"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci
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domenica 19 febbraio 2012

APPELLO: Verità e giustizia per i morti della "Marlane"


Alla Marlane di Praia a Mare, in provincia di Cosenza, industria tessile del gruppo Marzotto, si è consumata una tragedia del lavoro della quale si parla poco. Ben oltre 100 lavoratori si sono ammalati di tumore di varia natura e a decine sono deceduti (secondo fonti attendibili e realistiche sono oltre 80). Purtroppo questi numeri, che nascondono vite spezzate, sono destinati a crescere nel tempo.

Il Tribunale di Paola, il 12 novembre 2010 ha rinviato a giudizio Pietro Marzotto ed altri 11 dirigenti della Marlane, della ex-Lanerossi, della Marzotto, con l'accusa di omicidio colposo plurimo, aggravato dalla omissione delle cautele sul lavoro, lesioni colpose gravissime, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e disastro ambientale doloso, per aver sversato e interrato nell'area antistante lo stabilimento tessile, tonnellate di rifiuti speciali di cui la maggior parte di natura altamente cancerogena.

Dopo anni di indagini e tra mille difficoltà, la Magistratura ha deciso di procedere per raggiungere quella verità richiesta dai lavoratori, dalle famiglie, dalle organizzazioni sociali e associazioni ambientaliste, dalle amministrazioni locali che si sono costituiti parte civile (le parti offese sono oltre 180). Il processo doveva iniziare il 19 aprile 2011 ma la prima udienza è stata rinviata ben 5 volte (l’ultimo rinvio è del 30 dicembre 2011) per vizi di forma, errori di notifica ed eccezioni procedurali presentate dagli avvocati degli imputati. Il dibattimento, quindi, non è ancora veramente iniziato. La prossima udienza dovrebbe svolgersi il 24 febbraio 2012 ed il rischio di prescrizione aumenta con il passare del tempo.

Noi crediamo che sia giusto che emerga con chiarezza quanto accaduto alla Marlane. Riteniamo necessario, quindi, che il processo abbia finalmente inizio e che non ci debbano essere ulteriori impedimenti di varia natura che ostacolino il suo normale svolgimento. Perché i morti, gli ammalati, le loro famiglie e la popolazione chiedono verità e giustizia.

A Vincenzo Benincasa, Lorenzo Bosetti, Salvatore Cristallino, Antonio Favrin, Giuseppe Ferrari, Ernesto Fugazzola, Jean De Jaegher, Carlo Lomonaco, Pietro Marzotto, Lamberto Priori, Attilio Rausse e Silvano Storer, imputati del processo Marlane, vogliamo fare un appello: non chiedete ulteriori rinvii delle udienze, non autorizzate i vostri avvocati ad agire in tal senso: pretendete di raggiungere un verdetto in tempi ragionevolmente brevi. Questo è un vostro preciso diritto, un dovere e una condizione indispensabile per fugare qualsiasi dubbio e rendere giustizia ai lavoratori della Marlane ed alle loro famiglie.


ADERISCI INVIANDO UNA EMAIL ALL'INDIRIZZO APPELLOMARLANE@GMAIL.COM


LEGGI LA LISTA DELLE ADESIONI (aggiornata al 2 febbraio 2012)


DOPO L’APPELLO SULLA MARLANE HANNO SCRITTO:

vicenzapiù

la nuova vicenza

il gazzettino

l’unità

il manifesto


L’APPELLO È PUBBLICATO IN:

marx21.it

comunisti-italiani.it

articolo21.org

cadutisullavoro.blogspot.com

olivierobeha.it

portogruarovive.it

vicenzapiù.com

nuovavicenza.it

ilfattoquotidiano.it

ilmanifesto.it

dongiorgio.it (don giorgio de capitani)

contropiano.org

tg3.rai.it

laltrariva.net

controlacrisi.org

rossoverona.org

usb.it

miogiornale.com

ildialogo.org

allasalutesel.it

pane-rose.it

rifondasandona.it

tucondividi.com

blogtortora.it

dirittiglobali.it

informarexresistere.fr

salutesicurezzalavoro.over-blog.it

cobaspisa.it

fdc.ilcontemporaneo.it

pane-rose.it

bastamortesullavoro.blogspot.com

paola.virgilio.it

liberivicentini.it

rassegna.it

ilchisciotte.it

maratea.virgilio.it

e-io-scrivo.over-blog.it

glvart.blogspot.com

informazionecontro.blogspot.com

(a cui vanno aggiunti maipiuthyssenkrupp.blogspot.com e questo blog)

fonte: http://www.marx21.it/italia/sindacato-e-lavoro/838-appello-verita-e-giustizia-per-i-morti-della-qmarlaneq.html

mercoledì 8 giugno 2011

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa - URGENTE!

Premessa

In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto.

Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni - scientificamente documentate - si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure.
L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali.

Viceversa il governo e le potenti lobby che governano l’economia e la finanza, con l’appoggio di partiti di maggioranza e minoranza, non hanno esitato a stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande business da cui anche la grande criminalità organizzata e le mafie contano di trarre profitto. Hanno scatenato una grande campagna mediatica per nascondere le dimensioni e le ragioni dell’opposizione, per screditare il movimento notav presentandolo come covo di estremisti e sovversivi: la criminalizzazione del dissenso è un’arma micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il confronto democratico e le regole condivise.

Oggi, fallito ogni tentativo di comprare il consenso e la benevolenza di cittadini e sindaci, il governo sta preparando una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà il Questore a decidere tempi e modi” per installare il primo cantiere. E mentre la campagna di disinformazione si intensifica rispuntano le intimidazioni mafiose e le provocazioni che si ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi dolosi dei presidi notav alle buste con le pallottole. In nessun caso indagini serie hanno portato a individuare i responsabili, ogni volta il movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con orgoglio il carattere pacifico della propria lotta, ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi ha interesse ad avviare i cantieri.

Se questo è il quadro non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura affinché si uniscano a noi in questo appello.

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

Come singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura:

  • rifiutiamo l’idea che la realizzazione di una grande opera possa ridursi ad un problema di ordine pubblico
  • condanniamo senza riserve l’invito ad usare la forza e a militarizzare il territorio lanciato nei giorni scorsi da rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, da alcuni partiti e da alcune associazioni di imprenditori
  • denunciamo il disprezzo delle più elementari regole della democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto della legalità, il rispetto dei diritti dei cittadini, il rispetto nei confronti della amministrazioni locali democraticamente elette
  • respingiamo il ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la realizzazione di questa grande opera inutile penalizzerebbe pesantemente le economie locali in cambio di pochi posti di lavoro precario e privo di tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo delle risorse pubbliche creerebbe numerose opportunità di nuova occupazione
  • le ragioni di chi si oppone a questa grande opera inutile, devastante, che sottrarrebbe enormi risorse economiche ai servizi pubblici di tutto il paese sono le nostra ragioni: non ci rassegniamo all’idea che il nostro futuro possa essere deciso da quell’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che governa ampie aree del nostro paese e inquina la nostra società.

Il nostro riferimento continua ad essere la Costituzione, quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi troppo spesso violentata. Per queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente.

Torino, 7 Giugno 2011



Primi firmatari (tra i promotori a Torino di "Presidiare la Democrazia"):

Comitato notav Torino
Laboratorio per la Democrazia - Torino
Unione Culturale Franco Antonicelli - Torino
Ferico Bellono, segretario generale FIOM Torino
Emergency Torino
Pro Natura Torino
Pro Natura Piemonte
Centro Sereno Regis
Giuseppe Sergi, docente storia medievale Univ. Torino
Alessandra Algostino, docente Diritto costituzionale comparato Univ. Torino
Caffè Basaglia - Centro di animazione sociale e culturale delle comunità
CUB Piemonte
Ass. L'Interezza non è il mio forte
Fabionews
Officine Corsare
Associazione La Fonte Acquariana
Comitato di cittadinanza attiva Rivalta Sostenibile
MAG4
IK Produzioni
Mani Tese Torino


Scarica appello (pdf)










per il momento potete inviare un email a postmaster@notavtorino.org con oggetto "valsusa" e indicare il vostro nome (se l'adesione è a titolo personale) oppure l'associazione/comitato/movimento/ecc. per cui date l'adesione.

E chi può venga al presidio della Maddalena di Chiomonte

Un abbraccio, Ezio (Comitato notav Torino)

stralcio della nota pubblicata su Facebook da Laura (grazie).

________________________________________________________

Per saperne di più:

Presidio Clarea alla Maddalena di Chiomonte

Venite in tanti, fermatevi quanto più potete, partecipate alle assemblee quotidiane alle 18:30, portate cibo e bevande da condividere

Trovi cronache e documenti sul DIARIO DI MADDALENA

Per info dell'ultima ora vedi anche notav.info/ e notav.eu/ Tel. presidio: 346 3939507

La Comunità montana ha costituito un'unità di crisi
Tel. 338 6865061


Al 12° giorno di presidio facciamo il punto con due riflessioni:

e tanto altro sul sito http://www.notavtorino.org/

mercoledì 27 maggio 2009

IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA, IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE


Sono giornate molto pesanti, in cui le parole gravano come macigni, e se l’argomento di queste parole sono la Democrazia, il Diritto, la Giustizia, il rischio è che questi macigni si trasformino in frane, di quelle che travolgono interi paesi cancellandone la storia, cancellandone la civiltà, rinnegandone l’etica.
Mancano due settimane alle elezioni europee, nel nostro Paese questo appuntamento, a causa delle parole-macigno del capo del governo, rischia di assumere caratteristiche che vanno ben al di là del risultato puramente elettorale.
Una cosa soprattutto assume un importante valore politico: la coesione che travalica le sigle, di un fronte di difesa democratico della Costituzione e delle Istituzioni .
Attualmente sono cinque i soggetti politici che partecipando alla competizione europea possono rappresentare questo fronte: i due cartelli elettorali di sinistra, il PD, IDV-Di Pietro e UDC.
Dei cinque partiti o movimenti il PD è l’unico che, ad oggi, sostiene la campagna dei referendum di riforma della legge elettorale. Nell’eventualità che il referendum passi ci ritroveremmo con un sistema che prevederà premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa (non alla coalizione) e innalzamento della soglia minima di sbarramento. Risultano evidenti due cose: che una minoranza del paese, ma in possesso di una maggioranza relativa, avrebbe uno strapotere e una consistente porzione di elettori non avrebbero rappresentanza parlamentare.
In questi giorni è davanti gli occhi di tutti l’inaudito attacco alle istituzioni da parte del capo del Governo. Credo che proseguire sulla strada del referendum sarebbe come iniettare cellule malate in un corpo che già sano non è.
Il PD deve uscire dall’equivoco e riconoscere che il tema del referendum è di fatto superato da una evidente emergenza democratica e che sarebbe un suicidio della democrazia anche solo ipotizzare leggi che diano maggiori poteri agli organismi di governo.
La democrazia è un sistema di governo con evidenti imperfezioni, ma anche con importanti anticorpi che normalmente impediscono la degenerazione. Il nostro compito è quello di far sì che non calino le difese immunitarie insite nella nostra Costituzione.
Una rinuncia da parte del PD ad appoggiare e sostenere il referendum potrebbe inoltre raccogliere il consenso di molti compagni che non riconoscendosi nell’area dei due cartelli elettorali di sinistra, si troverebbero nell’imbarazzo di un voto all’Italia dei Valori, che pur essendo un partito di sicura opposizione a Berlusconi, non rappresenta la cultura di sinistra, o di una astensione, in quanto non si sentirebbero sufficientemente tutelati proprio in funzione del referendum liberticida.

Blog promotori:
A sinistra - loris
ilrusso
mente persa
L’eco dell’Appennino - pierprandi
Vengo da lontano ma so dove andare - Gap

PS. Chi condivide questa richiesta copi e incolli sul proprio blog il post senza aggiungere o togliere nulla possibilmente segnalando l’adesione a uno dei cinque blog promotori o alla seguente mail indemocrazia@yahoo.it

venerdì 22 maggio 2009

Emigrazione: una "lettera" provocatoria






Ho trovato questa "lettera" nel blog dell’amico il Russo e gliela scippo, sperando che possa servire a far riflettere chi oggi pensa che sia giusto rimandare nelle loro terre devastate da fame e guerre – e impoverite da noi “primo mondo” – quei poveri esseri umani che cercano solo la possibilità di vivere in modo libero e dignitoso, come del resto la nostra Costituzione sancisce:

"Cari lombardi ed emiliani, bianchi cristiani ed ariani, forse è meglio parlarvi con chiarezza prima che accada l’irreparabile. Noi siamo cinque miliardi. Yoruba e pashtun, azeri e moldavi, tamoul e roma, banghal e dogon guarani e alawit. Insomma negri, ma tanti. E non smettiamo di crescere di numero mentre voi lombardi ed emiliani bianchi cristiani ed ariani tendete verso l’estinzione, quanto a numero forza e intelligenza.
Abbiamo sentito il viso pallido che avete scelto come dittatore, dichiarare che l’Italia non è un paese multietnico. La stirpe italiana di pura razza ariana non deve contaminarsi? Spiace dovervelo dire, ma le vostre nonne e bisnonne hanno già concepito milioni di figli con saraceni libanesi e turchi. Ma non è questo il punto. In realtà quello che vi spaventa è l’idea di spartire la ricchezza che avete accumulato nei vostri forzieri e nei vostri frigoriferi con noi, che siamo cinque miliardi e abbiamo fame.
Negli ultimi cinquecento anni avete invaso le nostre terre, sequestrato i nostri figli per farli lavorare come schiavi nei campi di cotone o nelle fabbriche, avete bruciato le nostre capanne e violentato le nostre donne. Ci avete sfruttati rapinati e uccisi e sulla nostra miseria e morte avete costruito la vostra civiltà. Ma non vogliamo rinvangare il passato. Facciamo finta di niente. Parliamo di adesso.
Adesso le frontiere sono aperte per i vostri capitali, che vengono nei nostri paesi a farci lavorare duro per salari di fame, e in cambio a noi non resta niente perché il profitto va nelle vostre banche. Noi avevamo capito che le frontiere fossero aperte anche per gli esseri umani, invece ci arrestate appena arriviamo nella vostra terra, ci chiudete in campi di concentramento, addirittura ci respingete in mare, senza rispettare neppure le vostre leggi, e ci mandate a morire in qualche campo di sterminio.
Allora abbiamo deciso di scrivervi questa lettera.
Ci sono due possibilità a questo punto.
La prima è che facciamo uno sforzo di comprensione reciproca. Noi siamo disposti a venire nei vostri paesi per lavorare con le nostre braccia giovani dato che voi non siete più in grado neppure di reggervi in piedi. Siamo disposti a occuparci dei vostri vecchi che perdono la memoria e il senno in numero crescente. Siamo disposti a collaborare per rendere la convivenza più civile, siamo disposti a scambiarci esperienze e conoscenze, a imparare la vostra lingua se ci permettete di frequentare le vostre scuole, siamo disposti a rispettare le vostre regole se tengono conto del fatto che ci siamo noi, e che abbiamo gli stessi diritti che avete voi.
Ma se non riuscite a capirlo rapidamente, se insistete nel volerci sfruttare senza darci in cambio neppure un letto, un permesso di soggiorno, il diritto alla scuola e alle cure mediche, se continuate a comportarvi come dei nazisti, che è esattamente quel che sta facendo il vostro presidente del consiglio e quella banda di razzisti analfabeti che vanno in giro con le camicie verdi, se continuate a diffondere odio razzista ed ammazzare i nostri fratelli, allora le cose andranno a finire molto male. Finora siamo stati pazienti perché sappiamo che gli italiani sono poveracci che fino a qualche anno fa emigravano come noi, ma da qualche tempo vi siete montati la testa e credono tutti di essere diventati divi della TV, mentre non siete che foruncolosi miserabili coglioni terrorizzati perché sapete bene di essere solo i più poveri tra i ricchi, o forse i più ricchi tra noi poveri.
Se volete la guerra l’avrete, ma sappiate che noi siamo abituati a soffrire, a vivere in condizioni difficili, a tollerare il caldo e il freddo, a sopportare cose che nessuno di voi sa neppure immaginare. Se volete la guerra molti di noi moriranno, ma molti di noi stanno già morendo adesso. Voi non siete abituati a quello che potrà capitarvi, e non ci soffermiamo sui particolari.
Ritirate le vostre leggi razziste, aprite le vostre frontiere a chi è costretto a fuggire dai territori che il colonialismo ha devastato. Concedete agli stranieri che lavorano un permesso di soggiorno. E fate presto perché il vostro tempo sta per scadere.."
Sotto questo testo, che mi ha fatto un po’ paura, ci sono cinque miliardi di firme.
Non sto a trascriverle perché il tempo stringe.
































Che differenza c'è?




lunedì 18 maggio 2009

Antirazzismo: restiamo umani!


Rilancio dal blog di Loris:


A tutti i dirigenti della Sinistra Italiana

Un secondo barcone di sventurati è stato respinto e ricondotto in Libia. Quanti erano? Non è importante. 100,… 20… ,…1, non ha importanza. sono stati violati dei diritti e a violarli è stato il governo del nostro paese. Questi diritti violati costeranno a povera gente che sfuggiva a guerre massacri e fame in alcuni casi tortura e morte. Ho fatto una carellata veloce e più o meno tutti i dirigenti della sinistra , con toni più o meno diversi, hanno parlato, scritto, condannato.


Non Basta!!! A fronte di questa infamia c’è un’esigenza precisa, ineludibile, che la sinistra dia una risposta unica e compatta antirazzista . Non possono esserci distinguo e non può essere una campagna elettorale che spegne il nostro sdegno.


Chiedo che questo appello venga raccolto e si concretizzi nel giro di poco tempo nella risposta della Sinistra italiana contro al razzismo, contro l’intolleranza e per ristabilire i diritti di asilo e di accoglienza.


PS. Chi condivide questa richiesta copi e incolli sul proprio blog il post senza aggiungere o togliere nulla. E’una richiesta minima ma di enorme significato. Facciamoci sentire tutti insieme in un’unica manifestazione o in cento città contemporaneamente.
Loris

Da Repubblica - (Audio) il dramma dalle carceri libiche

Da Repubblica - testimone nigeriano

Dall'Unità - Le leggi razziali ci sono gia

Dall'Unità - Berlusconi : no all'italia multietnica

Da La Stampa - La Cei: l'Italia è già multietnica
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Aggiornamenti

Ha aderito all'appello e rilanciato sul proprio blog Socialismo 2000
Cesare Salvi

Caro Loris, per quanto mi riguarda sulla pelle il sudore ha lo stesso colore. E non importa se il lavoratore sia bianco, nero o giallo lo sfruttamento che lo riduce schiavo è lo stesso, per questo sosterrò ogni iniziativa antirazzista.
Un caro saluto.
Oliviero Diliberto

Il sito di Nichi Vendola ha aderito e rilanciato l'appello

Il sito dei Socialisti Per la Rosa nel Pugno ha aderito e rilanciato l'appello















Marco di Schiavi o Liberi integra con questa informazione:

GENOVA - MARTEDI' 12 MAGGIO 2009 ore 11 IN LARGO LANFRANCO (DI FRONTE A PREFETTURA) PRESIDIO ANTIRAZZISTA PER IL DIRITTO DI ASILO E D'ACCOGLIENZA



sabato 9 febbraio 2008

Hard disk, così ti cancello i diritti degli utenti





Paolo De Andreis

di Paolo De Andreis venerdì 08 febbraio 2008

Roma - Si aprono spesso squarci sull'inabilità del Legislatore
di star dietro alla società dell'informazione e a volte capita che questa incapacità si riverberi interamente sui cittadini. Succede oggi con la tassa sulla copia di hard disk sottoposti a sequestro, una tassa che, ora c'è la prova provata, può da sola in certi casi cancellare il diritto alla difesa in un procedimento penale.


Ieri mattina il legale che difende un imputato
in una indagine che ha portato al sequestro del computer del suo assistito si è recato in un compartimento della Polizia Postale per ottenere una copia certificata dell'hard disk contenuto in quel computer. Si tratta di un diritto fondamentale della difesa: poter verificare l'integrità dei dati, recuperare informazioni utili per il proprio lavoro, analizzare su quali basi certe tesi potranno affiorare nel corso del procedimento. Si tratta cioè di un elemento chiave per stabilire una strategia difensiva, rilevante in ogni contesto, tanto più se di natura penale. Ma quella copia così importante per l'accusato non è stata fatta. Il motivo? Costava decine di migliaia di euro.

Già, la copia certificata dell'hard disk per l'esercizio del diritto alla difesa non viene fornita d'ufficio. Viene prodotta solo su richiesta e a carissimo prezzo. Per la precisione, se si vuole ottenere la copia di un disco da 120 gigabyte, come accaduto ieri, occorre sganciare circa 40mila euro. I pagherò non sono accettati, ci vogliono mazzi di marche da bollo. Ciascun CD-R su cui i dati vengono riprodotti costa all'imputato esattamente 258 euro virgola 23. Fatta qualche moltiplicazione per il conteggio preventivo dei diritti, gli euro sono calcolati, il diritto è negato.

A procurare questa lesione non è una calcolatrice truccata: lo stabilisce nientemeno che il Testo Unico sulle spese di Giustizia nei cui meandri si cancella il diritto alla difesa. Come si può facilmente verificare, se la riproduzione certificata costa poco meno di 5 euro per un nastro da 90 minuti, in caso di copia digitale "per ogni compact disc" (valutato in 640 mega nel caso di cui stiamo parlando), la tassa da pagare è 258 euro e rotti.

i diritti di copia



L'articolo 269 a cui è allegata la tabella qui sopra non parla di dilazioni di pagamento o mutui per chi debba acquistare una montagna di marche da bollo: in modo gelidamente operativo impone il quantum da pagare per la copia. Va pagato subito, soldi in mano. Ciò significa che alla difesa del cittadino di medio reddito non rimane che appellarsi semmai in un secondo momento al magistrato, chiedere che venga effettuata una perizia per conto del tribunale; ma il giudice (vedi caso Vierika) non ha alcun obbligo di accettare tale richiesta, né è detto che la perizia sia ciò che convenga alla difesa stessa per questioni procedurali, organizzative od operative che possono non aver nulla a che vedere con la colpevolezza o meno dell'imputato ma che possono inficiare le strategie difensive. Il che significa che ci si può attendere che in tribunale l'unica perizia che verrà ascoltata sarà quella effettuata dall'accusa.

Non solo: come accennato,
è ben facile pensare che un hard disk possa contenere anche materiale necessario all'attività lavorativa del soggetto, per non parlare di quei contenuti del tutto personali di cui l'accusato potrebbe non possedere copie, contenuti magari del tutto estranei al procedimento che ha motivato il sequestro ma ugualmente resi indisponibili. Sì, è vero, il materiale successivamente viene riconsegnato all'accusato. Ma quando? In genere passano circa 7 anni dal momento del sequestro. E il lavoro di quella persona? I suoi affetti? Tutto passa in secondo piano, nulla di quell'hard disk può essere rilasciato senza il pagamento di una somma stratosferica.

È naturalmente impervio volersi arrampicare su una tesi colpevolista, è difficile credere che chi ha consentito che una norma del genere venisse approvata abbia di proposito voluto cancellare i diritti essenziali dei cittadini, o almeno di quelli meno opulenti. Il che ci lascia con una sola possibilità, ovvero che chi lo ha fatto, il Legislatore, ancora una volta abbia agito nell'inconsapevolezza di cosa sia e come funzionino le tecnologie oggi e quanto siano centrali nella vita di noi tutti.

Chi ha normato questa tassa lo ha fatto essendo incompetente a decidere. E ieri, sul verbale, è stato scritto che la difesa "rinuncia alla copia".

Sono sgambetti predisposti ai danni dei cittadini
da un Legislatore testardamente ignorante, e i lettori di questa testata lo sanno meglio di chiunque altro. Eppure non sempre va in questo modo. Quando Punto Informatico tirò fuori nei mesi scorsi il caso della "tassa sui blog", qualcuno lo ricorderà, tre giorni dopo quel testo era già stato modificato. Non è stato un caso: tutti i media hanno attinto da quell'articolo per portare in prima pagina il provvedimento, l'opinione pubblica è stata messa a conoscenza dei nomi e dei volti dei responsabili politici. E a quel punto solo la promessa di una correzione di rotta ha potuto "salvare" la situazione, una correzione non troppo ardua visto anche che il provvedimento era ancora in divenire. Ma ora? Ma in un caso come questo? Chi mai si assumerà la responsabilità di un errore così grossolano nel Testo Unico, un errore che danneggia oggi direttamente un cittadino ma chissà quanti altri ne ha già danneggiati? Chi si assumerà mai la responsabilità politica di una incompetenza così clamorosa?

E non è tutto, ahinoi.
L'altro problema con cui devono fare i conti gli italiani è che molte di queste schifezzuole legislative sono state inoculate all'interno di normative spesso di difficile lettura, sparse a pioggia in leggi che magari di tutto si occupano, all'apparenza, meno che della tecnologia e delle sue conseguenze. Proprio come nel Testo Unico. Il che rende difficile qualsiasi riforma senza un certosino lavoro di individuazione delle falle. Non sorprenda: siamo nel pieno della rivoluzione digitale, Internet viene usata da masse di italiani ormai da molti anni, e in tutto questo tempo l'insostenibile leggerezza del Legislatore si è palesata con maggioranze e schieramenti di ogni colore, ripetendosi senza soluzione di continuità, rinnovando con allarmante periodicità l'incapacità di far fronte al mondo che cambia e alle esigenze degli italiani che vorrebbero cavalcare il cambiamento innescato dalla società dell'informazione.

La soluzione?
Ricorrere agli hard disk di un tempo. In fondo 4 giga costerebbero poco più di 1600 euro.


Paolo De Andreis
il blog di pda


fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2183691

...

martedì 5 febbraio 2008

Al lavoro, non alla guerra!

Segnalo questa iniziativa di cui ho appena avuto notizia: leggete, diffondete e... partecipate se potete!

Sabato 1 marzo - ore 16
c/o Sala Superiore TOALDI CAPRA
Via Pasubio, SCHIO (VI)
e
Venerdì 14 marzo - ore 21
c/o Sala della CROCE VERDE
Via Capriglia, PIETRASANTA (LU)

AL LAVORO, NON ALLA GUERRA
per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro

Incontro con

CIRO ARGENTINO RSU THYSSENKRUPP (Torino)


La tragedia della ThyssenKrupp ha scosso i lavoratori di tutto il paese e ha squarciato, almeno per un "attimo", il velo di un'informazione troppo spesso intenta a parlare di cronaca nera o di politica con la "p" minuscola. Anche in questo, come in altri, rari, casi si è detto "ora basta". Ma la strage non finirà. Dopo quelli della ThyssenKrupp, altri lavoratori sono morti in Italia, ogni giorno. E dopo questi altri ne moriranno. Di queste morti noi conosciamo il colpevole. E questo colpevole è il profitto capitalistico, che non esita a mettere a repentaglio la sicurezza, la salute e infine la vita stessa dei lavoratori e delle lavoratrici.










Contro la quotidiana strage che si compie sui luoghi di lavoro le lacrime, la commozione, la solidarietà non bastano.
Quello che serve è che i lavoratori tornino ad essere protagonisti della propria vita e impongano con la lotta l'applicazione di regole che senza la loro forza e determinazione non verranno mai applicate.

Parlare direttamente con i lavoratori ThyssenKrupp sarà un'occasione importante per le lavoratrici e i lavoratori del nostro territorio; sarà un momento in cui testimonieremo, anche con la nostra semplice presenza, la nostra solidarietà nei confronti dei morti, dei feriti e dei tantissimi che ogni giorno rischiano la propria vita nei posti di lavoro, come se fossero in guerra.

PRIMOMAGGIO
http://xoomer.virgilio.it/pmweb - http://xoomer.alice.it/pmweb

Redazioni PM della Toscana
Via IV novembre 51 - VIAREGGIO (LU) – Apertura Sabato 17-18
Via stradella 57d - RONCHI - Marina di Massa (MS) - Apertura Lunedì 21.30-22.30
EMAIL:
primomaggio.toscana@alice.it
TEL: 339.6473677 - 339.4505810


Redazione PM del Veneto
Piazzetta San Gaetano 1, SCHIO (VI) – Apertura Sabato 17-18
EMAIL: primomaggio.veneto@libero.it
TEL: 348.2900511 - 340.4063172


venerdì 1 febbraio 2008

L’ITALIA DEL TRUCCO: L’ITALIA CHE SIAMO



Sig. Direttore,

L’Associazione Contro Tutte le Mafie, nell’ambito della sua attività statutaria, intenta a dimostrare che in Italia nulla funziona, ha portato avanti inchieste ed approfondimenti, basandosi solo su un reportage di articoli di stampa pubblicati nel tempo e nello spazio, riconducibili ad autori citati, preparati e coraggiosi, a cui va il nostro riconoscimento di verità. Dati di fatto incontestabili e visionabili, pubblicati sul sito www.controtuttelemafie.it o www.ingiustizia.info .

Da questo studio d’insieme si delinea e si rileva un quadro desolante per tutta l’Italia e tutti gli Italiani, ancorché le istituzioni e i media cerchino di tacitare una verità scottante, dove finanche la magistratura è arrivata a sequestrare il sito dell’associazione, al fine di oscurarne la realtà.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro che non c’è, e non sulla libertà, che tutti declamano, ma nessuno ha il coraggio di costituzionalizzare nei principi.

L’Italia è sfiduciata nelle Istituzioni, sfilacciata, mal governata; una mucillaggine sociale e una poltiglia di massa rassegnata all’inezia e che inclina verso il peggio, che si uccide e si ferisce nei festeggiamenti di capodanno: insomma: una caos organizzato.

L’Italia dove non c’è libertà di stampa e di parola. I media appartengono ad una casta foraggiata dallo Stato e dai partiti politici; con emolumenti stratosferici, sottoposti a dipendenza e servilismo, nepotismo e clientelismo. I giornalisti sono precari, censurati ed intimiditi dal potere politico e giudiziario.

L’Italia dove i servizi pubblici sono indecenti: emergenza idrica; posta ferma nei depositi; rifiuti ammassati e bruciati per le strade; telefonia in monopolio mal funzionante ed intercettata; ferrovie nel caos, con passeggeri abbandonati o congelati, con treni affollati, sporchi, con legionella, pulci, cimici e zecche.

L’Italia dove non c’è giustizia: con abusi nelle carceri pieni di gente indigente e presunta innocente; con meno carceri per i reati più gravi; con 4 milioni di vittime di errori giudiziari.

L’Italia dove c’è illegalità e malagiustizia; con le 31.353 richieste in 3 anni di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo; dove si spara nei tribunali o dove gli avvocati sono stressati.

L’Italia dove il fallimento di aziende sane è una fabbrica del reddito per gli operatori della giustizia.

L’Italia dove è impedita la difesa e l’accesso al gratuito patrocinio.

L’Italia dove tutti sono responsabili per le loro azioni, meno che i magistrati: casta impunita, ai quali il peggio che li può capitare è il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale.

L’Italia dove è norma insabbiare i procedimenti penali contro gli stessi colleghi magistrati e i poteri forti e, nonostante tutto ciò, vi sia una marea di magistrati inquisiti.

L’Italia dove la magistratura è una casta con privilegi e segreti; definita come una lobby mafiosa, sovversiva ed eversiva, che influisce sul potere esecutivo e legislativo.

L’Italia dove vige l’impunità per i parlamentari, i magistrati, i commissari d’esame dei concorsi truccati; i funzionari pubblici non sono licenziati, pur condannati per gravi delitti.

L’Italia dove gli avvocati e i notai non sono stinchi di santo, abusando del loro status.

L’Italia dove la stessa magistratura, per la pseudo lotta alla mafia: usa l’incompatibilità ambientale per i magistrati scomodi o le lotte di potere per le carriere; o lincia Giovanni Falcone e Agostino Cordoba; o processa Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che arrestò Riina; o non confisca i beni sequestrati alla mafia.

L’Italia dove le indagini sulla massoneria e sulle stragi sono bloccate.

L’Italia dove risulta essere governata da politici drogati, ignoranti, pregiudicati, falsi, voltagabbana, puttanieri e mafiosi, assenteisti e costosi per la comunità.

L’Italia dove ci sono sprechi: aeroporti inutili, compagnie aeree e marittime inutili e dannose; opere pubbliche incompiute; voli di Stato; auto blu; pensioni faraoniche; privilegi faraonici ai parlamentari, ai magistrati, ai consiglieri regionali, ai funzionari pubblici, ai professori universitari, ai giornali.

L’Italia dove si “regalano” le case pubbliche ai politici.

L’Italia dove tutti e sempre sono in conflitto di interessi.

L’Italia dove le elezioni sono truccate.

L’Italia dove amministrare la cosa pubblica significa cadere in tentazione e delinquere.

L’Italia dove ci sono appalti pubblici truccati.

L’Italia dove gli impiegati pubblici sono malati, assenteisti e improduttivi.

L’Italia dove i militari sono condannati per tangenti, o segretano le morti per l’uranio impoverito o il vaccino.

L’Italia dove la polizia, l’arma dei carabinieri, la guardia di finanza sono accusati di violenza o altri reati, facendo fare i lavori sporchi ai vigilantes, considerati polizia di serie B.

L’Italia dove si elevano sanzioni amministrative truffa.

L’Italia dove ci sono collaudi falsi dei veicoli.

L’Italia dove ci sono abusi edilizi ed inquinamento atmosferico, inquinamento delle acque, inquinamento ambientale, inquinamento acustico.

L’Italia dove ci sono gli incendi boschivi redditizi.

L’Italia dove per trovare lavoro ti devi asservire e far raccomandare, dove è inconsistente il collocamento pubblico o privato, se non per creare precariato.

L’Italia dove i sindacati sono un’altra casta, con poteri e privilegi.

L’Italia dove c’è sfruttamento dei lavoratori, addirittura sfruttamento a danno dei giudici onorari, dei giudici di pace, degli assistenti parlamentari, dei medici specializzandi, dei praticanti avvocato, dei giornalisti.

L’Italia dove c’è il mobbing nelle istituzioni.

L’Italia dove non c’è tutela della salute dei lavoratori e prevenzione degli infortuni.

L’Italia dove sono truccati gli esami scolastici e delle patenti, oltre che i test di ammissione alle università.

L’Italia dove tutti occupano un posto di responsabilità che non merita, in quanto sono truccati tutti i concorsi pubblici, compresi quelli forensi, giudiziari, accademici, notarili, giornalistici, sanitari, televisivi, inps, postali, scolastici, sportivi, canterini; negli enti locali i concorsi sono truccati, o sono concorsi senza concorso, o sono concorsi a sorteggio, o sono concorsi parentali.

L’Italia dove ci sono compagnie assicurative riunite in cartello, rincari RCA ingiustificati e inadempienze risarcitorie, sinistri truffa e avvocati con magistrati collusi tra di loro, che assicurano il risarcimento.

L’Italia dove ci sono truffe bancarie, le mani della giustizia sui banchieri e la piovra delle banche sulla giustizia, le banche come la più grande rete di connivenza con la mafia, l’usura bancaria.

L’Italia dove tutti evadono le tasse.

L’Italia dove c’è il caro prezzi ingiustificato.

L’Italia dove c’è lo sciopero selvaggio, senza rispetto e tutela dei diritti altrui.

L’Italia dove ci sono i falsi invalidi e le barriere architettoniche.

L’Italia dove gli stranieri clandestini emulano gli italiani.

L’Italia dove i padri separati rivogliono i loro figli.

L’Italia dove di pedofilia si abusa parlando o accusando.

L’Italia dove la politica crea clientelismo nella sanità e, per gli effetti, crea malasanità.

L’Italia dove, addirittura, lo sport e insito di dubbi sulla sua correttezza e lealtà.

Questa è l’Italia che siamo. Possiamo anche nascondercelo, ma non si può negare l’evidenza.

Grazie dell’attenzione.


Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE
099.9708396 – 328.9163996 – 348.1352344

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Human Rights Watch denuncia: il 2007 anno dei diritti negati




 carcere guantanamo ANSA 220
Il carcere americano di Guantanamo

Attacco alle finte democrazie: Human Rights Watch, l’osservatorio Onu sui diritti umani, nel suo Rapporto 2008 (questa la versione in inglese) punta il dito contro gli «autocrati che si atteggiano a democratici» e contro i leader politici occidentali che non fanno nulla per smascherarli. Dal Pakistan, alla Nigeria, alla Russia, fino alla Thailandia: in troppi paesi, denuncia Hrw, pensano che sia sufficiente indire le elezioni per dimostrare di essere una democrazia.

Ma anche in Occidente, non tutto fila liscio.
Gli americani non possono chiudere gli occhi di fronte allo scempio dei diritti umani che è Guantanamo, dove ancora oggi quasi 300 persone sono detenute senza sapere perché e senza poter sperare in un giusto processo. Per questo, fa capire Human Right Watch, anziché pensare a “esportare” la democrazia farebbero bene a risolvere le contraddizioni di casa.

Il Rapporto tira in ballo anche l’Italia, relativamente alla questione delle rendition e a quelle delle espulsioni dei cittadini rumeni. Il caso Abu Omar e i fogli di via che continuiamo ad emettere anche nei confronti di cittadini comunitari, insomma, non sono esattamente una bella prova di tutela dei diritti umani.

Le cronache di questi giorni, poi, fanno guadagnare posti nella lista nera dei paesi a rischio anche a Israele: il blocco della Striscia di Gaza, attacca il Rapporto, è stata «una punizione collettiva che viola il diritto internazionale».

Non poteva mancare un capitolo dedicato alla Birmania, che nel 2007 ha visto mettere in campo una dura repressione nei confronti della protesta dei monaci, quella che tutto il mondo ha potuto conoscere attraverso le immagini degli indimenticabili cortei rossi. Hrw si scaglia contro il «pugno di ferro dei generali» che devono rispondere non solo dei crimini commessi durante le proteste, ma anche degli arresti indiscriminati di oltre 1.100 oppositori politici che da anni sono rinchiusi nelle prigioni birmane.

La maglia nera comunque va alla Cina. In vista delle Olimpiadi che si terranno a Pechino nel prossimo agosto, nel paese asiatico si sono aggravati gli abusi nei confronti dei lavoratori immigrati e dei dissidenti. Hrw lancia la sfida e ricorda alla Cina che quella dei giochi olimpici è «un'opportunità storica per dimostrare che il governo cinese può trasformare in realtà i diritti umani per 1 miliardo 300 milioni di persone».


Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 01.02.08 alle ore 13.07
fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72553

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mercoledì 30 gennaio 2008

Processo Sme, Berlusconi assolto



Udienza lampo di appena 15 minuti, l'accusa aveva chiesto la prescrizione
La depenalizzazione era stata varata dal governo presieduto dall'imputato

"Il falso in bilancio non è più reato"


MILANO -
"Il fatti non sono più previsti dalla legge come reato". Con questa formula i giudici della I sezione penale del Tribunale di Milano hanno prosciolto Silvio Berlusconi dall'accusa di falso in bilancio nell'ultimo stralcio di procedimento nato con il caso-Sme. Gli episodi contestati all'ex premier, infatti, risalivano alla fine degli anni Ottanta.

All'inizio dell'udienza, durata meno di un quarto d'ora, l'accusa aveva chiesto la prescrizione, mentre la difesa aveva sollecitato i giudici ad un verdetto di proscioglimento perché i fatti non costituiscono più reato. Era stato, infatti, proprio durante il governo Berlusconi che il falso in bilancio era stato derubricato. Una interpretazione, quest'ultima, che è stata accolta dai giudici.

I fatti contestati all'ex premier risalivano al periodo che va dal 1986 al 1989, e, quindi, sarebbe comunque state coperti dalla prescrizione. I giudici, come detto, hanno però deciso di prosciogliere Berlusconi perché il fatto non è più previsto come reato, invece che dichiarare la prescrizione, come richiesto dal pm Ilda Boccassini. Il procedimento in cui Berlusconi era imputato di falso in bilancio era stato stralciato dal troncone principale del processo Sme, in quanto i giudici avevano investito la Corte europea affinché valutasse la congruità della normativa italiana sul falso in bilancio con le direttive comunitarie.

La Corte europea aveva deciso però di non entrare nel merito delle leggi in vigore nei singoli Paesi. "Dopo sei anni è stata pronunciata una sentenza che il Tribunale e la Procura avevano cercato in ogni modo di evitare rivolgendosi addirittura alla Corte di Giustizia europea", ha commentato l'avvocato Nicolò Ghedini, difensore insieme al collega Gaetano Pecorella di Silvio Berlusconi.

La legge che depenalizza il falso in bilancio è stata una delle prime cosiddette "leggi ad personam" approvate dal passato governo Berlusconi. Il provvedimento è diventato infatti operativo già dal gennaio 2002 grazie a un decreto varato a tempo di record dall'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. "Le fattispecie di minore gravità del falso in bilancio - spiegava il Guardasigilli - sono state depenalizzate e saranno punite con sanzioni amministrative in linea con l'attuale tendenza a limitare ai casi realmente gravi l'intervento penale".

Lo scorso ottobre la Cassazione aveva chiuso definitivamente un altro troncone del procedimento Sme a carico di Silvio Berlusconi assolvendolo dalle accuse di corruzione nell'intricata vicenda della vendita del comparto agro-alimentare dell'Iri alla Cir, la finanziaria di Carlo De Benedetti. La posizione del leader di Forza Italia era stata stralciata da quella degli altri sei imputati, compresi il senatore Cesare Previti e il giudice Squillante, in seguito all'approvazione del "Lodo Schifani", un'altra delle cosiddette "leggi ad personam" (successivamente dichiarata incostituzionale) che introduceva l'immunita per le cinque più alte cariche dello Stato.

(30 gennaio 2008)

fonte:

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martedì 29 gennaio 2008

SPECIALE - G8, molotov e Diaz


G8, a giudizio due poliziotti per le molotov alla Diaz



I funzionari di polizia Pietro Troiani e Salvatore Gava sono stati rinviati a giudizio per falso per aver messo due false molotov nel cortile della scuola Diaz a Genova per giustificare la violenta perquisizione svolta durante il G8 del luglio 2001. Il rinvio è stato deciso dal giudice per l'udienza preliminare Roberta Fucigna su richiesta dei pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona.

Il processo è stato fissato per il 7 aprile davanti al giudice monocratico. Secondo l'accusa Troiani avrebbe fornito false notizie sul luogo di rinvenimento delle bottiglie molotov mentre Gava avrebbe attestato falsamente di aver partecipato alla perquisizione della Diaz e al conseguente sequestro.

I due funzionari sono già imputati nel processo principale in corso a Genova per le violenze della polizia durante il G8. Devono rispondere di calunnia e perquisizione arbitraria nella scuola Pascoli.


Pubblicato il: 29.01.08
Modificato il: 29.01.08 alle ore 16.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72485

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GENOVA: MACELLERIA G8: L'INCHIESTA SU UNA DELLE PAGINE PIÙ VERGOGNOSE DELLA POLIZIA DI STATO

Espresso

Le testimonianze pilotate. Le prove manomesse. Le molotov scomparse. Errori, menzogne e depistaggi del massacro alla Diaz


di Peter Gomez

Scuola_diaz Tutta colpa di due bottiglie di vino. Di quello buono, invecchiato a dovere. Erano la prova regina del processo per la 'macelleria messicana' della scuola Diaz. Erano la plastica dimostrazione di come qualcuno a Genova, in quella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, per giustificare l'arresto illegale di 93 manifestanti massacrati a colpi di manganello avesse imbrogliato le carte.

Subito dopo l'irruzione, quando si era trattato di redigere il verbale di sequestro, la Polizia aveva dato atto che le bottiglie "contenenti liquido infiammabile e innesco (cosiddette molotov)" erano state scoperte "nella sala d'ingresso ubicata al pian terreno". Ma non era vero. I due contenitori di vetro pieni di benzina erano invece stati trovati per terra nel pomeriggio in una zona completamente diversa della città ed erano arrivati alla Diaz su un blindato del primo reparto mobile di Roma.

Una truffa in piena regola che avrebbe spinto anche l'attuale numero uno del Viminale, Antonio Manganelli, a dire: "Io ne ho viste tante, ma quelle molotov sono come le bustine di cocaina messa in tasca allo spacciatore. Sono una cosa da film che non credevo potesse succedere". Di cose da film a Genova ne accadono però parecchie. E lo spettacolo non si è chiuso sei anni fa, con un G8 che ha lasciato sul campo un morto, una città devastata dalle incursioni di migliaia di black bloc e centinaia di feriti sia tra i no global (in gran parte pacifici) che tra le forze dell'ordine. Adesso non si parla più solo di prove artefatte. Come in un legal thriller è scoccata l'ora delle prove sparite e delle testimonianze pilotate. Addirittura, secondo l'ipotesi dell'accusa, per intervento di Gianni De Gennaro, l'ex capo della Polizia e attuale capo di gabinetto del ministro dell'Interno, Giuliano Amato.

Castelliscajola1 Tutto comincia il 17 gennaio scorso, in un'aula sotterranea del Tribunale dove l'assenza del pubblico e della grande stampa nazionale testimonia la voglia tutta italiana di seppellire per sempre i fantasmi di Genova. Quel giorno il collegio incaricato di giudicare 28 imputati per i fatti della Diaz, tra i quali figurano alcuni tra i dirigenti più noti della Polizia di Stato, prende atto con disappunto della scomparsa delle due bottiglie molotov. In teoria avrebbe dovuto custodirle la questura, ma lì non si trovano più. La spiegazione ufficiale è che già nel settembre del 2001 le bottiglie potrebbero essere state distrutte assieme ad altro "materiale esplodente" come chiesto proprio dalla magistratura. Fatto sta che i difensori di due poliziotti accusati di aver materialmente portato le molotov alla Diaz esultano. Secondo loro, "senza il corpo del reato il processo è finito". Il pm Enrico Zucca invece è preoccupato. "Alcuni imputati potrebbero essere responsabili di questa sparizione", dice. Lui, del resto, della polizia non si fida. A torto o ragione pensa che durante l'indagine sull'irruzione gli uomini del Viminale abbiano sempre remato contro. E non tanto perché alla sbarra ci sono dirigenti di primo piano considerati fedelissimi di De Gennaro, come Francesco Gratteri, Gianni Luperi e Gilberto Calderozzi. Il dato che fa invece riflettere Zucca e il suo collega Francesco Cardona Albini è l'incompletezza e l'imprecisione degli elenchi che la polizia ha fornito quando ha dovuto spiegare chi avesse partecipato al violentissimo blitz. Per l'accusa, ad esempio, è inconcepibile che nessuno abbia saputo identificare un poliziotto che il giorno dell'irruzione portava "i capelli raccolti in una fluente coda di cavallo lunga fino alla cintola", filmato con chiarezza da una tv privata mentre colpiva uno degli occupanti della Diaz steso a terra. O che non sia stato possibile capire chi abbia apposto la quattordicesima firma su un verbale poi ritenuto falso.

Diaz Per questo la scomparsa delle molotov diventa un episodio da prendere sul serio. Molto sul serio. La procura chiede e ottiene dal gip il permesso di intercettare una serie di telefoni. Il risultato è che nel giro di poche settimane anche il capo della polizia De Gennaro finisce sul registro degli indagati per induzione alla falsa testimonianza. Con la sparizione delle bottiglie non c'entra nulla, ma secondo i pm potrebbe invece avere a che fare con l'inspiegabile correzione di rotta di uno dei testi chiave del processo: l'ex questore di Genova, ora passato al Cesis, Francesco Colucci.

Così, all'improvviso, la scomparsa delle bottiglie diventa l'ultimo capitolo di una storia nera, sempre più scivolosa, sporca e complicata, in cui gli errori (non ultimi quelli della politica), si sommano agli errori, le negligenze, gli atti criminali e la disorganizzazione. Oggi, a mente fredda, scorrendo con gli occhi le immagini di quel vertice internazionale, delle manifestazioni, delle cariche, dei nasi e delle ossa spezzate anche a chi con i no global violenti non aveva nulla a che fare, viene facile dire che lo sbaglio più grande è stato compiuto dai due governi che si sono succeduti nel 2001: quello di Amato e quello di Berlusconi. È l'esecutivo di centrosinistra infatti a scegliere Genova, una città dalle strade strette, densamente abitata, e virtualmente incontrollabile, per il primo G8 destinato a durare più giorni. È quello di centrodestra a confermare la riunione dei grandi della Terra in Liguria - nonostante che ormai da mesi in occasioni di ogni vertice internazionale le tute nere dei black bloc fossero protagoniste di violenze di tutti i generi - militarizzando il capoluogo e chiudendo con alte grate di metallo la zona rossa, per renderla inacessibile alle manifestazioni regolarmente autorizzate del Genoa Social Forum.

Gasparri Sì, perché la genesi dei fatti della Diaz, come quella di tutti gli eccessi di quelle ore di sangue, va ricercata in ciò che accade venerdì 20 luglio, quando anche a causa dei difetti di comunicazione tra la sala operativa e i reparti delle forze dell'ordine, un contingente dei carabinieri che avrebbe dovuto cercare di fermare un gruppo di anarchici, incrocia invece il corteo delle tute bianche che stava percorrendo via Tolemaide. Il comandante del contingente, un capitano, decide di caricare i manifestanti. A quel punto la situazione precipita. I no global si disperdono nelle strade laterali mentre i militari sparano lacrimogeni ad altezza d'uomo. Auto e cassonetti vengono rovesciati, partono cariche e controcariche, finché in piazza Alimonda Carlo Giuliani muore ucciso da un colpo di pistola mentre sta lanciando un estintore contro una camionetta dell'Arma. In città scatta la caccia all'uomo e visto che le tute nere colpiscono e si dileguano, a essere manganellati, spesso con sbarre e pezzi di legno fuori ordinanza, sono vecchi, pacifisti della rete Lilliput con le mani alzate, donne, giornalisti.

Il giorno dopo, il giorno della Diaz, a pagare per quanto accaduto è in tempo reale il prefetto Ansoino Andreassi. Era il responsabile dell'ordine pubblico del G8, ma Andreassi non ha quasi nemmeno il tempo per decidere di lasciare i carabinieri nelle caserme per evitare di scaldare ulteriormente gli animi dei no global, che viene esautorato. Da Roma arriva l'ordine di arrestare più manifestanti possibile. "Allora percepii un cambio di strategia. Si voleva passare ad una linea più incisiva", dice Andreassi in aula il 23 maggio 2007, prima di spiegare che fu Gianni De Gennaro a impartire le relative disposizioni. Andreassi viene messo da parte e alle 4 del pomeriggio arriva in città al suo posto il prefetto Arnaldo La Barbera, uno dei grandi investigatori antimafia italiani, oggi scomparso. "Dovevamo reagire, la polizia sembrava essere rimasta inerte di fronte a migliaia di manifestanti che l'avevano messa a ferro e fuoco (Genova, ndr)", aggiunge Andreassi, chiarendo come il 21 luglio la situazione sul campo fosse stata presa in mano fin dalla mattinata dai funzionari dello Sco (il servizio centrale operativo) che secondo i piani iniziali avrebbero invece dovuto occuparsi solo della bonifica della zona rossa e delle attività d'indagine. Verso le 11 del mattino, dopo che un elicottero ha filmato un furgone da cui le tute Pinochet nere scaricano dei bastoni, scatta un primo blitz. Vengono messi a segno una ventina di arresti sostanzialmente a caso, tanto che non verranno poi convalidati. E a poco a poco si fa spazio tra i funzionari la convinzione che black bloc e Genoa Social Forum siano quasi la stessa cosa, visto che le tute nere sembrano spesso essere inghiottite dalle fila dei manifestanti più moderati.

È una tesi che piace anche ai parlamentari del centrodestra in quelle ore presenti in massa a Genova, persino nella sala operativa delle forze dell'ordine dove è passato anche il vicepremier Gianfranco Fini, ufficialmente solo per portare un saluto. Nel pomeriggio, quando ormai i cortei sono finiti, a Genova a comandare è di fatto La Barbera, mentre Andreassi "con scarsa convinzione" ordina al questore di organizzare dei "pattuglioni" per "rintracciare i black bloc", come richiesto da De Gennaro. Fosse stato per lui, il G8 si sarebbe chiuso lì: "La gente se ne stava andando, sazia di disordini, bisognava solo lasciarla andare via. Pensavo che quei pattuglioni potessero provocare grane e basta". Fatto sta che alle 9 di sera nei pressi della Diaz passano quattro auto della polizia. Fuori ci sono molti ragazzi anche perché quel plesso scolastico non è un posto qualsiasi: è il luogo che ospita il Genoa Social Forum e i computer del mediacenter, la sala stampa delle manifestazioni. Per qualche secondo c'è un po' di subbuglio: secondo la procura vengono tirate un paio di bottiglie, si urla e rumoreggia. Secondo la polizia, invece, la contestazione è una cosa più seria. Nei rapporti si parla "di un violento lancio di oggetti contundenti da parte di numerose persone, verosimilmente appartenenti alle tute nere". Un episodio grave, contro il quale, anche secondo Andreassi, bisogna reagire. Come? Perquisendo la Diaz, ritenuta il rifugio dei black bloc. Durante le due riunioni operative sono tutti d'accordo. L'unico che dice di aver avuto qualche perplessità è il capo della Digos di Genova, Spartaco Mortola. In istruttoria sosterrà di aver pensato che fare una perquisizione in una delle sedi del Genoa Social Forum, dove erano presenti anche dei parlamentari di Rifondazione comunista, fosse "inopportuno sotto il profilo politico" e anche "pericoloso" sia per i manifestanti che per gli agenti. Ma aggiungerà che di fronte alla sua valutazione "il questore ha allargato le braccia dicendo che ormai hanno deciso così".

Bossi Al di là degli interrogativi su cosa è esattamente accaduto nelle concitate riunioni pre irruzione è comunque certo che a quel punto la polizia sembra sicura di aver fatto bingo. Per i funzionari le tute nere sono davvero nascoste lì, tra i più pacifici no global. Tanto che vengono quasi subito avvertiti i giornalisti: varie fonti dicono di tenersi pronte perché di lì a due ore i black bloc finiranno in manette. In questura fervono i preparativi. Alla Diaz, come in cerca di gloria, ci vogliono andare un po' tutti. Gli uomini delle Digos, delle squadre Mobili dello Sco e dei reparti mobili, ovvero i vecchi celerini. I più eccitati sembrano gli agenti del VII reparto Mobile di Roma, comandati da Vincenzo Canterini e dal suo vice Michelangelo Fournier. In teoria si tratta di gente super addestrata, in perfette condizioni fisiche e psicologiche. Ma come spiegherà Pippo Micalizio, il prefetto poi incaricato proprio da De Gennaro di svolgere un'inchiesta interna, per tutto il giorno quelli del settimo erano rimasti in piazza senza mai scontrarsi con i manifestanti: "Non c'era quasi mai stata la possibilità di un ingaggio. Per questo è ipotizzabile che un reparto di questo genere sia diventato come una sorta di molla (pronta a scattare)", dirà Micalizio. E le cose vanno proprio così. Sono loro a fare irruzione alla Diaz, seguiti dagli uomini degli altri contingenti, manganellando tutto e tutti. Il risultato sono 71 feriti , di cui tre gravissimi (uno in coma), su 93 presenti. Tutta gente massacrata mentre si trovava distesa per terra o stava scappando. Lo dimostrano le ferite sempre al cranio o sulle braccia alzate nell'atto di difendersi.

La Diaz diventa così 'una macelleria messicana', come dirà da subito Fournier, indicato da molti testimoni come il funzionario che a un certo punto si sarebbe messo a urlare agli uomini "basta, basta". Nel corso dell'inchiesta Fournier, imputato con Canterini e altri otto capisquadra di concorso in lesioni personali, affermerà però di non aver visto nessuno picchiare. Dirà di essere entrato nella Diaz a cose fatte e di aver gridato così, come per disperazione. In aula invece cambierà versione. Sosterrà di aver mentito "per spirito di corpo", perché lui durante il raid era presente, aggiungendo però di aver fermato degli agenti che non ha riconosciuto perché non facevano parte del suo reparto. È un po' la tesi di tutti. Che si può riassumere così: i colpevoli ci sono, sono altri, ma non sappiamo chi. Chi era presente, del resto, ha capito subito di averla fatta grossa. Al di là di ogni evidenza, ai giornalisti è stato detto immediatamente che le decine di barelle che uscivano dalla scuola erano dovute al fatto che gli occupanti "presentavano ferite pregresse".

Cowboy Poi quando si è trattato di redarre i verbali sull'accaduto è stato attestato falsamente che i no global della Diaz si erano asserragliati nella scuola, avevano fatto resistenza accogliendo gli agenti con un fitto lancio di oggetti e di pietre. Una bugia bella e buona cui se ne sarebbero aggiunte molte altre per giustificare 93 arresti in flagranza poi non convalidati. Un esempio su tutti. Quando i magistrati cercano di capire come mai nessuno degli zaini sequestrati abbia un padrone, la polizia sostiene che le sacche sono state lanciate qua e là dagli occupanti. Ma la verità è un'altra. I bagagli sono stati svuotati alla rinfusa senza verbalizzare niente. Si cercava qualcosa per provare la presenza di black bloc, ma dalle borse erano usciti solo coltellini svizzeri e qualche indumento scuro. Insomma, anche se le tute nere fossero davvero state lì, procedendo in quel modo era impossibile provarlo. Unico indizio concreto, mostrato il giorno dopo ai giornalisti, le due famose molotov. Peccato che, come ha testimoniato un funzionario di polizia ed è stato confermato da due imputati per questo accusati di calunnia e falso, fossero state trovate per strada nel pomeriggio. Quella sera, come mostra un filmato dell'emittente genovese Primocanale (vedi foto di pag. 51), il sacchetto azzurro con le bottiglie viene osservato da un po' tutti i più alti funzionari in grado presenti alla Diaz, che sembrano discutere animatamente tra loro. Ma nessuno di essi ammetterà di aver saputo che le molotov arrivavano da fuori.

In questo quadro diventano quasi naturali le reticenze e le inverosimiglianze di buona parte dei poliziotti ascoltati come testimoni al processo e la decisione degli imputati di avvalersi (Canterini e Fournier a parte) della facoltà di non rispondere. Un atteggiamento quasi generalizzato che tocca il suo apice con la deposizione di Colucci, l'ex questore di Genova. Lui è solo un teste. Deve parlare per forza. Balbetta, fa marcia indietro. Dice che a ordinargli di telefonare al portavoce del capo della polizia per chiedergli di andare alla Diaz quella notte, non fu De Gennaro, come aveva già sostenuto in istruttoria, ma fu una sua iniziativa (De Gennaro allora aveva ribattuto: "Colucci ricorda male"). Poi sostiene che a coordinare il blitz era stato Lorenzo Murgolo, il capo della Digos di Bologna, da quattro anni passato al Sismi. Dunque, aggiunge confusione alla confusione. E per la procura non lo fa per caso. Al telefono con uno dei colleghi sotto inchiesta Colucci, parla infatti, "del capo" e di "un'altra versione" da raccontare. L'ennesima.

La notte dei lunghi manganelli

Questore_canterini Ecco le testimonianze di alcune persone maltrattate dalle forze dell'ordine nella scuola Diaz di Genova.

Sara Gallo Bartesaghi: "Mi sono rifugiata in un bagnetto rannicchiandomi. A un certo punto è stata spalancata una porta, una persona in divisa ha acceso la luce e mi ha tirato una manganellata sulla testa. Siamo stati fatti uscire dal bagnetto, un agente mi ha preso sotto braccio accompagnandomi. Costui disse agli altri agenti di lasciarmi stare. Ciononostante gli altri agenti mi colpirono con manganellate alle gambe, alla spalla sinistra e al braccio sinistro e mi sputarono in faccia".

Katherine Hager Morgan: "Ho visto che un gruppo di persone si era inginocchiata a terra con le mani alzate e ho capito che era entrata la polizia. I poliziotti che ho visto saranno stati circa dieci, ho potuto vedere solo un gruppo di persone che veniva colpito con calci e manganellate. Subito dopo un poliziotto mi ha raggiunta e mi ha dato un calcio alla testa facendomi cadere a terra dalla parte opposta. Subito dopo sono sopraggiunti altri poliziotti, uno o più, ed hanno cominciato a colpirmi".

Lorenzo Pancioli Guadagnucci (giornalista del "Quotidiano", giornale vicino al centro-destra - NdR): "Si vedevano questi agenti che continuavano a picchiare alcune delle persone che erano ancora nella palestra, che erano sedute insomma nei dintorni, nei paraggi, che io riuscivo a vedere e comunque anche per me non è finita perché poi è venuto un altro agente con la camicia bianca e ha cominciato a colpirmi dietro, quindi io ho cambiato posizione e ho cercato di ripararmi la testa da dietro. con il manganello sempre e quindi mi ha dato una nuova razione di colpi".

Notte_manganelli Merichel Ronald Gies: "Ero quasi in fondo al corridoio e alzando un poco la testa potevo vedere bene chi arrivava. Sono apparsi all'inizio due o tre poliziotti che hanno cominciato a colpire con manganelli la prima persona che si trovava distesa e via via hanno proseguito colpendo fino a me. Colpivano soprattutto alla testa con i manganelli e usavano anche calci. Sapendo cosa mi aspettava, ho cercato di proteggermi il capo riparandomi con le braccia. Mentre mi colpivano ho sentito che lo facevano con accanimento pronunciando insulti del tipo 'bastardo'".

Simon Schmiederer: "Potei osservare come (Melanie Jonasch) ricevette dai poliziotti che passavano diversi colpi di manganello in testa e come fu colpita anche da calci sul corpo. Durante questo tempo, penso che Melanie già non fosse più completamente cosciente, lei tentò di alzarsi lentamente. Nel momento in cui i poliziotti in divisa lo notarono, due di loro la colpirono fino a farla crollare totalmente. Potei vedere poi che teneva gli occhi spalancati ma distorti e come il corpo fosse scosso da contrazioni spastiche. I poliziotti continuarono a colpirla con calci e a causa di uno di questi calci la sua testa venne sbattuta contro un armadio che era in corridoio".

Federico Primosig: "Non ho opposto alcun tipo di resistenza ed ero seduto per terra insieme alle altre due persone, sono stato immediatamente aggredito a manganellate e a calci; quindi sono stato trascinato all'esterno dell'aula dove sono stato nuovamente picchiato, scaraventato per terra dove hanno continuato a picchiarmi, poi sono stato trascinato sulla rampa delle scale e letteralmente scaraventato di sotto; sono arrivato rotolando al piano di sotto e qui mi hanno accolto altri poliziotti (erano tanti) che mi hanno nuovamente fatto oggetto di manganellate e calci; sono stato trascinato lungo il corridoio e a ogni sosta nuovamente picchiato e sottoposto a insulti del tipo: ' Frocio, comunista, avete voluto scherzare con la polizia adesso vi facciamo vedere noi, vi ammazziamo'".

Fini_fascista Processati e promossi
Antonio Sansonetti

Sono 28 gli uomini delle forze dell'ordine rinviati a giudizio per il blitz alla scuola Diaz, nei giorni del G8 a Genova. Fra loro agenti, funzionari, ed anche importanti dirigenti della Polizia di Stato. Primo fra tutti, Francesco Gratteri, capo nazionale dell'Anticrimine dal dicembre scorso, dopo essere stato questore di Bari e numero uno del nucleo Antiterrorismo. Giovanni Luperi, già insieme a Gratteri alla direzione dell'Antiterrorismo, dal luglio 2005 è consigliere ministeriale e dirigente generale di Pubblica Sicurezza. Gilberto Caldarozzi, direttore del Servizio centrale operativo (Sco), è stato promosso a dirigente superiore per 'meriti straordinari' grazie al ruolo rivestito in una delle maggiori operazioni di polizia degli ultimi anni: l'arresto di Bernardo Provenzano. Il questore Vincenzo Canterini è in Romania per l'Interpol, a dare la caccia ai trafficanti di organi e di esseri umani. Michelangelo Fournier è vicequestore a Roma; esperto di ordine pubblico, ha ricevuto elogi da sinistra per la calma mantenuta dalle forze dell'ordine durante la recente manifestazione anti-Bush. Numero due della questura di Torino, dopo esserlo stato ad Alessandria, è Spartaco Mortola. Fabio Ciccimarra è vicequestore a Latina. Nando Dominici è vicequestore vicario a Brescia. Filippo Ferri, figlio dell'ex ministro Enrico, è capo della Mobile di Firenze. Alla guida della Mobile di L'Aquila c'è invece Salvatore Gava. Alfredo Fabbrocini è commissario capo a Bari.

Gli altri imputati sono Fabrizio Basili, Michele Burgio, Angelo Cenni, Renzo Cerchi, Vincenzo Compagnone, Davide Di Novi, Carlo Di Sarro, Luigi Fazio, Fabrizio Ledoti, Carlo Lucaroni, Massimo Mazzoni, Massimo Nucera, Maurizio Panzieri, Pietro Stranieri, Pietro Troiani, Ciro Tucci ed Emiliano Zaccaria.


fonte: http://iltafano.typepad.com/il_tafano/2007/07/genova-maceller.html

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