"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci

sabato 2 giugno 2007

FASCISMI DI IERI E FASCISMI DI OGGI







Un bell’intervento di Vauro che, nonostante i quattro anni passati, è più che mai di attualità. Mentre altri si dedicano alle patrie parate autocelebranti noi continuiamo sulla strada della riflessione.. mauro

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FASCISMI DI IERI E FASCISMI DI OGGI

Atti del Convegno "Fascismi di ieri e di oggi" tenuto a Roma il 17 gennaio 2003

Vauro *

Voi sapete che non amo molto la cultura "quizzarola" della nostra televisione, la cultura dei quiz e dei concorsi a premi. Utilizzarla mi imbarazza un po', ma mi serve cominciare proponendovi un quiz. Non stiamo in uno studio televisivo e non vi chiederò di rispondere, anche perché non si vince nulla, non ci sono gettoni d'oro né altro in palio. Il quiz che vi propongo è quello di cercare di capire chi è l'autore della frase che vi propongo: "Colui che di propria iniziativa si distacca dalle regole di condotta di questa guerra umanitaria non può aspettarsi da noi null'altro che un ugual trattamento. Condurrò questa battaglia contro chiunque, fino a quando i diritti non saranno garantiti".


Sono sicuro che molti di voi stanno pensando a Bush, a Blair, qualcuno più malizioso al D'Alema del Kosovo, e invece questa frase è del signor Adolf Hitler ed è stata pronunciata il 1° settembre 1939 alle ore 10, poche ore dopo l'invasione dei Sudeti.
Ho iniziato con un gioco po' macabro e non voglio fare facili analogismi. Ci mancherebbe! Siamo già troppo accusati di antiamericanismo per paragonare in modo strumentale e meccanico il signor Bush o il signor Blair al signor Hitler.

Il nome di Berlusconi non è venuto in mente a nessuno perché la frase è troppo corta per essere stata pronunciata da lui.
Si tratta di Adolf Hitler. Il parallelo con Bush e Blair potrebbe risultare antistorico, però se è vero, come è vero, che le parole sono veicolo di contenuti e di idee, di un'idea del mondo e di un'idea dei rapporti sociali e civili che dovrebbero guidare il mondo, allora è anche vero che ci sono analogie veramente inquietanti.


Quando ho trovato questa frase non sapevo, per esempio, che la parola "guerra umanitaria" che sembra - ed oggi purtroppo è - una parola di stringente attualità, fosse stata usata in un tragico passato. La "guerra umanitaria" è entrata nel dibattito politico del mondo nella quale viviamo, mentre nella parte del mondo dove le "guerre umanitarie" si svolgono essa si mostra in tutta la sua menzognera realtà: è grottesco pensare che una guerra, che è la negazione dell'umanità e dell'essere umano, possa essere "umanitaria". L'altra inquietante analogia è il collegare la guerra alla difesa dei diritti. La guerra come strumento di difesa dei diritti.


Vorrei collocare il problema dei fascismi - giustamente il titolo di questo convegno non recita "fascismo di ieri e fascismo di oggi" ma "fascismi", perché ci sono diverse forme di fascismi e diversi elementi fascistizzanti - nel panorama mondiale e parlerei di fascismi globali, visto che questa parola, globali, oggi ha un senso. Vorrei collocarla in questo contesto anche per arrivare ai nostri fascismi - le due cose sono strettamente connesse, strettamente collegate - perché viviamo in un panorama mondiale dove la guerra è ideologizzata, la guerra diviene ideologia, questo e nient'altro può significare la teorizzazione di Bush sulla guerra "preventiva".
Viene data alla guerra una forte connotazione ideologica, una forte connotazione di modernità - non dimentichiamo che i nostri alpini sono arrivati oggi in Afghanistan sotto comando americano - fino ad arrivare ad una vera e propria "cultura" della guerra rappresentata benissimo dalla didascalia "guerra preventiva".


Che cosa significa "guerra preventiva"? Significa innanzitutto la morte, la negazione del diritto. Sia dei diritti umani, come è ovvio, sia di quella costruzione difficile, articolata - che trova il suo fondamento e le sue radici in esperienze storiche drammatiche come la 2a Guerra Mondiale - che ha dato frutti come, ad esempio, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Un altro di questi frutti fu la creazione delle Nazioni Unite, poi trasformate nell'Onu.
L'umanità intera, all'indomani di una guerra tremenda, ebbe un impatto spaventoso con l'orrore dell'arma nucleare, sto pensando a Hiroshima, a Nagasaki. La guerra già aveva il potenziale tremendo per mettere in discussione l'esistenza dell'umanità globalmente. Modernissima, in quel senso, perché è la stessa modernità che viviamo noi oggi.


All'indomani di quegli olocausti, quello nazista e quello nucleare, l'umanità sentì la necessità, l'urgenza di dotarsi di strumenti sovranazionali come le Nazioni Unite, perché la guerra scomparisse dal futuro. Come sappiamo, questo non è avvenuto, ma la teorizzazione della guerra preventiva nega alla base le ragioni fondanti e fondative di qualsiasi etica morale e politica del diritto internazionale, e qui si possono vedere forti analogie con il fascismo: un unico diritto, il diritto del più forte. Il diritto del più forte militarmente, il diritto del più forte economicamente e finanziariamente. In nome di che cosa? In nome di che cosa si vuol far diventare questa forza, di cui usufruisce soltanto una piccola parte dell'umanità, un diritto universale? In nome di un modello economico che vede il 20% della popolazione di questo pianeta consumare e sprecare le risorse globali condannando il resto dell'umanità al sottosviluppo e alla fame. Allora si capisce perché qualcuno ha il coraggio di chiamare "civiltà" questo modello.


Ricordo bene che alcuni giorni dopo la tragedia dell'11 settembre Berlusconi parlò di una guerra nel nome di una civiltà superiore, la nostra: una caricatura grottesca.
Eccoli gli elementi di fascismo, ecco la cultura fascista che permea le parole, i contenuti, gli atti di chi governa a livello nazionale ed internazionale. Questo modello esprime un pensiero unico. Le guerre servono a reprimere e cancellare ogni possibile obiezione, ogni possibile contraddizione rispetto al pensiero unico dell'imperatore, dell'impero, che difende, che non vuole esportare, non vuole allargare, perché il modello si basa su un trend di vita, quello statunitense, che non va toccato. E allora si difende con le armi, con le guerre, con i golpe. Anche con uno sforzo militare fortissimo per avere il controllo totale delle fonti energetiche.

Siamo purtroppo alle soglie della prossima guerra con l'Iraq ed è evidente ad ogni persona di buon senso, al di là della collocazione politica, la ridicola escalation dei ritrovamenti strani degli ispettori dell'Onu, che pure in qualche modo cercano almeno di rallentare la macchina americana. E' notizia di ieri il ritrovamento di testate vuote. Pensate un po' che arma di distruzione di massa sono le testate quando sono vuote. E' difficile da capire. Se mi puntassero qualcosa contro, vorrei che si trattasse di una testata vuota. Sono altre le testate belle piene.
Qui va sottolineato un collegamento forte con il Venezuela. Non a caso prima ho parlato di golpe. Il Venezuela è il paese serbatoio del petrolio degli Stati Uniti, il maggior fornitore, e un Venezuela che con Chavez tenta la via democratica, la costruzione di un minimo di stato sociale, visto che l'80% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, diventa "comunista", diventa il nemico. E allora l'impero si organizza collegandosi alle forze più retrive del latifondo e della confindustria venezuelana: un golpe di stampo cileno. A tutti viene in mente l'analogia drammatica fra quello che oggi sta accadendo in Venezuela e quello che ieri è accaduto in Cile. Qui siamo già entrati nel campo dei fascismi propriamente detti, perché Pinochet è stato un fascista così come lo era Videla.


Poi ci sono altri fascismi o elementi forti di fascismo a livello internazionale. Permettetemi di dirvi il disagio tremendo che provo quando vedo, quelle poche volte che lo fanno vedere in televisione, il muro che Israele sta costruendo intorno a quelli che suppone o che pretende siano i propri confini. E' il disagio di un europeo che conserva la memoria storica di ebrei che hanno subito uno spaventoso martirio e vede che quel muro viene costruito da quegli stessi ebrei: un carcere che sarà una prigione per i palestinesi, ma sarà soprattutto la fine della memoria storica di una componente importante del popolo ebraico rispetto alla propria stessa storia. Non si spiegherebbe come è potuto avvenire che siano cadute tutte le preclusioni verso gli eredi del fascismo, verso gli eredi di quelli che in Italia hanno fatto le leggi razziali. Non si spiegherebbe l'apertura, l'accoglienza addirittura festosa che Sharon ha tributato a Gianfranco Fini che non è andato a scusarsi per il fascismo, si è invece scusato vergognosamente "per il popolo italiano". Qui ci sono molti combattenti partigiani, incluso Armando Cossutta. Questo è il popolo italiano, quello che ha battuto il fascismo. Come può Fini chiedere scusa a nome del popolo italiano riconoscendolo quindi responsabile del fascismo?


Io credo che in questo quadro anche le cosiddette "anomalie nazionali", di cui gli interventi che mi hanno preceduto hanno approfonditamente parlato, si capiscono forse più a fondo. C'è un esempio che mi sembra abbastanza rappresentativo di come le pulsioni globali di fascismo poi si traducono nelle varie realtà nazionali in elementi di vero e proprio fascismo, ovviamente collocandosi e sviluppandosi a seconda del contesto. Uno degli esempi più eclatanti è la libertà di informazione, che non significa soltanto la presenza di alcuni giornalisti o la garanzia ad alcuni giornalisti di esprimere liberamente la propria opinione. Significa garantire ai cittadini la libertà di essere informati. Negare il diritto fondamentale di ciascuno di noi ad essere informato, significa negare il diritto di sviluppare una propria idea e una propria capacità critica rispetto agli avvenimenti così gravi che si susseguono nel mondo. La proprietà unica dei mezzi di informazione da parte di Berlusconi, il loro uso privato, è un elemento aggravante di un processo già molto avanzato di monopolizzazione dell'informazione a livello mondiale.


Non ho niente contro le nuove tecnologie, ma qualcosa contro i proprietari di queste nuove costosissime tecnologie sì. Enfatizzano il fatto che con le nuove tecnologie informatiche le notizie arrivino in tempo reale. Dietro l'enfatizzazione del tempo reale, c'è un'omissione di informazione perché vengono totalmente nascoste verità importanti che possono determinare e spostare il consenso a livello mondiale. L'informazione diventa un'arma da guerra. Io uso fare un esempio molto semplice e quindi coglietelo come tale: quando si sente parlare di innovazione tecnologica e delle meraviglie che ha portato, si pensa subito e solo a due cose: all'informazione e, guarda caso, alle armi. C'è un'immagine che fra la sintesi fra le due cose, l'avrete vista nei telegiornali e purtroppo la vedrete ancora: è quella telecamera montata sulla testata del missile intelligente che ci dà l'informazione in tempo così reale da farci seguire il missile in tutta la sua traiettoria fino a che non esplode sull'obiettivo. Con lui esplode anche la telecamera e finisce anche l'informazione in tempo reale. Quello che quel missile ha provocato nella carne delle persone non lo saprete mai. Quanti feriti, quanti morti, quanto dolore. Anche questi sono elementi forti di fascismo che permeano l'informazione e vengono resi più forti dal contesto, dal panorama di guerra in cui viviamo e servono a determinare il consenso o quantomeno ad avere un consenso passivo.


Vorrei concludere con un piccolo passo indietro della memoria.
Come tutti sapete, la nostra Costituzione recita all'articolo 11: "L'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie fra i popoli".
Non mi stanco mai di sottolineare il valore morale ed etico di chi ha scritto quella Costituzione. Gli uomini e le donne che uscivano da quell'esperienza eroica, ma anche tragica e terrificante, che è stata la Resistenza italiana, hanno sentito l'urgenza di una carta fondativa che utilizzasse il termine "ripudia" in uno stretto collegamento etico e politico. Quella Costituzione si permea, si fonda, si connota sull'antifascismo. Fa dell'antifascismo un valore etico oltre che politico. E allora io credo che oggi la questione importante sia collegare molto strettamente, perché sono due aspetti della stessa questione, il ripudio della guerra con il ripudio del fascismo.

* giornalista e vignettista

fonte: http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=465







2 giugno, festa della Repubblica




L'amico Pino ci manda la sua ultima fatica, che pubblichiamo perché ampiamente condivisa... buona lettura!

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2 giugno, Festa della Repubblica.

E sono 61!!! 61 anni fa accaddero due cose: l’Italia scelse di liquidare la monarchia licenziando i Savoiardi (i Re non i biscotti), per la prima volta in Italia votarono anche le donne.

Sono cambiate molte cose da allora. I savoiardi sono rientrati in Italia (e continuano a far casini con avvenenti signorine, truffe e gioco d’azzardo, la monarchia è ereditaria e lo è anche l’imbecillità), le donne continuano a votare, più raramente ad essere votate.

In tutte le elezioni che si fanno in Italia dal 1946 accadono sempre due cose: non si capisce mai chi vince o chi perde, le donne elette sono sempre poche. Diagnosi ben chiara, predisposizione a risolvere il problema e … niente. Ci si ferma qui evitando accuratamente di compiere qualunque azione che possa rendere più dinamico il panorama.

Eventi tumultuosi segnano la cronaca, un sistema mediatico che drammatizza ogni cosa e la rappresenta come il punto decisivo della svolta.

Parla il Monte Zemolo, ripete le stesse cose da anni, che sono le stesse cose che si ripetono da anni e giù titoloni, articoloni, dichiarazioni che sembrano sconquassare l’italico suolo. Due ore dopo … nulla.

Si vota per le amministrative, gli “oni” e gli “ini” con il contorno della pletora di slappachiappe dichiarano che avendo conquistato quello che avevano il governo si deve dimettere. L’Unione (suddivisa in 21 parti che sono d’accordo solo di essere in disaccordo), fa squadra: c’è chi fa il portiere, chi il muro, chi il pivot, chi il tallonatore e anche qualcuno che fa il nostromo. 1021 dichiarazioni diverse, per fortuna che il Siriana, portavoce ufficiale, come sempre ha taciuto. Il governo non si è dimesso e delle elezioni se ne riparlerà l’11 di giugno prossimo

Il Partito Democratico ha un risultato deludente, per la verità in qualche luogo si stenta a vedere il risultato, e quindi si rende necessaria una accelerazione. Bisogna stabilire subito chi comanda. Detto fatto: per rispettare la democrazia comanda chi si alza prima e lo dice alla stampa.

Cresce la “cosa rossa”, le falci e i martelli, in varia misura, non hanno avuto grandi risultati e fanno gruppo con lo squadrone dei DS rovesciati (SD) che sono i veri vincitori delle amministrative (vedi Taranto). La cosa rossa si riunisce il 1 giugno e si accorda sul tesoretto e sulla prossima riunione il 7 giugno. Forse il 7 giugno si accorderà sulla prossima riunione.

Il viceministro Visco litiga con il comandante generale della Guardia di Finanza Speciale (Speciale è il cognome) per storie di trasferimenti, indagini, Unipol e così via. Bisogna risolvere altrimenti il governo ci rimette le penne.

Consiglio dei Ministri, Prodi si arrabbia e dice qui comando io o me ne vado, tutti zitti.

Il Tesoretto sarà suddiviso due terzi e un terzo. Visco lascia la Guarda di Finanza e pure Speciale, il governo si rilancia. Sono tutti li a giurare concordia tranne il vice premier e Ministro degli Esteri D’Alema, assente per impegni assolutamente improrogabili. La coppa America inizia e la prima regata vede soccombere Luna Rossa per soli 8 secondi. D’Alema suggerisce al Tronchetti Provera che bisogna strambare e prendere le mura a destra. Siamo certi che il leader maximo darà il suo contributo alla prossima vittoria di Luna (azzurra?). Altro che perdere tempo discutendo di pensioni, salari, missioni militari, precariato, immigrazione e sanità. Queste sono cose che ci sono e ci saranno anche domani, non interessano la gente quanto la Luis Vuitton Cup. Questo si che può davvero cambiare il mondo.

Ultima cosa: sembra che un gruppo di società che gestiscono le reti del Gas abbiano truccato i contatori facendo delle creste colossali …Niente di nuovo, lo hanno fatto prima le banche, poi le compagnie elettriche, poi quelle telefoniche, poi le assicurazioni…. I costi della politica ragazzi? Bazzecole rispetto ai costi delle truffe da trust.

Ma dirlo non serve, tanto, sappiamo che aumenteranno gli uni e gli altri e noi tutti, incuranti, speriamo solo di poter festeggiare la vittoria di Luna Rossa sventolando quel tricolore che, depurato dello stemma savoiardo, da sessantuno anni rappresenta la Repubblica Italiana.

http://www.diario_di_bordo.ilcannocchiale.it/

Carducci celebra il Tricolore a Reggio Emilia



UN PO' DI STORIA PATRIA
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Discorso tenuto da Giosue Carducci il 7 gennaio 1897 a Reggio Emilia per
celebrare il 1° centenario della nascita del Tricolore


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PER IL TRICOLORE

Popolo di Reggio, Cittadini d'Italia!

Ciò che noi facciamo ora, ciò che da cotesta lapide si commemora, è più che una festa, è più che un fatto. Noi celebriamo, o fratelli, il natale della Patria.

Se la patria fosse anche a noi quello che era ai magnanimi antichi, cioè la suprema religione del cuore, dell'intelletto, della volontà, qui, come nella solennità di Atene e di Olimpia, qui, come nelle ferie laziali, starebbe, vampeggiante di purissimo fuoco, l'altare della patria; e un Pindaro nuovo vi condurrebbe intorno i candidi cori dei giovani e delle fanciulle cantanti le origini, e davanti sorgerebbe un altro Erodoto leggendo al popolo radunato le istorie, e il feciale chiamerebbe a gran voce i nomi delle città sorelle e giurate. Chiamerebbe te, o umbra ed etrusca Bologna, madre del diritto; e te Modena romana, madre della storia; e te epica Ferrara, ultima nata di connubii veneti e celti e longobardi su la mitica riviera del Po. E alle venienti aprirebbe le braccia Reggio animosa e leggiadra, questa figlia del console M. Emilio Lepido e madre a Ludovico Ariosto, tutta lieta della sua lode moderna; che "città animatrice d'Italia" la salutò Ugo Foscolo, e dal seno di lei cantava il poeta della Mascheroniana - La favilla scoppiò donne primiero Di nostra libertà corse il baleno. Ma i tempi sono oggimai sconsolati di bellezza e d'idealità; direbbesi che manchi nelle generazioni crescenti la coscienza, da poi che troppo i reggitori hanno mostrato di non curare la nazionale educazione. I volghi affollantisi intorno ai baccani e agli scandali, dirò così, officiali, dimenticano, anzi ignorano, i giorni delle glorie; nomi e fatti dimenticano della grande istoria recente, mercé dei quali essi divennero, o dovevano divenire, un popolo; ignora il popolo e trascura, e solo se ne ricordano per loro interesse i partiti. Tanto più siano grazie a te, o nobile Reggio, che nell'oblio d'Italia commemori come nella sala di questo palazzo di città, or son cent'anni, il 7 gennaio del 1797, fu decretato nazionale lo stendardo dei tre colori. Risuonano ancora nell'austerità della storia a vostro onore, o cittadini, le parole che di poi due giorni il Congresso Cispadano mandava da queste mura al popolo di Reggio: "Il vostro zelo per la causa della libertà fu eguale al vostro amore per il buon ordine. Sapranno i popoli di Modena di Ferrara di Bologna qual sia il popolo di Reggio, giusto, energico, generoso; e si animeranno ad emularvi nella carriera della gloria e della virtù. L'epoca della nostra Repubblica ebbe il principio fra queste mura; e quest'epoca luminosa sarà uno de' più bei momenti della città di Reggio".

Il presidente del Congresso Cispadano dicea vero. L'assemblea costituente delle quattro città segnò il primo passo da un confuso vagheggiamento di confederazioni al proposito dell'unità statuale, che fu il nocciolo dell'unità nazionale. Quelle città che fin allora s'erano riscontrate solo su' campi di battaglia con la spada calante a ferire, con l'ira scoppiante a maledire; che fino in una dissonanza d'accento tra' fraterni dialetti cercavano la barriera immortale della divisione e dell'odio; che fino inventarono un modo nuovo di poesia per oltraggiarsi; quelle città si erano pur una volta trovate a gittarsi l'una nelle braccia dell'altra, acclamando la repubblica una e indivisibile quale spirito di Dio scese dunque in cotesta sala a illuminare le menti, a rivelare tutta insieme la visione del passato e dell'avvenire, Roma che fu la grande, Italia che sarà la buona? Certo l'antico ed eterno spirito di nostra gente, che dalla fusione confluito delle varie italiche stirpi fu accolto e dato in custodia della Vesta romana dal cuore di Gracco e dal genio di Cesare, ora commosso dall'aura de' tempi nuovi scendeva in fiamme d'amore su i capi dei deputati cispadani, e di essi usciti di recente dalle anticamere e dalle segreterie de' legati e dei duchi faceva uomini pratici del reggimento libero, cittadini osservanti del giusto e dell'equo, legislatori prudenti per il presente, divinatori dell'avvenire.

E già a Roma, a Roma, si come a termine fisso del movimento iniziato , era volata nei discorsi e nei canti la fantasia patriottica; ma il senno ed il cuore mirò da presso il nemico eterno nel falso impero romano germanico, instrumento d'informe dispotismo alle mani di casa d'Austria; sicché prima a quei giorni risuonò in Reggio la non mai fin allora cantata in Italia reminiscenza della lega lombarda e di Legnano; sicché impaziente ormai d'opere la gioventù affrettò in Montechiarugolo le prove d'una vendetta di Gavinana. Per ciò tutto, Reggio fu degna che da queste mura si elevasse e prima sventolasse in questa piazza, segnacolo dell'unico stato e dell'innovata libertà, la bella la pura la santa bandiera dei tre colori.

Sii benedetta! benedetta nell'immacolata origine, benedetta nelle via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani. E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e sì augusta; il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l'anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de' poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch'ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà; ond'è che ella, come la dice la scritta, Piena di fati mosse alla gloria del Campidoglio.

Noi che l'adorammo ascendente in Campidoglio, noi negli anni della fanciullezza avevamo imparato ad amarla ed aspettarla dai grandi cuori degli avi e dei padri che ci narravano le cose oscure ed alte preparate, tentate, patite, su le quali tu splendevi in idea, più che speranza, più che promessa, come un'aureola di cielo a' morienti e a' morituri, o santo tricolore. E quando tu in effetto ricomparisti a balenare su la tempesta del portentoso Quarantotto i nostri cuori alla tua vista balzarono di vita novella; ti riconoscemmo, eri l'iride mandata da Dio a segnare la sua pace co'l popolo che discendeva da Roma, a segnare la fine del lungo obbrobrio e del triste servaggio d'Italia. Ora la generazione che sta per isparire dal combattuto e trionfato campo del Risorgimento, la generazione che fece l'Unità, te, o sacro segno di gloria, o bandiera di Mazzini di Garibaldi di Vittorio Emanuele, te commette alla generazione che l'unità deve compiere, che deve coronare d'idee e di forza la patria risorta.

O giovani, contemplaste mai con la visione dell'anima questa bandiera, quando ella dal Campidoglio riguarda i colli e il piano fatale onde Roma discese e lanciossi alla vittoria e all'incivilimento del mondo? o quando dalle antenne di San Marco spazia su'l mare che fu nostro e par che spii nell'oriente i regni della commerciante e guerreggiante Venezia? o quando dal Palazzo de' Priori saluta i clivi a cui Dante saliva poetando, da cui Michelangelo scendeva creando, su cui Galileo sancì la conquista dei cieli? Se una favilla vi resti ancora nel sangue dei vostri padri del Quarantotto e del Sessanta, non vi pare che su i monumenti della gloria vetusta questo vessillo della patria esulti più bello e diffonda più lieto i colori della sua gioventù? Si direbbe che gli spiriti antichi raccoltigli intorno lo empiano ed inanimino dei loro sospiri, rallegrando ne' suoi colori e ritemperando in nuovi sensi di vita e di speranza l'austerità della morte e la maestà delle memorie. O giovani, l'Italia non può e non vuole essere l'impero di Roma, se bene l'età della violenza non è finita pe' validi; oh quale orgoglio umano oserebbe mirare tant'alto? Ma né anche ha da essere la nazione cortigiana del rinascimento, alla mercé di tutti; quale viltà comporterebbe di dar sollazzo delle nostre ciance agli stranieri per ricambio di battiture e di stragi? Se l'Italia avesse a durar tuttavia come un museo o un conservatorio di musica o una villeggiatura per l'Europa oziosa, o al più aspirasse a divenire un mercato dove i fortunati vendessero dieci ciò che hanno arraffato per tre; oh per Dio non importava far le cinque giornate e ripigliare a baionetta in canna sette volte la vetta di San Martino, e meglio era non turbare la sacra quiete delle ruine di Roma con la tromba di Garibaldi sul Gianicolo o con la cannonata del re a Porta Pia. L' Italia è risorta nel mondo per sé e per il mondo, ella, per vivere, deve avere idee e forze sue, deve esplicare un officio suo civile ed umano, un'espansione morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla coscienza de' padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento il voto il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la patria; l'Italia avanti tutto! L'Italia sopra tutto!

7 gennaio 1897

GIOSUE CARDUCCI



fonte: http://www.radiomarconi.com/marconi/carducci/carducci2.html

Origini, storia e significato del Tricolore: http://www.radiomarconi.com/marconi/carducci/bandiera.html


venerdì 1 giugno 2007

Hitler a Milano










PERCORSI STORICI

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Luigi Borgomaneri

Hitler a Milano

i crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo

Per gentile concessione della casa editrice Datanews e dell’autore, pubblichiamo in anteprima


Hitler a Milano. I crimini di Theo Saevecke capo della Gestapo nella versione aggiornata alla luce delle nuove fonti emerse nel corso del processo celebrato dal Tribunale militare di Torino a carico dell’ex capitano delle SS Theo Saevecke, condannato all’ergastolo il 9 giugno 1999 per violenza con omicidio in danno di cittadini italiani (vedi Sentenza di condanna a carico di Theodor Saevecke).

PREFAZIONE dell’Autore

Quando nell’estate del 1996 iniziai le ricerche per ricostruire vita, attività e carriera di Theodor Saevecke ignoravo fosse ancora vivente né immaginavo che da lì a pochi mesi sarei divenuto uno dei due consulenti tecnici del Procuratore militare di Torino, Pier Paolo Rivello, nel procedimento penale a carico di Saevecke. La continuazione delle ricerche per incarico della procura torinese dopo la pubblicazione delle prime due edizioni del libro, e la collaborazione del giornalista Eggert Blum, di Mara Cambiaghi, Marc von Miquel e Sergio Fogagnolo, hanno portato al reperimento di nuove testimonianze e documenti che mi hanno indotto ad aggiornare il testo originario al fine di evidenziare ulteriormente le responsabilità di Saevecke in merito al reato contestatogli, al suo diretto coinvolgimento nella persecuzione antisemita, nonché al ruolo da lui svolto nelle stragi del luglio 1944 nel territorio del comune di Corbetta e a Robecco sul Naviglio.

Data la quasi generale distrazione dei media nei riguardi dello svolgimento della fase dibattimentale, ho ritenuto opportuno fornire ai lettori anche nuovi elementi di conoscenza sulle deposizioni di Frida Unterkofler, ex segretaria del comando retto da Saevecke, e dell’ex tenente dell’Ufficio politico investigativo della Gnr, Manlio Melli, citati entrambi dal Pubblico Ministero come testimoni a carico. Ugualmente - data la versione fornita da Indro Montanelli durante sua deposizione - mi è parso questa volta necessario inserire la ricostruzione della sua liberazione dal carcere di San Vittore (vedi nota 31).

Colgo l’occasione per ringraziare il professor Richard Lamb per le cortesi indicazioni archivistiche fornitemi, e in particolare lo storico Gerhard Schreiber e Bruno Pappalardo del Public Record Office di Londra, per la sollecita disponibilità dimostrata anche nel corso delle nuove ricerche.

Voglio infine ricordare il generoso contributo offertomi da Guido Valabrega, la cui recente scomparsa lascia un doloroso vuoto in chiunque, come me, abbia avuto la fortuna e l’onore di poterne apprezzare l’onestà intellettuale e l’impegno civile.

Milano, marzo 2000

INTRODUZIONE

Se il signor giudice Quistelli non avesse emesso la ormai nota sentenza del processo Priebke, questo libro non sarebbe forse stato scritto.

Sono passati più di cinquant'anni dalla conclusione della lotta partigiana e la memoria della Resistenza è attaccata dall'ignoranza e dalla mistificazione dei fatti artatamente e tenacemente coltivate da rivisitazioni becere e ingiuriose cui si contrappone una impacciata e svogliata difesa d'ufficio da parte di chi pure dice di richiamarsi ai suoi valori.

I governi succedutisi per cinquant'anni hanno fatto di tutto prima per criminalizzarla e poi per imbalsamarla nella retorica di una ufficialità appiattita e lottizzata rendendone anche il solo nome insopportabilmente noioso alle nuove generazioni mentre la sinistra storica ha contribuito ad asfissiarne ricordi e insegnamenti con una politica culturale sempre più ristretta a rituali commemorativi stanchi e disertati e con l'occhio attento ieri a non urtare la suscettibilità democristiana e oggi a non intralciare un allargamento del consenso, meglio ancora se elettorale,
raccontato in chiave di pacificazione nazionale. La scuola, salvo encomiabili eccezioni, ha mancato alle sue funzioni didattiche ed educative e i pregevoli risultati della storiografia resistenziale dell'ultimo ventennio sono rimasti per lo più confinati tra gli studiosi mentre il lavorio delle termiti di un revisionismo storico fazioso è stato amplificato da una televisione compiacente.

Mi è capitato non di rado, in alcuni Istituti in cui sono stato invitato nei soliti mesi d'aprile, che qualche studente, muovendo dall'assunto che la democrazia repubblicana è nata dalla Resistenza, si e mi chiedesse se le radici del consociativismo e del malcostune pubblico e privato che ha corroso il tessuto morale del paese insieme alla credibilità dei pubblici poteri, non dovessero essere di conseguenza ricercate proprio nella Resistenza, puntando così il dito contro l'autenticità della moralità e delle aspirazioni di rinnovamento sociale che erano state l'anima e la forza della Resistenza.Domande logiche e speculativamente più che legittime ma in questi ultimi anni alimentate ad arte per proseguire lungo quel cammino denigratorio iniziatosi già nell'immediato dopoguerra.

Questo libro non si prefigge di rispondere a quelle domande: se mai, attraverso la storia ricostruita, una storia come tante e finita come troppe, spera di suscitarne altre ancora.

Negli anni Sessanta si scoprì che Theodor Emil Saevecke, ex SS comandante la Sicherheitspolizei e la Gestapo operanti a Milano e responsabile di vari delitti, aveva nel dopoguerra continuato la sua carriera nella polizia della Repubblica federale tedesca, diventandone nientemeno che vicedirettore di uno dei più delicati e importanti dipartimenti. Lo scandalo che ne nacque venne sfacciatamente insabbiato, l'ex capitano, ormai colonnello, sparse la voce che si sarebbe prepensionato - il che non fece - e l'inchiesta ministeriale aperta a suo carico si concluse con la sua riabilitazione.

Il caso Saevecke è però diverso da quello di criminali di guerra come Priebke o Hass. Dopo la guerra non era entrato nell'ombra nascondendosi a Bariloche o a Albiate Brianza, non aveva cambiato nome né aveva cambiato mestiere. Non ce n'era stato bisogno. Nell'Europa postbellica un passato poliziesco vergognoso e da esecrare facevano fede di vocazione antidemocratica e anticomunista e così come, tanto per fare un esempio di casa nostra, Guido Leto, ex dirigente dell'Ovra, la famigerata polizia segreta del ventennio, era stato riammesso in servizio affidandogli la direzione di tutte le scuole di polizia della Repubblica, il signor Saevecke, insieme ad altri ex nazisti disseminati tra governo, magistratura e polizia, era stato riciclato per vegliare sulle scelte e sulla sicurezza della giovane democrazia tedesca o, se si preferisce, sugli interessi di chi tornava a servirsi di nazisti e fascisti pur di contenere le spinte di rinnovamento democratico.

Non si trattò di un errore ma di una scelta politica, così come, per scelta politica e non per incuria mediterranea, nel nostro paese centinaia di fascicoli relativi a crimini di guerra nazisti sono rimasti seppelliti per cinquant'anni con pesanti responsabilità della magistratura militare, ma soprattutto dei ministeri della Difesa che ne hanno controllato e diretto l'attività fino al 1988.

Il passato doveva essere dimenticato. Riportare a galla quei crimini avrebbe fatto emergere le connivenze e le protezioni di cui molti nazifascisti avevano goduto nel dopoguerra e avrebbe spinto a ricercare le motivazioni di quelle complicità; avrebbe rievocato la memoria della Resistenza e delle diffuse aspettative di rinnovamento istituzionale e sociale che ne erano state alla base e per la cui realizzazione, per la prima volta nella nostra storia, vaste masse si erano impegnate in prima persona; avrebbe inevitabilmente voluto dire tornare ad interrogarsi sui perché, con quali strumenti e da chi - ma anche a causa di quali errori - quelle aspettative erano state disattese.

Non solo. Seduti sul banco degli accusati i criminali nazisti, per scagionarsi, avrebbero certamente chiamato in causa i loro complici repubblichini e la coscienza dell'intero paese avrebbe dovuto riaprire dei conti troppo frettolosamente chiusi, a partire dall'indifferenza generale con cui vennero accolte le leggi razziali nel 1938 per arrivare a tutti quegli ebrei e resistenti non rastrellati o arrestati dai nazisti ma consegnati loro dai fascisti e dalla stessa polizia italiana. Allo stesso modo sarebbe riemerso quello che ancora oggi si cerca di sottacere o di ridimensionare e che va invece raccontato a quanti non sanno e ribadito a chi vuole fingere di non sapere o di non ricordare: senza la collaborazione volontaria dei corpi armati e polizieschi della repubblichina di Salò i nazisti non avrebbero potuto saccheggiare, reprimere, assassinare e deportare come fecero. Se questo accadde fu perché poterono servirsi di complici che portano ancora oggi sulle spalle ampia parte della responsabilità dei lutti, delle distruzioni e, in primo luogo, della guerra civile che afflissero il paese.

Chi scelse di stare dall'altra parte, in buona o mala fede che fosse, condivide la responsabilità storica di essersi schierato dalla parte dei Priebke e dei Saevecke, dalla parte di chi programmaticamente negò libertà democrazia e concepì violenza e terrore come principali, se non unici, strumenti di affermazione ed è pertanto responsabile di averne, con il proprio impegno, favorito e supportato i delitti. La comprensione oggi invocata per le motivazioni - non le ragioni - dei giovani di Salò è questione che deve interessare la storiografia, quella di sinistra sotto questo aspetto sicuramente in ritardo, ma non ha niente a che vedere con i propositi o gli inviti alla pacificazione.

Non sono gli ex combattenti della libertà né le generazioni che ne hanno ereditato i valori a doversi pacificare con chi ancora si richiama apertamente o velatamente al ventennio e agli sventurati giorni di Salò, o cerca di contrabbandarne improponibili rivalutazioni. L'amnistia che prese il nome dell'allora Guardasigilli Togliatti fu la più generosa dimostrazione di volontà pacificatoria. Se chi militò nelle schiere nazifasciste ignorava allora di combattere per il sistema dei campi di sterminio e di Marzabotto, in questi cinquant'anni ha avuto tempo e strumenti per sapere, meditare e rivedere le proprie scelte.

La storia dell'SS-Hauptsturmführer Theo Saevecke non è solamente il riflesso dell'ubriacatura nazionalista e razzista in cui precipitò la maggioranza del popolo tedesco in quegli anni, è anche dimostrazione esemplare della criminale complicità dei suoi servi repubblichini e delle scandalose protezioni, nostrane e d'oltralpe, di cui beneficiò nel dopoguerra, ed è una storia che si intreccia e rimanda anche a quella di chi, combattendo la bestia nazifascista, rese possibile la rinascita democratica del paese. E' dunque storia nostra, storia che troppe volte, e in modo fin troppo sbandierato, si è declamato essere impressa nel codice genetico della democrazia repubblicana, ma il cui patrimonio civile e morale non si è saputo - e non si è voluto - far diventare momento fondativo di una nuova coscienza nazionale e la cui memoria è oggi, sempre più spesso, oggetto di insolenti
attacchi, basti pensare, ultimo e macroscopico esempio di inammissibile ignoranza storica e di sfrontate velleità revisioniste, all'incredibile pretesa di voler mettere sotto accusa i gappisti autori dell'attentato di via Rasella e con loro, non ci vuole molto a capirlo, l'intera Resistenza.

Mi è parso necessario raccontare oggi i crimini del capitano Saevecke per ricordare e far ricordare chi furono i carnefici e chi le vittime, chi volontariamente lottò e si sacrificò per la libertà e la democrazia e chi - e con quali mezzi aberranti - cercò invece fino all'ultimo di soffocarle, perché soltanto la conoscenza dei fatti e la conservazione della memoria di ciò che è accaduto possono concorrere nel fornire, soprattutto ai giovani, gli elementi per la formulazione di un giudizio critico che li sottragga alle manipolazioni di chi vuole riscrivere quella storia falsandole e di chi, di volta in volta, non si perita - qualcuno con perseveranza suicida - di adattare storia e storiografia a scelte politiche contingenti. Ho ricostruito le malefatte del signor Saevecke e dei suoi manutengoli anche nella fiducia che, dimostrate le colpe di cui si è macchiato, se si comincia ad interrogarsi su come siano state possibili la sua carriera postbellica e la sua impunità, si inneschi un processo che non può non portare a porsi altre domande su allora e su tante altre vicende dei nostri ultimi cinquant'anni. E se le domande sono sostenute da onestà e rigore intellettuale, prima o poi si approda alle risposte giuste.

Mentre mi accingo a licenziare questo lavoro apprendo che il dottor Pier Paolo Rivello, Procuratore militare di Torino, ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio a carico del signor Saevecke. Spetta ora alla magistratura giudicarlo.

La conclusione di una ricostruzione storica può non coincidere con una conclusione processuale, ma anche in questo caso, come ebbe a dichiarare nel lontano 1963 Giovanni Melodia, segretario dell'Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti: «Saevecke [...] per noi resta un criminale».

E chi leggerà la storia delle sue azioni delittuose non potrà che convenirne.






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Da questo link potete scaricare tutto il libro in formato PDF: http://www.associazioni.milano.it/isec/ita/memoria/download/hitlermi.PDF

Fratelli Rosselli: un omicidio di Stato















Questo post, piuttosto corposo (ma necessario, non vogliatemene), si articola in quattro parti: la prima è a firma di Gaetano Salvemini, la seconda in un pezzo storico di Carlo Rosselli, che spero sollevi un ampio e approfondito dibattito, la terza è un bel ritratto della madre Amelia a cura di Marina Calloni; la quarta, ed ultima, è di stretta attualità, trattandosi di un documentario sull'esecuzione dei fratelli Rosselli.. con una sorpresa finale che porta il nome di François Maurice Adrien Marie Mitterrand. Armatevi di pazienza e
Buona lettura.
mauro


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Carlo e Nello Rosselli

di Gaetano Salvemini *

La banda di fascisti francesi che assassinò Carlo Rosselli a Bagnoles de l'Orne, in Francia, il 9 giugno 1937, non aveva nessuna ragione di volere la morte di un italiano la cui anima era tutta tesa verso l'Italia e che non prendeva nessuna parte nelle lotte politiche francesi. L'organizzazione cui gli assassini appartenevano preparava un colpo di stato in Francia. Mussolini le forniva i fondi e le armi. Il mercato fu: io vi do il denaro e le armi, voi datemi l'uomo.
Non appena l'assassinio fu conosciuto, tutti senza esitazione ne fecero risalire la responsabilità a Mussolini. A quella certezza morale si aggiunsero presto le prove materiali.
Carlo Rosselli era uno dei pochi capi che fossero sorti dalla generazione del dopoguerra. Aveva guadagnato la sua autorità nel carcere e nelle molteplici attività illegali. Il suo nome significava per centinaia di giovani in Italia coraggio e intransigenza morale.


La sua agiatezza gli consentiva di dedicare tutta la sua energia alla lotta politica, e con il suo patrimonio egli contribuiva largamente alle spese per il movimento antifascista. Mussolini facendolo assassinare sperava che il settimanale "Giustizia e Libertà", fondato e diretto da Carlo, avrebbe cessato di uscire quando l'opera e i contributi di Carlo fossero venuti meno. Poteva sperare che tutto il movimento che si era sviluppato intorno a lui in Italia si sfasciasse e che la sua morte seminasse il terrore fra gli antifascisti fuori d'Italia.
Colpisci il pastore e si disperderanno le pecore.


Ordinando l'assassinio di Carlo Rosselli, Mussolini intendeva schiacciare l'uomo che nel 1925, nell'ora del suo trionfo, lo aveva sfidato in Firenze insieme con Ernesto Rossi, pubblicando il "Non mollare", l'uomo che nel 1926, insieme con Ferruccio Parri, aveva condotto Filippo Turati a salvamento fuori d'Italia;- l'uomo che nel 1927, nel processo che ne seguì a Savona, si era trasformato da accusato in accusatore e aveva strappato una condanna che era un trionfo morale; l'uomo che nel 1929, insieme con Emilio Lussu e Fausto Nitti, gli era sgusciato fra le dita da Lipari, in un'evasione che è passata alla storia insieme con quella di Felice Orsini e di Pietro Kropotkine; l'uomo che, appena arrivato a Parigi, aveva ripreso contro di lui la lotta senza quartiere, forte solamente della volontà propria indomabile e della solidarietà fraterna e devota di pochi amici; l'uomo che nel 1930 aveva scoperto in Bassanesi un giovane capace di montare un aeroplano e, con poche ore di esercizio, partire dalla Svizzera e rimanere per mezz'ora nel cielo di Milano seminando manifestini antifascisti e sfidando la tanto strombazzata efficienza dell'aviazione fascista ; l'uomo che spargeva fermenti di rivolta nella gioventù universitaria italiana e così demoliva l'illusione che la gioventù educata nel clima fascista gli fosse tutta fedele.


In Carlo Rosselli, Mussolini volle sopprimere l'uomo che fin dai giorni più remoti era stato fra i primi e più tenaci a denunciare la gravità del pericolo fascista e la sua natura mostruosa, e che aveva previsto che una crisi così profonda non poteva non sboccare nella guerra.
Nei suoi scritti settimanali in "Giustizia e Libertà" e in tutta la sua attività battagliera, Carlo Rosselli affermava costantemente che la pace in Europa era una finzione e la guerra la realtà. Quella voce che preannunciava la guerra con lucida coscienza e ne fissava in precedenza la responsabilità con logica implacabile,Mussolini volle far tacere per sempre.
Facendo assassinare Carlo Rosselli, Mussolini volle infine, oltre che liberarsi del suo più attivo e temuto nemico, vendicare soprattutto le difficoltà da lui incontrate in quell'uomo che - di quelle difficoltà - era stato l'artefice primo.


Interventi individuali a difesa della repubblica in Spagna si erano manifestati subito, prima che Carlo Rosselli prendesse l'iniziativa di un intervento collettivo.
Ma quegli interventi individuali, pure essendo documento di generosità ammirevole, si disperdevano nel movimento generale della guerra civile spagnola e minacciavano di rimanere senza significato. Fu grande merito di Carlo Rosselli avere avuto immediatamente la visione chiara e netta della suprema importanza e dell'enorme significato, per la causa della libertà italiana, di un intervento collettivo antifascista con bandiera italiana nella guerra di Spagna. Fu suo merito l'aver compreso che quella eroica lotta di popolo per la sua libertà non era né doveva rimanere fatto nazionale della sola Spagna. Essa doveva dilagare al di là delle frontiere spagnole. Doveva esser portata in Italia e dovunque esistesse un regime fascista. Doveva essere il principio della guerra civile europea - guerra civile che non doveva essere giustificato, bensì voluta ed esaltata come legittima e sacrosanta.


Vincendo tutte le esitazioni, rompendo ogni indugio, con quella straordinaria vitalità che era la nota caratteristica della sua personalità, Carlo chiamò a raccolta gli antifascisti esuli e proscritti dall'Italia : battendosi valorosamente sul fronte di Huesca coi suoi compagni,come gruppo italiano, sollevò nella massa dell'emigrazione italiana un movimento di commozione e di entusiasmo che atti di eroismo individuale non avrebbero creato. Col suo gesto egli rese possibile, in un secondo tempo, la formazione di quella legione garibaldina che in sei battaglie condusse alla vittoria di Guadalajara.
Poca favilla gran fiamma seconda.


Carlo Rosselli aveva gettato il grido di battaglia "Oggi in Spagna, domani in Italia".
Soltanto otto giorni dopo che Carlo era stato ucciso dai sicari di Mussolini questi ammise il rovescio di Guadalajara sul Popolo d'Italia. Ora che si era preso la rivincita poteva confessare la sconfitta.

Insieme con Carlo, Mussolini fece assassinare suo fratello Nello. Quando fu preparato il delitto, Carlo era a Bagnoles de l'Orne, convalescente di una flebite dovuta agli strapazzi della guerra di Spagna. Nello era andato a trovarlo in una delle sue visite furtive che gli faceva non appena poteva uscire fuori d'Italia per i suoi studi.
Nello era anch'egli un antifascista convinto e irreducibile. Consigliato più volte dagli amici a stabilirsi fuori d'Italia non aveva mai voluto : diceva che era necessario che qualcuno rimanesse in Italia a dare l'esempio di non cedere. Era suo dovere di farlo.

Nello aveva saputo trovare forza e conforto negli studi. Il suo soggetto preferito era la storia del Risorgimento italiano. Egli pensava che la storia, investigata e raccontata con spirito di verità, compisse in Italia azione politica sia pure a lunga scadenza, come ogni opera di educazione morale e intellettuale. La storia italiana, specialmente quella del Risorgimento, era sistematicamente falsificata dai fascisti. C'era dunque in Italia ancora del lavoro per gli spiriti liberi: salvare dall'ondata delle falsificazioni fasciste il passato, per preparare l'avvenire. Nei suoi studi, Nello cercava di risolvere la contraddizione che tormentava la sua vita fra il desiderio di servire il suo paese e la impossibilità di servirlo in quelle condizioni. Si teneva in contatto con molti giovani ed esercitava su di essi un grande ascendente. L'indignazione che l'atto infame compiuto su di lui produsse in Italia diede appunto la misura dell' influenza ch'egli vi esercitava.

Gli uomini come Carlo, fuori d'Italia, squassarono la fiaccola della rivolta contro ogni vento ostile, in battaglie che sembravano, ma non erano, disperate.
Gli uomini come Nello, in Italia, tennero viva la fiaccola nascondendola sotto il moggio.
I due fratelli, associati nella vita e nella morte, simbolizzano le due Italie antifasciste : quella che si preparava nel silenzio e quella che apertamente lottava.
Nei suoi elementi più puri l'Italia mai si arrese ai fatti compiuti.


*Prefazione a: Carlo Rosselli, Scritti politici e autobiografici, Napoli 1944

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I MIEI CONTI COL MARXISMO


di
Carlo Rosselli
[da "Socialismo liberale"]


Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo -
Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procedendo per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali ” e i non meno famosi “sussidi di note ”.
Intanto, chi sono. Sono un socialista.
Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:

i.Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.
ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.
iii.Che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.
iv.Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.
v.Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).
vi.Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.
vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.
viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.
ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.
x.Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.
xi.Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.
xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.
xiii.Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

Il primo liberalismo ha da attuarsi all'interno.

Le tesi sono tredici.
Il tredici porta fortuna.
Chi vivrà vedrà.
[
Socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura, e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori, e significa quindi negare i fini primi del socialismo]

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Amelia Pincherle Moravia in Rosselli
(Venezia 6/1/1870 - Firenze 26/12/1954)

di Marina Calloni

da un ciclo di lezioni tenute
in ottobre 2003
nell'ambito dei seminari di Dialogare

Amelia Rosselli fu la prima donna a scrivere per il teatro in Italia. Nei primi decenni del Novecento Amelia ebbe grande rinomanza come autrice di drammi e di commedie, scritte anche in dialetto veneziano. Fu inoltre nota come giornalista, scrittrice di racconti e di libri per l’infanzia, oltre che come direttrice di collana, attivista politica e interessata alla questione femminile.


Amelia era nata da una famiglia ebraica della buona borghesia veneziana, che aveva partecipato alla difesa della Serenissima durante la Repubblica di Manin e ai moti risorgimentali. Dopo essersi trasferita a Roma, Amelia sposa il musicista Giuseppe (Joe) Rosselli, con cui trascorre alcuni anni a Vienna, dal 1892 al 1896. La famiglia del marito, i Rosselli-Nathan, di tradizione repubblicana e liberale, aveva sostenuto Mazzini durante gli anni dell’esilio londinese. Mazzini morirà poi a casa Rosselli a Pisa sotto il nome di Mr. Brown, ospite di Pellegrino e Janet Rosselli.


Amelia ebbe da Joe tre figli: Aldo, Carlo e Nello. Tuttavia si separò dal marito nel 1903, trasferendosi coi figli da Roma a Firenze. I figli di Amelia crebbero in un ambiente culturalmente stimolante, politicamente attivo e socialmente impegnato. Aldo, studente di medicina, partì volontario per la prima guerra mondiale, morendo nel 1916 sul fronte carnico. Carlo, professore di economia, lasciò l’insegnamento per la lotta politica. Inviato al confino nell’isola di Lipari, riuscì a fuggire, riparando a Parigi, dove fondò il movimento di “Giustizia e Libertà”. Nello, storico del Risorgimento, dopo aver subito il confino, deciderà di restare a vivere in Italia, continuando - attraverso i suoi studi - la sua opposizione al regime fascista. Carlo e Nello vennero uccisi a Bagnoles-de-l’Orne in Francia nel 1937, per mano dei Cagoulard, sicari francesi assoldati dai fascisti italiani.


Dopo l’assassinio di Carlo e Nello, Amelia scelse volontariamente l’esilio assieme alle due nuore e ai sette nipoti. Dopo aver abitato in Svizzera, a Villars-sur-Ollon dal 1937 al 1939, andrà a vivere nel Regno Unito, a Quainton-Bucks dal 1939 al 1940, per poi spostarsi negli Stati Uniti, a Larchmont, dove visse dal 1940 al 1946. Morì a Firenze nel 1954.


Oltre ad articoli apparsi su Il Marzocco dal 1904 al 1914, fra le opere di Amelia Rosselli si ricordano i suoi drammi teatrali:
Anima, Torino: Lattes 1901; Illusione, Torino-Roma: Roux & Viarengo 1906; Emma Liona (Lady Hamilton), Firenze: Bemporad 1924.
Degne di menzione sono anche le sue commedie in dialetto veneziano: El réfolo, Milano: Treves 1910; El socio del papà, Milano: Treves 1912; San Marco, Milano: Treves 1914.
Fra i suoi racconti si vedano: Felicità perduta, Livorno: Belforte 1901; Gente oscura, Torino-Roma: Roux & Viarengo 1903; Fratelli minori, Firenze: Bemporad 1921. Si considerino anche i libri per l’infanzia: Topinino. Storia di un bambino, Torino: Casa Editrice Nazionale, 1905; Topinino garzone di bottega, Firenze: Bemporad 1910.
Per gli epistolari: Carlo, Nello e Amelia Rosselli, Epistolario familiare (1914-1937), a cura di Z. Ciufoletti, II ed., Milano: Milano: Mondadori 1997; M. Calloni e L. Cedroni (a cura di), Politica e affetti familiari. Lettere dei Rosselli ai Ferrero (1917-1943), Milano: Feltrinelli 1997; Carlo Rosselli, Dall’esilio. Lettere alla moglie 1929-1937, a cura di C. Casucci, Firenze: Passigli 1997. Non da ultimo si veda la sua (auto)biografia: Amelia Rosselli, Memorie, a cura di M.Calloni, Bologna: il Mulino 2001.


fonte: http://www.dialogare.ch/Dialo_Vocabo_testi/D_Stor07.htm


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DA NON PERDERE
Su History Channel un documentario a 70 dall'omicidio

Quando Ciano fece uccidere i Rosselli

I fratelli Rosselli, Carlo e Nello, furono uccisi in Francia settant'anni fa da un'organizzazione di estrema destra, su mandato del regime fascista italiano. Fu un'omicidio che scosse l'Europa, centocinquantamila persone accompagnarono i feretri fino al Père Lachaise.

Venerdì prossimo, 8 giugno, alle 21, History Channel propone il documentario girato per questa ricorrenza: Il caso Rosselli, un delitto di regime, diretto da Stella Savino e scritto da Vania Del Borgo per DocLab.

L'accurata ricostruzione tralascia nulla: la formazione dei due intellettuali, il Socialismo liberale (avversato dal fascismo ma anche dai comunisti), l'esilio in Francia, l'omicidio compiuto da La Cagoule, famigerata organizzazione fascista.
La squadraccia francese esegue, Mussolini incolpa i comunisti, ma il mandante è Galeazzo Ciano, come dimostreranno le indagini. Tutto viene ricostruito nei dettagli, compreso un episodio della vita dell'allora giovanissimo
François Mitterrand, all'epoca tutt'altro che socialista, ma amico invece di uno degli assassini, che avrebbe non solo visitato in carcere più volte ma di cui avrebbe favorito anche la fuga in Sudamerica.

http://www.historychannel.it/

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vedi anche: http://www.fondazionerosselli.it/



Nell'aria di Roma si respira cocaina







ROMA
(31 maggio) - Nell'aria di Roma si respira cocaina. A rivelarlo è una ricerca condotta dall'istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr che ha analizzato il particolato sospeso, meglio conosciuto con il termine polveri sottili ("Pm10") . Tracce di sostanze stupefacenti, come cocaina e cannabinolo, sono state osservate in aree extraurbane e nei parchi cittadini di Roma, come Villa Ada e Monte Libretti.

«In alcune di queste aree - ha spiegato il responsabile della ricerca, Angelo Cecinato - la concentrazione di cocaina nell'aria può essere addirittura superiore ad alcune zone ad intenso traffico, come Cinecittà».

I risultati dello studio (svoltosi contemporaneamente a Roma, Taranto e Algeri) hanno evidenziato, oltre alla presenza di cocaina e di sostanze tossiche conosciute come il benzopirene, quella di cannabinolo (il principale componente attivo di marijuana). E poi ancora hashish e altre droghe, come nicotina e caffeina.

«Le concentrazioni più elevate di cocaina sono state riscontrate al centro di Roma e specialmente nell'area dell'Università La Sapienza - precisa Angelo Cecinato - anche se a causa del limitato numero di misure eseguite non si può dire con certezza che il quartiere universitario sia quello più inquinato di cocaina. Né possiamo affermare tout court che vi siano più diffusi il consumo e/o lo smercio di droghe: le cause di questa concentrazione sono tutte da indagare».

La ricerca ha avuto inizio nel 2004 quando «accidentalmente - spiega Cecinato - abbiamo riscontrato la presenza di cocaina e cannabinolo nelle polveri dell'aria romana. Da qui abbiamo deciso di proseguirla per valutare il livello di concentrazione delle sostanze nell'aria di Roma e di altre aree urbane italiane, come Taranto».

L'analisi dell'evoluzione stagionale della cocaina in aria indica che le concentrazioni massime (a Roma, circa 0,1 nanogrammi per metro cubo) si raggiungono nei mesi invernali. «Probabilmente per la più frequente e intensa stabilità atmosferica, o a causa dell'inversione termica al suolo che "blocca" le emissioni inquinanti negli stadi più bassi dell'atmosfera, impedendone la dispersione», precisa il responsabile del Cnr. Tali concentrazioni potrebbero apparire relativamente contenute, ma sono appena 5 volte inferiori ai limiti stabiliti per legge per una sostanza tossica come il benzopirene, mentre nella misura massima corrispondono ad un quantitativo 10 volte maggiore della normale presenza di diossina.

Da quanto è emerso dallo studio del Cnr, comunque, tracce di varie sostanze stupefacenti (in particolare cocaina e cannabinolo), sono state osservate anche in aree extraurbane e nei parchi cittadini, dove sembrano più alte che nelle strade di traffico. La cocaina appare invece in concentrazioni molto più basse nella città di Taranto, mentre risulta totalmente assente ad Algeri. Al contrario, nicotina e caffeina sono presenti in tutte le aree studiate, «dimostrando l'estrema diffusione del consumo di queste sostanze e la loro permanenza nell'area», spiega Cecinato.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=2293&sez=HOME_INITALIA

Annozero, Bbc, Vaticano..











[ W LA RAI ]

venerdì, 01 giugno 2007


Quattromilionisettecentottantunomila telespettatori, pari al 21 per cento di share. Il paese reale è più intelligente di Gianfranco Fini e di tanti altri piccoli e grandi quaquaraquà. Nessun commento da parte mia alla puntata di ieri sera di Annozero dedicata ai preti pedofili.

Ho avuto la stessa sensazione di 16 anni fa quando realizzammo noi di Samarcanda, insieme a Maurizio Costanzo, la staffetta su Libero Grassi. In prima serata irruppe il tema della mafia.

Sedici anni dopo, è caduto un altro tabù. Nell'Italia, paese cattolico per eccellenza, abbiamo potuto affrontare un tema scomodo che riguarda la Chiesa di Roma. Dunque, ha fatto bene la Rai a garantire questa serata televisiva. E' sempre più urgente che la politica faccia numerosi passi indietro e lasci la tv a chi si occupa e fa la Tv..

Sandro Ruotolo, coautore di Annozero

info@sandroruotolo.it

fonte: http://www.sandroruotolo.splinder.com/

Ecco perché è morto Adjmal, l'interprete di Mastrogiacomo















Un islam totalitario


di Khaled Fouad Allam


Che cosa c'è di speciale in Afghanistan, al di là della posizione strategica di questo paese, che rende in esso così profonda la frattura che si è creata all'interno dell'islam? Perché Al Qaeda è nata proprio lì e non altrove, al di là delle circostanze che le hanno consentito di svilupparsi?

La linea di frattura che attraversa l'islam afgano permette di intuire perché, ad esempio, tra il reporter italiano Daniele Mastrogiacomo e il suo giovane interprete afgano Adjmal Nashqbandi, entrambi sequestrati lo scorso marzo, il primo sia stato liberato e il secondo, invece, assassinato.

Il nome di famiglia dell'interprete rivela tutto un mondo: un mondo che ha contribuito alla formazione dell'islam, dall'Afghanistan all'Asia centrale.

Nel mondo islamico il nome di famiglia (nisba) si forma in genere a partire dal luogo di origine della tribù o del gruppo religioso di appartenenza. Nel caso di Nashqbandi l'origine è nella Nashqbandiya, una delle più importanti confraternite religiose dell'Asia centrale, fondata da Mohammed Barahuddin Nashqbandi (1318-1389), che ha nella città di Bukhara il suo centro spirituale ma si è diffusa in tutta l'Asia centrale fino al Caucaso.

I suoi seguaci professano un islam sufi, dunque di tipo mistico, a volte chiamato esoterico o parallelo, un islam pacifico e tollerante in totale antitesi con l'islam professato e imposto dai taliban. Quest'ultimo ha prodotto una forma eversiva del wahhabismo, che a mio avviso sfugge alla definizione di "fascismo islamico" ma piuttosto incarna un totalitarismo di terza generazione.

Il centro nevralgico della guerra all'interno dell' islam si colloca proprio su quella linea di confine tra un islam aperto e liberale e un islam totalitario.

Nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo e del suo interprete Adjmal Nashqbandi, probabilmente l'origine di quest'ultimo ha favorito il tragico esito della vicenda: per i taliban il mondo sufi rappresenta l'avversario per eccellenza, da combattere ed eliminare, proprio perché l'islam mistico contiene in sé l'alternativa all'islam politico.

Il resoconto della prigionia di Daniele Mastrogiacomo è stato forse una delle prime osservazioni scientifiche dell'universo mentale taliban. La contrapposizione rituale tra puro e impuro – che si traduce ad esempio nel non toccare il cibo o gli oggetti di un occidentale – è significativa non solo di un atteggiamento religioso ma di un ordine politico che si basa sulla dicotomia tra bene e male: l'islam contrapposto all'Occidente, il califfato o l'emirato alla democrazia, gli uomini alle donne. Si rammenti che il regime talebano definiva l'Afghanistan un emirato.

I taliban sono il prodotto dell'odierna frattura fra un islam totalizzante e un islam aperto.

Essi hanno trovato nel wahhabismo arabo della scuola coranica di Deoband, fondata a New Delhi alla fine dell'Ottocento, il loro punto di partenza ideologico, per farlo diventare in seguito l'ideologia dei Pashtun, oltre 12 milioni di persone divise fra Afghanistan e Pakistan.

Perché proprio i Pashtun, e non un'altra tribù, si sono fatti portatori del wahhabismo in quell'area? Perché essi sono l'unica tribù del luogo che rivendica una genealogia araba: Wazir, uno dei loro antenati che dà il nome alla provincia pakistana del Waziristan, era originario dalla penisola arabica. Il wahhabismo, nato nel Settecento in contesto arabo, ha funzionato da collante per gran parte di questa tribù. Al Qaeda ha capito bene che il fenomeno taliban poteva diventare un esperimento politico, un laboratorio cui l'islam politico poteva attingere, per trascinare con sé l'intero mondo musulmano.

È dunque una battaglia di significati quella che si sta svolgendo in Afghanistan; e dal suo esito dipenderanno le sorti di gran parte del mondo musulmano.

Ma l'Afghanistan non può essere visualizzato soltanto attraverso il prisma dei Pashtun e dei taliban, perché esso è un'altra cosa, come rivela il nome d'origine dello sventurato Adjman Nashqbandi. Non lontano da Herat c'è la tomba di Abdullah Ansari, uno dei più grandi mistici afghani, che scrisse nell'XI secolo: "O mio Dio! Che cosa hai fatto qui per i tuoi amici? Chiunque Ti cerca Ti trova, ma finché non Ti vede, non li riconosce".

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Il giornale su cui è uscito il commento di Khaled Fouad Allam, l'11 aprile 2007:

> "la Repubblica"

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TFR: quando il fondo fa "crack"




"Scegliere oggi pensando al domani". I manifesti due metri per due campeggiano sui muri di tutte le città italiane e invitano i cittadini a riflettere sulla destinazione della propria liquidazione. Maialini salvadanaio, matite colorate, piantine verdi: è la campagna informativa promossa dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale in collaborazione con l'Inps. Ad un mese dal 30 giugno, data entro la quale milioni di lavoratori dipendenti dovranno scegliere dove far maturare il trattamento di fine rapporto, destano preoccupazione i fallimenti di importanti fondi pensione. Ma la stampa non ne parla.
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Negli Stati Uniti i fondi aziendali hanno registrato negli anni scorsi deficit pari a oltre 110 miliardi di dollari. Le stime riportano la firma della Pension Benefit Guarante Corp, il COVIP americano.
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http://www.canisciolti.info/articoli_dettaglio.php?id=5211

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Le bugie dei sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale
Meglio il Tfr che i fondi pensione

I sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale, ossia il governo Prodi, come l'ex governo Berlusconi, i sindacati confederali e, naturalmente, la Confindustria, per convincere i lavoratori a privarsi del loro Tfr (Trattamento di fine rapporto) a favore dei fondi pensione complementari propagandano una serie di tesi, a loro dire incontrovertibili e indiscutibili. In realtà si tratta di tesi di parte, strumentali, che possono essere contestate e smentite.

Il debito dell'Inps
La prima tesi si fonda sul presunto debito dell'Inps (Istituto nazionale previdenza sociale). Una tesi rilanciata costantemente almeno dagli anni '90 in poi e ancora sventolata per giustificare il taglio della spesa pensionistica (cosa avvenuta in modo drastico e pesantissimo) e le controriforme liberiste che si sono succedute a partire dal governo Amato fino all'attuale governo Prodi, passando dai governi Ciampi, Dini, Prodi 1°, D'Alema, Berlusconi. Questa affermazione, in buona sostanza, è sempre stata strumentale, anche perché si è continuato a caricare sulle casse dell'Inps spese improprie di tipo assistenziale di competenza del Tesoro. Ma che oggi è falsa. All'inizio del 2007 risulta che l'Inps è in attivo di 431 milioni di euro. Nel 2005 ha chiuso il bilancio con un attivo di oltre 2,3 miliardi di euro. Nel 2004 questo risultato è stato di 5,26 miliardi di euro. Il patrimonio netto attuale raggiunge i 24,2 miliardi di euro.
Ciò è avvenuto e avviene nonostante che: le casse dell'Inps siano state "prosciugate" da una serie di spese assistenziali e non previdenziali; gli aiuti alle aziende (fiscalizzazione degli oneri sociali) abbiano sottratto risorse; il fondo dei lavoratori dipendenti abbia dovuto intervenire periodicamente per ripianare i deficit dei fondi di altre categorie, come commercianti e coltivatori diretti; l'immensa evasione contributiva da parte delle aziende (circa il 30%) solo per il 2006 è stata stimata per un valore di 50 milioni di euro.
E dire che c'è una legge, la n. 88/1989, che stabiliva l'obbligo di separare le spese assistenziali da mettere a carico dello Stato e della fiscalità generale, da quella previdenziale a carico dell'Inps, rimasta lettera morta, mai applicata sia dai governi di "centro-sinistra" sia da quelli di "centro-destra".

Insufficiente la pensione pubblica per vivere
La seconda tesi è che che il sistema pensionistico pubblico, specie per le nuove generazioni, copre al massimo appena il 50% del salario percepito al momento dell'età pensionabile. E tale tesi è vera, purtroppo. La previdenza sociale pubblica di miglior favore, varata nel 1968 sulla spinta delle grandi lotte sociali operaie, studentesche e popolari, è stata con più interventi negli anni demolita con controriforme liberiste le quali da un lato hanno peggiorato le normative, ridotto le prestazioni e tagliato il valore dell'assegno pensionistico, dall'altro hanno favorito la crescita di un sistema pensionistico privato, attraverso l'introduzione dei fondi pensione integrativi (chiusi e aperti) anche se a tutt'oggi stentano a prendere campo a livello di massa. Le controriforme hanno agito essenzialmente sull'innalzamento dell'età pensionabile, sulla limitazione della pensione anticipata d'anzianità, sul taglio del rendimento dei contributi soprattutto sostituendo il metodo di calcolo retributivo con quello contributivo. Accanto, agevolazioni fiscali di vario tipo per la costituzione dei fondi pensione, in particolare per quelli di tipo negoziale e contrattuale.
Se dunque, al punto cui si è giunti, la pensione pubblica non è sufficiente per vivere, diventa inevitabile, sostengono all'unisono governo, sindacati e padronato, farsi ognuno per conto suo, pagandola di propria tasca, la pensione integrativa. Scartando completamente la via opposta, quella del rilancio e dell'adeguamento normativo, fiscale ed economico del sistema pensionistico pubblico.

Tfr o fondi?
La terza tesi si fonda sull'assunto che il rendimento della liquidazione depositata nei fondi pensione sarebbe più alta e più conveniente rispetto alla scelta di mantenere il Tfr in azienda. Questo è forse l'aspetto più ingannatorio e più efficace su cui puntano governo, sindacati confederali e Confindustria per convincere i lavoratori ad aderire ai fondi. Ma da una disamina approfondita e completa del problema si giunge a una conclusione opposta e cioè che conviene tenersi il Tfr. Anche perché, se fosse come dicono loro, che bisogno avevano di introdurre il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso?
I lavoratori devono sapere che il Tfr garantisce un rendimento certo e al passo con il tasso dell'inflazione, mentre mercati finanziari all'interno dei quali agiscono i fondi non possono farlo: tutto dipende dalle congiunture economiche e dall'abilità di chi gioca in Borsa. Devono sapere che il passaggio del Tfr ai fondi è irreversibile, cioè non può essere ripensato in futuro. Devono sapere che non potranno disporre, salvo casi eccezionali e solo parzialmente, dei loro soldi versati finché non andranno in pensione. Devono sapere che il loro Tfr diventa capitale di rischio, con la possibilità quindi non affatto remota, di perdere tutto in caso di fallimento dei fondi pensione ai quali sono iscritti. Devono sapere che le imprese per il fatto di "privarsi" del Tfr (cioè salario differito dei lavoratori) a favore dei fondi pensione saranno compensate con agevolazioni fiscali, con soldi della collettività, dunque anche dei lavoratori stessi.

I rendimenti
Esaminando la questione dal lato strettamente economico non si arriva a conclusioni diverse. Com'è noto le aziende prelevano ogni anno dalla retribuzione dei propri dipendenti, il 6,9% del salario come accantonamento per l'indennità di fine rapporto. Complessivamente l'insieme del Tfr di tutti i lavoratori configura una cifra enorme che fa gola ai pescecani capitalisti. L'ammontare del Tfr viene rivalutato annualmente di un 1,5%, più il 75% dell'inflazione (aumento dei prezzi al consumo, il costo della vita). Esempio, se alla fine dell'anno l'aumento dei prezzi al consumo è stato del 2,7%, il rendimento del Tfr sarà per quell'anno del 3,52% (75% di 2,7 più la rivalutazione fissa dell'1,5%). Al di là delle tante considerazioni sopra richiamate: i fondi possono fare meglio? In teoria potrebbe avvenire, in pratica non avviene. I fondi che operano attualmente in Italia non prevedono infatti nessuna forma di garanzia di rendimento minimo. Il rischio finanziario è interamente a carico del lavoratore.
È vero che c'è investimento e investimento. Ci sono le obbligazioni e i titoli di Stato più sicuri ma meno redditizi, con costi di commissione molto più alti; ci sono le azioni meno sicure e più volatili ma più redditizie al momento che salgono. Il fatto è che che i fondi pensione devono essere in grado non solo di avere un rendimento superiore a quello del Tfr, talmente superiore da compensare il maggior rischio del mercato, da compensare l'elevata volatilità dei mercati rispetto a quella (prossima allo zero) del Tfr, talmente superiore da ripagare anche oneri e commissioni dei gestori finanziari. Alcuni studi mostrano che tra il 1970 e il 1995 i rendimenti azionari sono stati negativi. Comunque anche gli studi più ottimisti presentano tassi di rendimento in linea, se non inferiori, a quelli del Tfr.

Salari, profitti e rendimenti pensionistici
Vi è un aspetto di carattere generale forse poco chiaro ai più e che va tenuto in gran conto. Riguarda la contraddizione e il conflitto che si vengono a determinare tra la dinamica dei salari e la crescita dei rendimenti finanziari previdenziali. La condizione necessaria perché i fondi pensione siano convenienti per gli aderenti è che ci sia un continuo trasferimento di ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e quindi le pensioni. Il che porterebbe a un conflitto generazionale nel quale lavoratori e pensionati tendono ognuno a massimizzare i propri profitti a discapito dell'altro. Il sistema pensionistico retributivo favoriva una solidarietà intergenerazionale. Ora invece i pensionati, per massimizzare i profitti derivanti dalle rendite finanziarie sarebbero interessati a che i salari, e quindi i redditi da lavoro, crescano il meno possibile per non intaccare gli utili delle imprese.
Esiste inoltre il problema legato all'inflazione: nel sistema a capitalizzazione un periodo di elevata inflazione fa sì che il capitale perda rapidamente valore. Se poi esplode una situazione iperinflattiva si creano le condizioni per crolli finanziari e fallimenti con la perdita dei risparmi pensionistici dei lavoratori. Il caso drammatico dell'Argentina è fresco e lampante. Non per caso lì stanno tornando a un sistema pensionistico pubblico.

28 febbraio 2007

fonte:
http://www.pmli.it/megliotfrchefondipensione.htm