica forma di sostentamento che aveva da anni, come è successo alla coppia Salvatore e Cecilia. È una storia di sconfitte che però hanno costruito una coscienza.

Ritiene di non avere detto qualcosa?
Ho cercato di tenere fuori il ruolo dei partiti e dei sindacati anche se all’inizio avevo pensato di fare un documentario diviso in due con una parte dedicata a loro. Poi ho deciso di stare ‘super partes’ anche politicamente senza attaccare nessuno né di destra, né di sinistra perché il vero problema è costituito da questi giovani che chiedono qualcosa e che dovrebbero essere ascoltati e conosciuti anche dai sindacati per evitare che insoddisfazioni e disperazione formino un mix esplosivo.

Inserita il 31 - 01 - 08

Da venerdì 8 febbraio al cinema Metropolitan di Roma - via del corso, 7

Parole Sante




Un documentario di Ascanio Celestini presentato alla Festa di Roma nella sezione Extra

Domenica 10 febbraio alle 20.30 Ascanio Celestini saluterà il pubblico in sala.

A Torino già in sala al King Kong Microplex - via Po, 21, sara' prorogato fino al 17 febbraio.

Cinecittà è un pezzo di Roma a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Accanto a uno dei primi centri commerciali della capitale quattromila lavoratori precari attraversano ventiquattro ore al giorno il portone di un’anonima palazzina, una fabbrica di occupazione a tempo determinato che sembra un condominio qualunque. Tra loro alcuni operatori telefonici hanno organizzato scioperi, manifestazioni, scritto un giornale e presentato un esposto all’Ufficio Provinciale del Lavoro. Si sono autorganizzati, hanno rischiato e sono stati licenziati. Qualcuno poteva salvarsi e accettare un lavoro pagato 550 euro al mese, ma “noi non siamo mica il Titanic –mi dicono- non affonderemo cantando”.

Parole sante! Rispondo io.


fonte: http://www.ascaniocelestini.it/main.htm

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giovedì 7 febbraio 2008

C’eravamo tanto impegnati

di Alessia Grossi


Immagine della memoria, libro, copertina EDS Pagani - 175x250

«Diversamente ancora oggi noi aspetteremo nostro padre». Quando «le (maschili) autorità alleate vorrebbero affrettarsi ad erigere un monumento sul luogo delle Fosse Ardeatine, le donne, quelle in prima fila, quelle legate alla resistenza esigono l'identificazione «uno per uno», «corpo per corpo» e si mettono in cerca di qualsiasi indizio la consenta: ancora agendine, orologi, il bastone da passeggio, il rammendo su una giacca - e la ciocca di capelli, le mani callose o morbide, una protesi». Diversamente, appunto, ancora oggi quelle donne starebbero aspettando il proprio padre, scrive la storica Anna Bravo in La Memoria della politica (Ediesse, 2007). Un volume di saggi di storiche e storici che riprende analizza e narra le memorie, le biografie degli uomini e delle donne "che si sono impegnati" nell'arco di tempo che corre tra gli anni '20 e il 1956. Il lucido intento del volume, dunque è del tutto simile a quello delle donne delle Fosse Ardeatine. Ricacciare, cioè, dalla prima fila omogenea della grande storia i "rammendi" personali degli uomini e delle donne che l'hanno fatta.

Così La memoria della politica, curata dalle storiche Fiamma Lusanna e Lucia Motti ricompone molti pezzi del puzzle dell'impegno politico e privato, passando dall' analisi dei grandi temi comuni, alla ricerca dei soggetti collettivi e si conclude con le peculiarità dei percorsi individuali. Ventisei piccole memorie illuminano le grandi ombre della storia di quegli anni e ne esce la testimonianza di un impegno che quasi sempre entra bruscamente nella sfera del privato, lo sconvolge, lo trascina nel baratro collettivo. Ed è attraverso queste esperienze che spesso significano sacrificio del sé in nome di un'ideologia collettiva («comunismo come religione» scrive Emma Fattorini nel suo saggio «Dalle tristi alle tranquille passioni») tratte dall'autorappresentazione di chi ha agito, che il libro riannoda quel impegnativo «passato che non passa» a questo presente di «tristi passioni».


Le storie

E allora troviamo «lo sprofondamento dell'individuo nel collettivo», quel «contagio totalitario» dell'ideologia cui neanche «l'essere donna offre di per sé riparo» quando Anna Bravo nel suo saggio ci presenta Iside Viana, «pericolosa sovversiva» condannata nel 1928 a quattro anni di carcere. Lei, una umile militante del Pci figlia di una casalinga e di un muratore si lascerà morire di fame e di sete in galera per essere stata isolata dalle compagne che la vogliono una traditrice. È il sentimento opposto a quel desiderio di singolarità delle donne delle Fosse Ardeatine, che esigono il lutto privato.

Ma c'è donna e donna, c'è militanza e militanza. Ben diversa da quella di Iside è la biografia dell'impegno di Marina- Xeniuska Sereni, moglie del dirigente del Pci Emilio Sereni. Quella di Marina è una di quelle vicende «il cui rango dei protagonisti si intreccia alla radicalità dei comportamenti conferendo loro un marchio di esemplarità» spiega Anna Bravo. Insomma quando Marina Sereni nel 1937 scrive alla madre russa «non mi scriverai, non ti scriverò» perché «su di me ci sono dei più (dei dati positivi) ma anche dei meno», sulla sua militanza è evidente che pesa il ruolo di moglie di un dirigente oltre a quello di attivista. Come è evidente sono queste memorie esemplari o fuori dal coro più che la grande storia a marcare le differenze.

E quelle raccolte nel volume, frutto di un convegno tenutosi tre anni fa a Roma, sono memorie di donne per cui la militanza è legata all'emancipazione femminile, ma anche memorie di donne umili. E sono anche biografie di uomini, partigiani o intellettuali - si veda il saggio su Piero Gobetti di Ersilia Alessandrone Perona. Per questo La memoria politica è «un'opera aperta» come nella definizione di Giuseppe Vacca, Presidente della Fondazione Istituto Antonio Gramsci che ha patrocinato il convegno. Un'opera aperta che lascia entrare tutti i possibili interrogativi che ogni riassetto della memoria attraverso singole storie inevitabilmente stimola. Una narrazione in cui «emergono nodi storiografici importanti» spiega Lucia Motti, ma in cui «è presente inevitabilmente una carica soggettiva non indifferente, perché - dice - per me la storia è comunque una narrazione con una forte carica soggettiva».


Confronti

Ed è questo carico di memorie soggettive che fa fioccare interrogativi durante la presentazione del volume. «In cosa si è trasformata quella spinta che motivava soggettivamente alla militanza» come si chiede la storica Emma Fattorini nel primo saggio della raccolta. O, per dirla con Vacca: «Come si è finiti da tanto impegno a diventare «mucillagine»? Insomma alla presentazione di La memoria della politica, inevitabile nasce il confronto tra quel tempo dell'impegno e questo del disinteresse. E a questi interrogativi il libro risponde venendo «a patti con il passato». Ma se «fare qualcosa per il passato significa di più che riscrivere correttamente un resoconto» come nella citazione di Cohen della Fattorini, forse rileggere le memorie di coloro che si sono impegnati al punto da creare una «gerarchia instabile» tra pubblico e privato, potrebbe spiegarci che proprio quella gerarchia instabile ha portato alla «rimozione» di «quella eredità di cui oggi una generazione sembra vergognarsi, per ostentare il disinganno più disinvolto» per dirla con la Fattorini.


Pubblicato il: 07.02.08
Modificato il: 07.02.08 alle ore 12.02

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72724

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La memoria della politica. Esperienze e autorappresentazione nel racconto di uomini e donne
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sabato 2 febbraio 2008

Bella addio, il Pd dimentica la Resistenza


2/2/2008


GIOVANNI DE LUNA


Nei tre documenti fondanti del Partito democratico (il Manifesto dei valori, il Codice etico e lo Statuto), che oggi saranno approvati dalle relative commissioni, non c’è traccia della Resistenza e dell’antifascismo. I motivi di questa omissione non sono facilmente spiegabili. È possibile che si sia voluto consegnare alla storia quelle esperienze, considerandole ormai un patrimonio acquisito degli italiani, connotate da valori - come il «patriottismo costituzionale» richiamato e dal presidente Napolitano - che non possono essere di parte o di partito.

Valori che sono entrati stabilmente a far parte di un comune idem sentire. Ci troveremmo, in questo caso, a confrontarci con un altro aspetto di quel «paese normale» la cui immagine, sempre più spesso evocata, alimenta gli auspici e le illusioni del Partito democratico.

È anche possibile che in questa scelta ci sia invece l’ossessiva ricerca di una sempre più marcata discontinuità con «tutte» le identità novecentesche della sinistra italiana e che il nuovo partito abbia scelto di azzerare tutto il passato senza distinzioni, facendo precipitare in un unico tritacarne di rimozioni e di oblio lo stalinismo e Giustizia e Libertà, i funzionari al servizio di Mosca e i partigiani morti combattendo per la democrazia, il partito di massa e le eroiche minoranze che furono protagoniste della Resistenza. È possibile che ci sia semplicemente un calcolo di pura opportunità, il tentativo di modellare i valori del partito che nasce su quelli di un’ipotetica coalizione di governo di centro, al cui interno, verosimilmente, gli alleati non sarebbero certamente teneri verso quel tipo di eredità. A differenza della Dc, infatti, il mondo cattolico disposto a dialogare con il Partito democratico ha liquidato la Resistenza, seppellendola sotto l’etichetta della guerra fratricida e spostando l’attenzione piuttosto verso la cosiddetta «zona grigia» (fascisti e partigiani furono due minoranze contrapposte, rispetto a una popolazione che non voleva più saperne di combattere né da una parte né dall’altra), verso quella grande maggioranza di italiani che allora preferì non scegliere e tirare a campare.

Scelta culturale o scelta politica, si tratta comunque di una sorta di autorete. Ha suscitato molte perplessità la «fusione fredda» che ha preceduto la nascita del Partito democratico: molti ragionamenti sugli spazi politici da occupare, sulle alleanze da disfare, sugli avversari con cui dialogare; pochissimi sulla propria identità, sulle proprie radici, su un qualcosa che rendesse l’adesione al partito un gesto diverso dall’iscrizione all’anagrafe o ai registri dell’Inps. Forse, in questo senso, l’antifascismo, con il surplus di democrazia che è racchiuso in quell’esperienza, e la Resistenza, con l’imperativo morale di scegliere da che parte stare, potevano essere riferimenti ingombranti, ma utili.


fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4100&ID_sezione=29&sezione=


POI, LA 'CORREZIONE' DI ROTTA.. ...

Pd, pronto lo statuto. Veltroni: condannati non candidabili


Foto: Unità

C'è una lettera di Veltroni alla commissione valori del partito Democratico che chiede che «il riferimento alla Resistenza e all'antifascismo» siano espliciti. È questa la risposta di Veltroni dopo avere preso atto delle polemiche e delle scelte discusse dai giornali sul manifesto dei valori del Pd.

Nella Magna Charta del partito Democratico un punto di riferimento esplicito è la Costituzione italiana, e «i valori che la ispirano»; vengono poi indicati altri principi, come il pluralismo, la libertà, la tolleranza, la laicità delle istituzioni, la democrazia bipolare. Il Codice Etico esordisce invece proprio con l'indicazione della Costituzione come «delle regole della comunità politica», a cui va affiancata dal Carta internazionale dei diritti dell'uomo.

Il segretatario Veltroni, da Palermo, ha anche promesso di non candidare persone condannate per reati gravi, come mafia e delitti contro la pubblica amministrazione

Inoltre, fanno sapere dallo staff del Pd, «se c'è un partito che non ha esperienze con l'esperienza della Resistenza quello è il partito Democratico». I tre documenti fondanti del partito che saranno approvate dalle apposite Commissioni: il Manifesto dei Valori, il Codice Etico e lo Statuto, licenziato in serata, sabato, dalla sua commissione. La parola finale resta all'Assemblea costituente che dovrà varare definitivamente i tre documenti ai primi di marzo.

Il Manifesto dei Valori, esordisce affermando che «la nascita del Pd ha creato le condizioni per una svolta, non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana». Segue una rapida analisi della «crisi italiana» collocandola nel contesto internazionale, sottolineando soprattutto la sfida della globalizzazione.


Pubblicato il: 02.02.08
Modificato il: 02.02.08 alle ore 18.56

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=72600

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Partigiani a Milano nei giorni della liberazione. Sfila la brigata “G.Cappellini”:Ernesto Guarinoni , Alfredo Cappellini, Ezio Ticozzelli , Mario Orsolini, Carlo Sandrinelli, Gianni Guaini.



LA RESISTENZA

La RESISTENZA fu un movimento armato di liberazione che si sviluppò nella seconda guerra mondiale in tutti i Paesi europei occupati dai nazisti.

Motivazione profonda di questo evento storico fu la volontà di resistere, di non cedere allo straniero che irrompeva nel proprio territorio.

La RESISTENZA fu dunque una spontanea rivolta contro l’invasione straniera che in persone rimaste sino ad allora inerti, destò la forte volontà di difendere la propria terra e la propria libertà.

La dominazione nazista in Europa –dal 1939 al 1945- oltre ad essere accompagnata dalle spaventose rovine che la guerra solitamente porta e dai bombardamenti che distruggevano città , massacrando migliaia di donne , vecchi e bambini , fu caratterizzata da un nuovo orrendo crimine: la deportazione nei campi di concentramento e di sterminio. Milioni di uomini: oppositori, ebrei, inermi cittadini vennero tradotti in Germania in condizioni disumane , smistati in 1188 Lager, dove furono sfruttati, torturati, sterminati nelle camere a gas, nei forni crematori, nelle baracche della morte.

Nei paesi occupati- Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Ungheria, Romania, Bulgaria, Paesi Baltici- la Resistenza fu una risposta necessaria: dove c’è OPPRESSIONE inevitabilmente nasce un MOVIMENTO DI LIBERAZIONE.

Non bisogna pensare che la Resistenza si sia svolta in modo uguale in ogni paese: è possibile infatti fare una distinzione tra i paesi sotto un regime nazi-fascista (Germania, Austria e Italia), paesi con democrazie parlamentari occidentali (Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Francia e Cecoslovacchia), paesi che lottarono per la difesa della loro identità nazionale (Polonia e gli Stati Baltici ), l’URSS, la Jugoslavia e la Grecia. In Italia, l’opposizione al nazifascismo fu più complessa. Non si trattò soltanto della lotta contro i tedeschi, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 avevano occupato la Penisola con dieci divisioni, ma anche della lotta contro la dittatura fascista rinsaldata dall’istituzione della Repubblica di Salò. I motivi della RESISTENZA in Italia furono quindi due:

1- la liberazione della Patria dallo straniero

2- il rifiuto della dittatura fascista che aveva portato il Paese alla catastrofe e che si poneva, contro la volontà del popolo, a servizio dell’invasore.

Il movimento partigiano si formò dapprima nell’Italia settentrionale perché molti giovani decisero di non appoggiare la Repubblica di Salò.

Questo movimento era diretto politicamente dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale),formato a Roma il 9 settembre 1943. Era costituito da diverse formazioni partigiane raggruppate in brigate : le “Garibaldi (costituite da comunisti), le “Giustizia e Libertà” (formate da appartenenti al Partito d’Azione guidato da Ugo la Malfa), le “Matteotti” (socialisti). Operarono inoltre altre formazioni di diversa impronta ideologica: cattolica, liberale, nazionalista e monarchica.

Quasi assente fu la Resistenza nell'Italia meridionale, che peraltro al 12 ottobre 1943 era già stata occupata dalle forze angloamericane fino alla linea Gustav, il fronte difensivo tedesco che tagliava la penisola dalle foci del Volturno, sul Tirreno, fino a Termoli, sul litorale Adriatico. Fece eccezione l'insurrezione di Napoli, dove il popolo nelle ‘quattro giornate’ liberò la città dall'occupazione tedesca.

Questa la dichiarazione del Comitato di Liberazione Nazionale:

fonte: http://www.voli.bs.it/icbreno/spalunni/lavori/esami2002/Laura/storia.htm

La semiotica di Umberto Eco, trent'anni dopo


di Rita Sala

ROMA (1 febbraio) - Il titolo? Intimidente, pur comprendendo, fra i suoi dieci termini, due aggettivi semplici, forse inequivocabili, come nuova e modesta: Trent’anni dopo. Nuova (e più modesta) ricognizione della semiotica. Il fatto è che la lezione di Umberto Eco alla “Sapienza” di Roma, organizzata dalla Cattedra Internazionale Emilio Garroni a due anni dalla scomparsa dello storico titolare dell’insegnamento di Estetica, ha presentato la solita, incantevole doppia faccia del Professore: da una parte l’estrema complessità della speculazione filosofica, dall’altra l’esemplificazione quasi divulgativa di cui è capace l’autore di Opera aperta, del Trattato di Semiotica generale, ma anche del Nome della Rosa e della Misteriosa fiamma della regina Loana, fino all’ultimo lavoro, Dall’albero al labirinto. Filosofo e semiologo di fama internazionale e brillantissimo romanziere, Eco ha sempre amato tendere il proprio arco fra Kant e Mike Bongiorno, Platone e Peirce, Garroni, appunto, e i don Abbondio, gli Averroè, i Derrida e i labirinti “a rete” che percorrono il suo recentissimo saggio. Con risultati che lo rendono l’intellettuale italiano più appetito, volontariamente solido, vocazionalmente enciclopedico che oggi esista.

Tutto, alla “Sapienza”, è cominciato con un ricordo di Garroni, che presso l’Ateneo capitolino, da magister all’antica, ha saputo creare una scuola filosofica vera e propria, nonché discepoli capaci di portarla avanti. Eco ha scelto proprio di magnificare la sostanza e la continuità degli studi da lui compiuti, sottolineandone i frutti scientifici e umani, significativi nel dialogo costante e nei continui parallelismi intercorsi fra i rispettivi (e perennemente in progress) approdi teorici.

La lezione ha cavalcato tre decenni di pensiero per arrivare, in sostanza, ad un’affermazione di “incompiutezza” maieutica: «La Semiotica non ha finito il proprio lavoro. Comincia adesso, anzi comincia, forse, domani». Niente di diverso, in fondo, dalla convinzione, suffragata in modo espansivo nell’Albero, che parlare e pensare non sono la stessa cosa, ma la forma non palese grazie alla quale noi compiamo le due operazioni è la medesima.
Tante idee in ballo: la centralità del momento interpretativo («Ogni interpretazione ci fa conoscere, di un oggetto, qualcosa di più e, al tempo stesso, qualcosa di meno»); la volontà di dimostrare che la Semiotica non solo riunisce in un unico campo i concetti, bensì ne sottolinea le differenze; la possibilità che le scienze del futuro possano rendere nullo uno dei termini, quello intermedio, della triade stimolo-interpretazione-risposta, riducendo il processo cognitivo alla diade causa-effetto. E ancora, gli interrogativi sull’arbitrio, sulla libertà, le ipotesi di spiegazione del Mondo basate su principi che mutano al mutare dei casi, come i diversi idiomi, che si reggono su strutture chiuse ma sanno adeguarsi a contesti e situazioni costantemente inediti. Eco ci esorta insomma a dimenticare le strade note per esplorarne altre, acquisendo criteri ben definiti per sostituire, con nuove immagini pertinenti, le vecchie prefigurazioni.

Numerose le domande, sia da parte dei docenti anziani, sia da studenti e ricercatori particolarmente coinvolti. Molte le presenze femminili. Nell’emiciclo, fra gli accademici, Marcello Cini, 85 anni, il professore di Fisica che ha capitanato la lettera del 14 novembre 2007, indirizzata al Rettore, con la quale chiedeva di non invitare alla Sapienza il Pontefice, Benedetto XVI, e il presidente di Musica per Roma, Gianni Borgna. Sfiorando il rovello libertà, e le sue implicazioni, il Professore si è concesso, con una pacca d’intesa proprio all’indirizzo del Magnifico Rettore, Renato Guarino, la battuta che tutti attendevano: «Questo è un bel discorso per la lectio magistralis d’inaugurazione del prossimo anno accademico».


fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=18068&sez=HOME_SPETTACOLO

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Semiotica

La semiotica o semeiotica o semiologia (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa "segno") è la disciplina che studia i segni.

Considerato che il segno è in generale "qualcosa che rinvia a qualcos'altro" (per i filosofi medievali "aliquid stat pro aliquo") possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione. Per significazione infatti si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos'altro di assente (la luce rossa del semaforo significa, o sta per, "stop"). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione allora si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso e quindi arresto l'auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene ad essere presupposto dai concreti processi di comunicazione.

fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Semiotica

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Leggi anche la dispensa di Semiotica di

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venerdì 1 febbraio 2008

ITALIA INVISIBILE - "Avanzi di galera: Le ricette dei poco di buono"





Prefazione di Renato Vallanzasca


Si parla spesso dell'arte di arrangiarsi o del recupero degli avanzi, e lo si fa anche in questo libro. Ma gli avanzi, a San Vittore, sono un'altra
cosa.


La "sbobba" che passa l'Amministrazione è quella che è.
Si cucina su un unico fornelletto da campeggio. La cucina è anche il bagno. La spesa si può fare all'interno del carcere, ma non tutti possono permettersela.
Si possono ricevere quattro "pacchi" al mese con generi alimentari e vestiti per un peso complessivo mensile di venti chili, ma niente frutta e verdura, cibi confezionati o acquistabili alla spesa interna.
Niente alcool naturalmente.
E comunque c'è chi non ha nessuno e il pacco se lo sogna.

Tutto è difficile, qui, ma la necessità aguzza l'ingegno.
Paradossalmente, nel luogo dove tutto è vietato la cucina è permessa.
Non sono ammesse posate di acciaio, e c'è chi se le inventa facendo esplodere le bombolette del gas per utilizzarne la lamiera. Se ti trovano un coltello ti fanno rapporto.
Si può anche costruire un forno rivestendo con la carta stagnola due cassette, ma si rischia di incendiare la cella.

C'è chi si è costruito un frigo con l' acqua corrente collegata ad una serie di bottiglie di plastica, ma poi una notte si è allagata la cella e anche i piani inferiori del braccio.
San Vittore ha una capienza massima di ottocento persone, ma ci vivono almeno 1400 detenuti. Cose dell'altro mondo, un mondo dove un sugo senza carne sa miracolosamente di carne, e tanto basta per immaginare tutte le altre ricette, dove l'ingrediente mancante è sostituito, dove il procedimento ordinario è reinventato, dove la solidarietà può fare miracoli.


AVANZI DI GALERA
Le ricette dei poco di buono

era un CD-ROM.
...ora è diventato un LIBRO!
Procacciatevelo al più presto, scrivendo a emilia@ildue.it,
oppure andando davanti a san Vittore, a Milano, nel bar-tabacchi Acquaviva, Piazza Filangieri angolo via Olivetani...

ah...noi siamo lì, dal lato opposto della piazza, chiusi...


fonte: http://ildue.it/Home.asp

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In coda al mercato dei ladri

da la Stampa
di Ludovico Poletto

Torino, 23 gennaio 2008


Nel centro di Torino, cibo e vestiti rubati in vendita a due passi dalle vetrine di lusso

Dicono che il formaggio ci sarà oggi.
Se tutto va bene. Ieri, invece, c’erano i salami, le scatolette di tonno e di sgombro, la pasta, i soliti profumi e qualche capo di abbigliamento.
Certe volte, ma bisogna essere proprio fortunati, c’è anche il salmone: confezioni di fettine affumicate color rosa intenso. Prelibatezze. Vendute più o meno a metà del prezzo dei negozi.
I salami, invece, ieri li hanno spacciati scontatissimi: tre da otto etti l’uno per dieci euro in tutto: roba da hard discount. Anche se la merce ha una provenienza più nobile: le scansie di un qualche negozio ben fornito, e pure del centro, a giudicare dalla confezione.
Qualcuno ha rubato tutto quel ben di Dio.
Qualcun altro, subito dopo, lo spaccia.

Benvenuti in piazza Carlo Felice, nei giardini fioriti di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Nuova.
A venti metri, forse anche meno, dall’imbocco della via del commercio elegante, dei negozi griffati e del passeggio chic. Via Roma, ovvero la «via Montenapoleone» di Torino.

Alle cinque della sera il commercio d’insaccati è una macchina che corre a tutta velocità.
E il venditore non ha tempo da perdere.
«Senti bello, adesso fila e non farti vedere con tutta sta roba in mano» ordina il pusher di salumi al giovanotto in pantaloni gialli che bighellona in zona con due chili e mezzo di «salame nostrano», «prodotto e confezionato da Salumificio Alsenese».
«C’erano i carabinieri prima: si sono portati via due persone. È meglio se te ne vai perché se ti beccano con sta roba in mano sono guai veri» insistono gli aficionados del «supermarket Carlo Felice», hard discunt a cielo a aperto nel cuore della città. Primo e forse unico mercato senza scaffali, banchi e commercianti con tanto di patentino.

Al supermarket del rubato c’è chi viene con una certa frequenza a fare la spesa.
Bastano dieci euro e vai a casa con una quantità di cibo sufficiente a sfamare una famiglia intera per una settimana. Dieci euro, e si fa presto a scoprire che l’inflazione qui non pesa e i prezzi sono rimasti quelli di quindici anni fa.
Qualche esempio?
Un paio di scarpe da ginnastica costa dieci euro.
Un giubbotto imbottito, 30.
La pasta?
Cinquanta centesimi a pacchetto da un chilogrammo.
Ma, attenzione: per avere sconti veri, bisogna contrattare. Perché chi viene qui a vendere il suo bottino vuol vedersi riconosciuti la fatica e il rischio: ha sfilato la merce dalle scansie dei Carrefour e dai supermercati Pam, vigilatissimi e controllati da telecamere a circuito chiuso.
Ha sfidato e battuto sistemi antitaccheggio che dovrebbero impedire di portare fuori dai negozio qualsiasi merce.
E adesso, ovvio, non è disposto a vendere tutto per quattro soldi. Gli sconti sono grossi, ma un poco la fatica si deve pur pagare.

Alle diciannove sotto gli alberi del giardino di questa piazza, biglietto da visita per chi sbarca dai treni della stazione Porta Nuova, non resta quasi più nessuno.
I vecchietti che giocavano a carte e a dadi appoggiati sugli scatoloni hanno ceduto al buio e al freddo.
Qualcuno conta una manciata di euro: «Qualche scommessa, che c’è di male? Giochiamo tra amici. Siamo pensionati. Una volta si vince e una si perde. Ma non sono mai grosse somme».

E quelli che vendono il cibo?
«Eh, sono via da un bel po’. Quelli fanno in fretta, hanno i loro contatti. Quelli li trovi tra le tre e le cinque. Poi, puff, spariscono».
Già, tra le tre e le cinque del pomeriggio, dal lunedì al sabato, che piova, nevichi o che ci sia un sole che spacca le pietre arrivano i venditori.
Alcuni sono immigrati romeni.
Altri tossicodipendenti.
Ma ci sono anche insospettabili signori sessantenni che hanno trovato il modo di arrotondare la pensione.
Qualcuno ha i clienti fissi: pensionati che hanno la delega in bianco da mogli e figli per fare la spesa. Altri si propongono: «Ho un giubbottino che non è niente male. Ti interessa?». Che taglia è? «Una media, ma secondo me ti va benissimo. Dammi cinquanta euro».
Venti e sono anche troppi.
«Se me ne dai trenta te ne vai felice. Ma infilatelo, eh, altrimenti mi metti nei guai».

E poi ci sono gli spacciatori di profumi di gran marca: Dior, Chanel, Armani.
Roba originale, mica i tarocchi che trovi sulle bancarelle dei mercati rionali.
Li tirano fuori da borse rivestite di domopak: sacchetti magici che permettono di eludere i controlli.
I passeur di essenze sono ragazze giovanissime, slave o romene.
Non dicono una sola parola d’italiano ma sanno tutto sulle mode e le tendenze.
E basta insistere un po’: «Hai bigiotteria?».
«Collane? Guarda queste con il laccio di gomma. Cinque euro».
Mai chiedere dove le hanno prese, mai insistere troppo con le domande.
Basta una parola sbagliata e loro spariscono.
E arrivano gli amici.
E allora è meglio andare via.
Meglio mescolarsi ai pensionati che ancora giocano a carte o guardano sospettosi il passare e ripassare dei mezzi delle forze dell’ordine.
Meglio sparire.
Tanto tra un po’ non ci sarà più niente da comperare.
E anche il tipo con baffoni e giubbotto nero tra un po’ se ne andrà: sta prendendo l’ultima ordinazione da un pensionato: «Spaghetti. E poi un po’ di carne. Fettine, eh. Di pollo non ne possiamo più».


fonte: http://ildue.it/Thesaurus/Thesauruspagina.asp?IDprimoPiano=2457

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Studio: Mangiar male rende violenti

da Ansa
Londra, 29 gennaio 2008


Il cibo malsano è collegato ai comportamenti violenti, e anche alla criminalità. Lo sostiene un gruppo di studiosi dell'Università di Oxford, che ha analizzato l'alimentazione di mille giovani detenuti tra i 16 e i 21 anni, in tre riformatori britannici.
È emerso che i ragazzi alimentati in maniera sana hanno diminuito di un terzo i loro atteggiamenti violenti all'interno dei centri di detenzione.

"Non vogliamo dimostrare che il cibo è l'unico fattore che influenza il comportamento - ha detto al quotidiano britannico 'The Independent' John Stein, professore di psicologia - ma che finora ne abbiamo sottovalutato l'importanza".
L'università porterà avanti un progetto che consiste nell'incrementare l'apporto di minerali e vitamine nell'alimentazione dei giovani detenuti, con un monitoraggio di dodici mesi.

In un esperimento pilota su 231 ragazzi, gli atteggiamenti criminali sono diminuiti di più di un terzo, tra coloro che si sono alimentati correttamente. "Significa che è possibile ridurre di un terzo la violenza anche all'interno della comunità", si afferma nella ricerca.
Secondo gli studiosi, l'esperimento sarebbe utile a diffondere tabelle nutrizionali anche nelle scuole per ridurre la criminalità anche all'esterno dei centri di detenzione.
La teoria alla base dell'esperimento è che quando il cervello ha carenza di nutrienti, soprattutto di acidi Omega-3, perde la sua flessibilità, ovvero diminuisce il tempo di attenzione e riduce l'autocontrollo.

"Secondo la legge - ha spiegato lo studioso Bernard Gesch - il crimine è una questione di libera volontà, che però non può essere esercitata senza coinvolgere il cervello. A sua volta, quest'ultimo non può funzionare correttamente senza un sano apporto nutrizionale. Da cui ne deriva che l'alimentazione influenza il comportamento".


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giovedì 31 gennaio 2008

La storia d’Italia in fabbrica

di Pasquale Colizzi



Per capire quanto dirompente e lontana dall’immaginario fu la nascita delle grandi fabbriche nel nostro paese, quelle che accompagnarono il boom del dopoguerra e cambiarono per sempre i gesti, le ambizioni, persino l’aspetto di milioni di italiani, sarebbe bastata la figura quel ragazzino calabrese pescato tra le immagini di una delle tante inchieste che la Rai di allora conduceva. E che ha smesso di fare negli anni ottanta, testimoni gli archivi. Raccontava di essere appena arrivato a Milano e che lo avevano preso in una officina per montare motori. In paese invece come lavoro raccoglieva gelsomini per i profumi. Quel volto deciso, timido ma fiero, è uno dei centinaia che scorrono nella piccola, emozionante storia d’Italia incarnata dagli operai dell’industria che Francesca Comencini ha montato insieme a Massimo Fiocchi utilizzando l’ampio materiale delle teche Rai. Un doc che ha riscaldato il pubblico di Torino vincendo il Premio Cipputi e che la regista ha presentato in una serata all'Auditorium di via della Conciliazione. Vi consigliamo di non perderlo nel passaggio su RaiTre giovedì 14 febbraio, in seconda serata.



Bellissime le parole che ha usato la regista per inquadrare In fabbrica: «Ho cercato di non essere animata dalla nostalgia, che secondo me è un’ossessione, un rovello, un sentimento dominante nel nostro paese. La nostalgia è un modo di scagliare il passato contro il presente. Ci consente di sfuggire al dovere di pensare il nostro tempo, di agirlo». E infatti c’è una sensazione di concretezza, di grande etica del lavoro, di consapevolezza e voglia di progresso in questa lunga carrellata che parte dagli anni cinquanta, con le immagini delle prime transumanze sud-nord e arriva ai nostri giorni, nello stabilimento d’eccellenza della Brembo, con le parole di un operaio di colore che testimonia e spiega perchè i fenomeni migratori esisteranno sempre. Gesti, abitudini, percorsi personali, vezzi dei compagni di lavoro catturati spesso da grandi registi (uno per tutti, Ugo Gregoretti) raccontano più dei numeri cosa significò ricostruire il paese con il sacrificio delle braccia e cosa sia ancora adesso, nonostante certa latitanza dei media, al di là del parolaio politico su astruse architetture parlamentari.


Enrico Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat

In un continuo parallelo tra gli esterni assolati del sud e gli interni incandescenti, fumosi o tuonanti degli impianti industriali delle città del nord, il doc mostra come lo spirito nazionale si fece anche grazie ai luoghi di lavoro. Perché negli anni cinquanta i “terroni” arrivavano come marziani in ambienti sconosciuti e venivano risucchiati nella catena di montaggio. Ma all’interno delle fabbriche trovavano colleghi “polentoni” che pativano le stesse condizioni. Fu saldando lo scontento per le reciproche rivendicazioni e con grazie al collante sindacale che nacque una piena coscienza di classe: diritto alla casa (c’è chi dormiva sistematicamente in stazione e la mattina timbrava il cartellino), all’assistenza sanitaria, alla sicurezza sul luogo di lavoro, il rifiuto delle mansioni ripetitive per una visione responsabile e produttiva della propria attività. La disoccupazione al 3% del 1962, il dato trionfante di un’economia orgogliosa del proprio sviluppo, viene così contestualizzato.


All'interno della Brembo

L’evoluzione della Fiat, la fabbrica che può sintetizzare la figura degli altri grandi impianti come Pirelli, Olivetti, Italsider, scandisce le tappe dell’ascesa di un sentimento di comunanza e unità operaia e il suo futuro declino: il primo grande sciopero del ’62 davanti a Mirafiori, con riprese effettuate dall’interno degli uffici e poi l’autunno caldo del ’69, la consapevolezza di contare perché ci si è contati, segnò il punto di avanzamento massimo di quelle battaglie. La cocente sconfitta sindacale dell’80, con l’accettazione del piano di licenziamento per 14mila operai (nel ’69 erano stati 61) e la “contromarcia” dei 40mila colletti bianchi sancì la fine della centralità della questione operaia all’interno di un paese che stava mutando il suo modo di lavorare. Il doc di Francesca Comencini - che nella sua essenzialità e nella giustezza degli accostamenti è un piccolo gioiello – si chiude rilanciando più questioni. Una, fondante, riguarda la centralità della vertenza lavoro in fabbrica: gli operai, che sono ancora tanti, hanno voglia di buona occupazione, di un ambiente sicuro e di una missione da svolgere con orgoglio e soddisfazione come testimoniavano quelli della Brembo. Sull’altro fronte ci sono i media, in primo luogo la Rai col suo ruolo di servizio: negli anni sessanta veniva contestata durante i cortei e qualcuno urlava: "Non ci sono soltanto le Kessler, parlate anche di noi". L’invito a rimettersi al passo del paese reale è ancora valido.

pasquale.colizzi@fastwebnet.it


Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 31.01.08 alle ore 13.14

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72545

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mercoledì 30 gennaio 2008

«Bimbi leggete! Vi pago un euro all'ora»




la proposta ha sollevato non poche perplessità. se ne discute sui media spagnoli

Il sindaco del villaggio spagnolo di Noblejas, vicino Toledo: «Venite alla biblioteca comunale»


MADRID
- Un euro all'ora. Sarà questa la "paga" che riceveranno i bambini del villaggio spagnolo di Noblejas. Lo ha deciso il sindaco del paesino vicino Toledo, il socialista Agustin Jimenez Crespo, convinto che questa iniziativa «pioneristica» farà ritrovare e apprezzare ai giovanissimi alunni delle scuole elementari il piacere della lettura.


SCOLARI SOTTO CONTROLLO
- Noblejas è un piccolo comune di appena 3.300 anime a 55 chilometri da Toledo. Guidato da un primo cittadino con idee assai singolari come quella senza precedenti, di offrire un sostegno economico ai genitori che manderanno i loro figli a studiare nella biblioteca comunale. Un euro per ogni ora di studio il "compenso" previsto. Personale qualificato, dice El semanal digital, si occuperà di controllare il tempo che gli scolari trascorreranno effettivamente all'interno della biblioteca comunale. La proposta ha scatenato non poche perplessità e su molti media spagnoli online la questione è al centro di ampi dibattiti.

GENITORI-FIGLI - «Si tratta - ha detto il sindaco - di un'iniziativa pioneristica e ambiziosa che in materia di formazione». Oltre che "insegnare" il piacere e l'importanza della lettura, ulteriore obiettivo dell'iniziativa, ha aggiunto Agustin Jimenez Crespo - è quello di «rinforzare il ruolo attivo dei genitori nell'educazione dei loro figli».


30 gennaio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_30/spagna_lettura_pagata_d82826c8-cf30-11dc-8e3f-0003ba99c667.shtml

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martedì 29 gennaio 2008

Grillo: Berlusconi marcia su Roma? E noi ci andiamo in gita..

29 gennaio 2008

La Gita su Roma

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Lo psiconano minaccia la marcia su Roma se non si vota subito con la legge porcata che fece approvare in tutta fretta nel 2006. La legge mantenuta in vita allegramente per due anni dal centro sinistra TOGLIE al cittadino il voto di preferenza. Vuol dire, ad esempio, che Cuffaro e Cirino Pomicino possono essere eletti senatori da Casini e da Berlusconi e i cittadini possono solo stare a guardare.

Testa d’asfalto non le manda a dire sul rinvio delle elezioni: "Milioni di italiani si riverserebbero a Roma per chiederle”. Bossi ha rincarato la dose: “Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Ci mancano un po' di armi, ma prima o poi quelle le troviamo”. Qualche simpatizzante gli ha inviato dei proiettili calibro 38, così si porta avanti con le munizioni.

In un Paese normale queste persone sarebbero almeno agli arresti domiciliari.
Il probabile futuro capo del governo, del quale abbiamo perso il numero di prescrizioni, ha un paio di processi aperti. Uno per corruzione in atti giudiziari insieme all'avvocato David Mills che dovrebbe concludersi ad aprile. Straordinaria coincidenza con le elezioni anticipate. E per il quale rischia sei anni di carcere. Un altro per presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset. In nessuna democrazia del mondo una persona potrebbe candidarsi premier con due processi a carico. Pensate a Obama o a Hilary accusati di corruzione. Ho il sospetto che l’Italia non sia più, da tempo, una democrazia, ma una dittatura morbida.

Alla marcia su Roma va data una risposta ferma e implacabile. Italiani!!!!!!!!!!

Tutti alla “Gita su Roma”. Se lo psiconano suonerà le sue trombe, noi suoneremo le nostre campane. In caso di marcia organizzerò una gita turistica di massa nella Città Eterna. Il percorso si snoderà attraverso le sedi di partito. Un’occasione irripetibile per vedere dal vivo i ruderi della politica. E fotografare i nostri dipendenti. Un evento da raccontare ai nipoti. Meglio della caduta del Muro di Berlino. Italiani!!!!!!!!!

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Clicca l'immagine


www.beppegrillo.it

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Il popolo molte volte disidera la rovina sua, ingannato da una falsa spezie di beni: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono.

Espugnata che fu la città de' Veienti, entrò nel popolo romano un'opinione, che fosse cosa utile per la città di Roma, che la metà de' Romani andasse ad abitare a Veio; argomentando che, per essere quella città ricca di contado, piena di edificii e propinqua a Roma, si poteva arricchire la metà de' cittadini romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna azione civile. La quale cosa parve al Senato ed a' più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa, che liberamente dicevano, essere più tosto per patire la morte che consentire a una tale diliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa, si accese tanto la plebe contro al Senato, che si sarebbe venuto alle armi ed al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi ed estimati cittadini, la riverenza de' quali frenò la plebe, che la non procedé più avanti con la sua insolenzia. Qui si hanno a notare due cose. La prima che il popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, disidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, da alcuno in chi esso abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e danni. E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla rovina, di necessità. E Dante dice a questo proposito, nel discorso suo che fa De Monarchia, che il popolo molte volte grida Viva la sua morte! e Muoia la sua vita! Da questa incredulità nasce che qualche volta in le republiche i buoni partiti non si pigliono: come di sopra si disse de' Viniziani, quando, assaltati da tanti inimici, non poterono prendere partito di guadagnarsene alcuno con la restituzione delle cose tolte ad altri (per le quali era mosso loro la guerra, e fatta la congiura de' principi loro contro), avanti che la rovina venisse.

Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è difficile persuadere a uno popolo, si può fare questa distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita; o veramente ci pare partito animoso, o vile. E quando nelle cose che si mettono innanzi al popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdita; e quando e' pare animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della republica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre difficile persuadere quegli partiti dove apparisse o viltà o perdita, ancora che vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti esempli, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perché da questo nacque la malvagia opinione che surse, in Roma, di Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Republica procedere lentamente in quella guerra, e sostenere sanza azzuffarsi l'impeto d'Annibale; perché quel popolo giudicava questo partito vile, e non vi vedeva dentro quella utilità vi era; né Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: e tanto sono i popoli accecati in queste opinioni gagliarde, che, benché il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro de' cavagli di Fabio, di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che per tale autorità il campo romano fusse per essere rotto, se Fabio con la sua prudenza non vi rimediava, non gli bastò questa isperienza, che fece di poi consule Varrone, non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze e tutti i luoghi publici di Roma, promesso di rompere Annibale, qualunque volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque la zuffa e la rotta di Canne, e presso che la rovina di Roma. Io voglio addurre, a questo proposito, ancora uno altro esemplo romano. Era stato Annibale in Italia otto o dieci anni, aveva ripieno di occisione de' Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato Marco Centenio Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado nella milizia), ed offersesi, che, se gli davano autorità di potere fare esercito d'uomini volontari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibale. Al Senato parve la domanda di costui temeraria; nondimeno, ei, pensando, che s'ella se gli negasse e nel popolo si fusse dipoi saputa la sua chiesta, che non ne nascesse qualche tumulto, invidia e mal grado contro all'ordine senatorio, gliene concessono: volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassono, che fare surgere nuovi sdegni nel popolo; sapendo quanto simile partito fusse per essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Andò, adunque, costui con una moltitudine inordinata ed incomposta a trovare Annibale; e non gli fu prima giunto all'incontro, che fu, con tutti quegli che lo seguitarono, rotto e morto.

In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo e prudentissimo, persuadere a quel Popolo che non fusse bene andare a assaltare Sicilia; talché, presa quella diliberazione contro alla voglia de' savi, ne seguì al tutto la rovina di Atene. Scipione, quando fu fatto consolo, e che desiderava la provincia di Africa, promettendo al tutto la rovina di Cartagine, a che non si accordando il Senato per la sentenzia di Fabio Massimo, minacciò di proporla nel Popolo, come quello che conosceva benissimo quanto simili diliberazioni piaccino a' popoli.

Potrebbesi a questo proposito dare esempli della nostra città; come fu quando messere Ercole Bentivogli governatore delle genti fiorentine, insieme con Antonio Giacomini, poiché ebbono rotto Bartolommeo d'Alviano a San Vincenti andarono a campo a Pisa la quale impresa fu diliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messere Ercole, ancora che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbono rimedio, spinti da quella universale volontà, la quale era fondata in su le promesse gagliarde del governatore. Dico, adunque, come e' non è la più facile via a fare rovinare una republica dove il popolo abbia autorità, che metterla in imprese gagliarde; perché, dove il popolo sia di alcuno momento, sempre fiano accettate, né vi arà, chi sarà d'altra opinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particulare de' cittadini che sono preposti a simili imprese: perché, avendosi il popolo presupposto la vittoria, come ei viene la perdita, non ne accusa né la fortuna né la impotenzia di chi ha governato, ma la malvagità e ignoranza sua; e quello, il più delle volte, o ammazza o imprigiona o confina: come intervenne a infiniti capitani Cartaginesi ed a molti Ateniesi. Né giova loro alcuna vittoria che per lo addietro avessero avuta, perché tutto la presente perdita cancella: come intervenne ad Antonio Giacomini nostro, il quale, non avendo espugnata Pisa, come il popolo si aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia popolare, che, non ostante infinite sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che ne avevano autorità, che per alcuna altra cagione che nel popolo lo difendesse.


fonte: http://it.wikisource.org/wiki/Discorsi_sopra_la_prima_Deca_di_Tito_Livio/Libro_primo/Capitolo_53


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