"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci
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martedì 2 ottobre 2007

GLI EROI NON EROI

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di Federico Bassetti


Dove sono finiti
gli eroi non eroi,
gli eroi involontari,
gli eroi automi
della libertà di chi
non eroe ne distrugge la sorte?
Per niente hanno lasciato il loro corpo
trasformarsi in confini,
trasformarsi in leggi
in diritti e doveri.Per cosa han combattuto
i ciechi eroi viventi:
per non vedere il proprio credo
scolpito su libri di storia,
in venali motivi cadere nelle mani
di ciarlatani venditori di libertà.
Con occhi spenti da una bomba,
con orecchie piene di rumori,
assurdi frastuoni
che vibran tra i ricordi,
non basta una bocca
per sbloccare le menti
di chi suicida muore
perché non capisce di essere libero
e cerca libertà in un mondo
pieno di prigionie.

(ai caduti per la libertà)

fonte: http://www.dallacittainvisibile.it/2007/09/27/gli-eroi-non-eroi/#more-113

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sabato 12 maggio 2007

Festa della Mamma? Taroccata..





E’ PROPRIO VERO: LA STORIA LA SCRIVONO SEMPRE I VINCITORI

Oggi ero impegnato con la scuola (naturopatia, che altro?) ed Elena era con Testarossa a festeggiare i nonni in quel di Bergamo (50 anni di matrimonio, mica bazzecole!) e quindi, per l’occasione anche la festa della Mamma. Ed io, nel mio corso di alchimia e spagiria, intanto pensavo a scrivere qualcosa di carino per un post su questa festa che, come dicevano in radio oggi, dovrebbe mettere d’accordo tutti, almeno per un giorno, dopo il famigerato Family Day.

Per non essere banale ho fatto qualche ricerca sulle origini di questa celebrazione (è il caso di dirlo) tutta core e amore.. accorgendomi, alla bella età di 54 anni, di essere completamente ignorante in materia.

Ho raggranellato un sacco di siti, esplorando la Rete, tutti con la medesima tiritera sul buonismo di una certa Anna M. Jarvis, sennonché..

Ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Vi posterò la storiella spacciata per buona, e di seguito quella vera. La conclusioni, sono certo, le trarrete da soli.
Buona lettura.

mauro

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La prima versione:

La festa della mamma fu istituita nel 1914 negli stati Uniti su proposta di
Anna M. Jarvis.
Anna era molto legata alla madre, un'insegnante della Andrews Methodist Church di Grafton, nel West Virginia.
Dopo la morte della madre, Anna si impegnò inviando lettere a ministri e membri del congresso affinché venisse celebrata una festa nazionale dedicata a tutte le mamme. Questa festa doveva rappresentare un segno d'affetto di tutti nei confronti della propria madre mentre questa era ancora viva.

Grazie alla sua tenacia e determinazione, la prima festa della mamma fu celebrata a Grafton e l'anno dopo a Filadelfia: era il 10 maggio 1908 .
Anna Jarvis scelse come simbolo di questa festa il garofano, fiore preferito dalla madre: rosso per le mamme in vita, bianco per le mamme scomparse.

Nel 1914 il presidente Wilson annunciò la delibera del Congresso per festeggiare questa festa la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri del Paese.

lacrimevole, ma tant'è..

La seconda versione:

La festa della mamma è una ricorrenza civile diffusa in tutto il mondo. In Italia cadeva regolarmente l'8 maggio, fin quando non si decise di fissarla alla seconda domenica di maggio.

Costituisce una festa molto antica, legata al culto delle divinità della fertilità degli antichi popoli politeisti, che veniva celebrato proprio nel periodo dell'anno in cui il passaggio della natura dal freddo e statico inverno al pieno dell'estate dei profumi e dei colori (e della prosperità nelle antiche civilità contadine) era più evidente. Con l'andare del tempo questa festività dal tono religioso si è evoluta in festa, talvolta anche in sagra.

Negli Stati Uniti nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista (della schiavitù), propose di fatto l'istituzione del Mother's Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra. Fu ufficializzata nel 1914 dal presidente Woodrow Wilson con la delibera del Congresso di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri e speranza per la pace. La festa si è diffusa in molti Paesi del mondo, ma cambiano le date in cui è festeggiata.

In Italia fu celebrata per la prima volta nel 1957 da don Otello Migliosi ad Assisi, nel piccolo borgo di Tordibetto di cui era parroco. Migliosi la celebrò la seconda domenica di Maggio {cfr. C'è ancora la festa di campagna? in L'Osservatore della Domenica, suppl. a L'Osservatore Romano del 17.07.1982; cfr. La Voce. settimanale religioso sociale del 10.05.1970, p. 2}.

In molti Paesi la ricorrenza è stata imitata dalla civiltà occidentale: in Africa, ad esempio, alcuni Stati istituirono la festa della mamma ispirandosi al concetto britannico della stessa.

fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_della_mamma

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Mother's Day Proclamation - 1870





by Julia Ward Howe

Arise then...women of this day!
Arise, all women who have hearts!
Whether your baptism be of water or of tears!
Say firmly:
"We will not have questions answered by irrelevant agencies,
Our husbands will not come to us, reeking with carnage,
For caresses and applause.
Our sons shall not be taken from us to unlearn
All that we have been able to teach them of charity, mercy and patience.
We, the women of one country,
Will be too tender of those of another country
To allow our sons to be trained to injure theirs."

From the voice of a devastated Earth a voice goes up with
Our own. It says: "Disarm! Disarm!
The sword of murder is not the balance of justice."
Blood does not wipe our dishonor,
Nor violence indicate possession.
As men have often forsaken the plough and the anvil
At the summons of war,
Let women now leave all that may be left of home
For a great and earnest day of counsel.
Let them meet first, as women, to bewail and commemorate the dead.
Let them solemnly take counsel with each other as to the means
Whereby the great human family can live in peace...
Each bearing after his own time the sacred impress, not of Caesar,
But of God -
In the name of womanhood and humanity, I earnestly ask
That a general congress of women without limit of nationality,
May be appointed and held at someplace deemed most convenient
And the earliest period consistent with its objects,
To promote the alliance of the different nationalities,
The amicable settlement of international questions,
The great and general interests of peace.


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Preghiera alla madre

Madre che ho fatto

soffrire

(cantava un merlo alla finestra,il giorno

abbassava, sì acuta era la pena

che morte a entrambi io mi invocavo)

madre

ieri in tomba obliata, oggi rinata

presenza,

che dal fondo dilaga quasi vena

d’ acqua, cui dura forza reprimeva,

e una mano le toglie abile o incauta

l’ impedimento;

presaga gioia io sento

il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,

come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’ anima fanciulla,

inebriatasi del tuo mesto viso,

sì che l’ ali vi perda come al lume

una farfalla. E’ un sogno

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

--ho tanta

gioia e tanta stanchezza!—

farmi, o madre,

come una macchia della terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.


Umberto Saba

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lunedì 30 aprile 2007

70 anni dalla morte di Antonio Gramsci









Vogliamo ricordare Antonio Gramsci anche noi, e lo facciamo attraverso le parole di un'intervista molto significativa

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• Intervista a Joseph A. Buttigieg

di SIMONETTA FIORI



Intervista a Joseph A. Buttigieg su un classico assai presente nella cultura internazionale. Quasi scomparso da noi, negli USA è la bestia nera della destra. I 'subaltern studies' dall'India al Brasile, dall'Africa alla Cina.


Gramsci, chi era costui? Nel settantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937), il profilo di un classico del Novecento, l'autore che Benedetto Croce acclamò come «patrimonio di tutti», appare piuttosto sfocato se non totalmente oscurato, almeno nel paese che gli ha dato i natali. Ed è questo il primo paradosso nel trarre un bilancio della sua fortuna: oggetto di accurati studi in tutto il mondo - dall'Australia a Israele, dagli Stati Uniti all'India, dal Giappone al Brasile -, tuttora bestia nera dei polemisti conservatori nordamericani, in Italia la sua immagine appare un po' impolverata, un busto ammaccato ormai da tempo riposto in soffitta, salvo restauri e lucidature dell'ultima ora, quando proprio non se ne può fare a meno. È quel che in fondo accade in questo settantennale, in un tripudio di iniziative promosse dall'Istituto-Fondazione Gramsci, opportunamente destato da una protratta letargia.

Anche nel linguaggio politico, il lessico gramsciano talvolta rimbalza nella sua versione caricaturale (le "casematte" evocate dall'inquilino di Arcore o "la guerra di posizione" annunciata dall'inventore del mito padano). Mentre a sinistra dopo una stagione di feroci lotte su letture opposte e contrarie (Gramsci comunista o critico ante litteram del comunismo? Gramsci liberaldemocratico o cominternista?) la rimozione appare diffusa o la rievocazione generalmente pasticciata, con rare eccezioni. Eppure l'Italia può vantare una famiglia di gramscisti nobili, discesa dal decano Valentino Gerratana. Non sono mancati negli ultimi anni contributi importanti come il volume postumo di Antonio A. Santucci (Sellerio) o il fondamentale "Gramsci storico" di Alberto Burgio (Laterza), insieme a "Le parole di Gramsci" a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori (Carocci), animatore quest'ultimo della vivace sezione italiana dell'International Gramsci Society, la rete che raccoglie i massimi specialisti del mondo. Recenti anche i saggi di Chiara Daniele ed Angelo d'Orsi. Ma è come se si trattasse di una comunità conventuale, operosa e dedita, ma sostanzialmente separata dal dibattito pubblico. Sacerdoti un po' eccentrici di un classico ingiustamente condannato alla muffa o talvolta rianimato da talenti romanzeschi che ne riscrivono la morte (Massimo Caprara arrivò a ipotizzarne il suicidio) o invocano fantasiose carte occultate dal perfido Togliatti (Il Giornale qualche settimana fa).

Gramsci dimenticato? Se il suo profilo politico appare inesorabilmente estinto insieme alla storia del comunismo italiano e internazionale, non esiste forse un Gramsci intellettuale da continuare a interrogare? Il nostro paese sembra smentire la profezia di Hobsbawm che, solo qualche anno fa, citava Gramsci come l'unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell'accademia.

"Un classico italiano generalmente ignorato in Italia", dice ora Joseph A. Buttigieg, figura di massimo prestigio dell'International Gramsci Society (ne è il segretario) e traduttore americano dei Quaderni.

"E dire che per un quarantennio - dalla prima edizione delle Lettere nel 1947 fino all'89 - è stato una presenza molto vitale nel dibattito pubblico e nelle correnti culturali italiane. Ricordo che ancora negli anni Ottanta ci si chiedeva se Gramsci sarebbe diventato un classico. Il fatto è che ovunque lo è diventato, e si continua a dialogare con lui. Mentre in Italia - con la sola eccezione dei gramscisti della Igs - appare per lo più consegnato al museo dell'antichità!

Professor Buttigieg, dove le appare più forte la presenza di Gramsci nel mondo?

"Direi nel campo dei cultural studies, una corrente di studio ispirata inizialmente dagli scritti di Raymond Williams e Stuart Hall, oggi diffusa in tutto il mondo anglofono. Il concetto chiave è quello gramsciano dell'egemonia, del potere culturale. Il consenso ricercato sul terreno della cultura. Nelle sue analisi dello Stato moderno Gramsci mostrava che il potere dei governanti non è basato sulla capacità coercitiva dello Stato ma piuttosto sulla capacità di coltivare il consenso dei governati. Il consenso è creato appunto sul terreno della cultura. Allora per capire uno Stato moderno non basta studiare i partiti politici e la struttura economica, ma è necessario analizzare quell'insieme di fenomeni che Gramsci chiamò l'organizzazione della cultura: la scuola, le chiese, i giornali, le riviste, il cinema, il romanzo d'appendice. Solo in questi ultimi anni i cultural studies hanno cominciato a destare un certo interesse anche in Italia".

Ma c'è una relazione con i subaltern studies, altro campo d'influenza gramsciana?

"Questi nascono da un'altra riflessione di Gramsci, raccolta nel Quaderno 25: Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni. I primi studi uscirono a Calcutta nei primi anni Ottanta, su iniziativa di Ranajit Guha. Nel decennio successivo un altro gruppo di studiosi ha esteso la riflessione di Guha e di altri teorici asiatici all'America Latina. Il campo di indagine ha continuato ad allargarsi: numerosi sono i saggi che trattano della subalternità in chiave gramsciana lungo territori diversissimi, dall'Africa alla Cina, dall'Irlanda alla Palestina. Molto spesso le teorie sulla subalternità si sono intrecciate con gli studi su colonialismo e post-colonialismo. Tra i massimi studiosi che hanno usato categorie gramsciane in questo campo va ricordato l'americano palestinese Edward Said".

In tutte le maggiori università americane, ma anche in Cina o in America Latina, non manca qualche corso sui cultural studies o postcolonial studies. "Sì, una moda molto contagiosa. E' curioso che nessuna di queste correnti sia nata in Italia".

E nel campo delle scienze politiche, qual è il riferimento a Gramsci più frequente?

"Gramsci è considerato uno dei maggior teorici della società civile, categoria oggi assai studiata nel mondo anglosassone. Egli più di altri pensatori ci fa capire che non è un terreno completamente neutro, come invece sostiene il liberalismo classico, il quale teorizza una netta separazione tra il governo e la società civile. Le note gramsciane sulla formazione dell'opinione pubblica e sulle connessioni tra società civile e società politica - scritte settantacinque anni fa - sono valide tuttora".

Colpisce che negli Stati Uniti Gramsci sia così presente nel dibattito pubblico. "Sì, in forme talvolta minacciose. Recentemente il suo nome è riecheggiato insieme a quello di Hugo Chávez, la nuova bête noir dell'amministrazione Bush. Per certi pubblicisti conservatori il fatto che il leader venezuelano citi Gramsci nei suoi discorsi è una conferma della pericolosità dell'autore dei Quaderni. Che cosa leghi Gramsci a Chávez è tutto da dimostrare, ma il clima intorno al pensatore sardo è quello evocato da Michael Novak in un celebre articolo del 1989: The Gramscist are coming, ovvero le orde barbariche di Serse alle porte...".

Gramsci come l'uomo nero?

"Più o meno. È interessante l'uso che ne viene fatto nei media più popolari. Il più noto commentatore conservatore alla radio, Rush Limbaugh, ha scritto in uno dei suoi libri che Gramsci è "l'ultima speranza per chi odia l'America". Secondo Pat Buchanan, candidato alle elezioni del Duemila, la minaccia d'una rivoluzione gramsciana è un pericolo reale. Un'immagine muscolare dell'autore delle Lettere affiora anche nei saggi prodotti recentemente dall'Heritage Foundation, una sorta di "think tanks" della destra. Una "Gramscifobia" diffusa, che rivela la confusione ideologica della destra statunitense".

In compenso Amartya Sen, economista premio Nobel, sceglie Gramsci come oggetto d'indagine.

"Sì, quattro anni fa è comparso sul Journal of Economic Literature un suo importante saggio che mette in relazione i Quaderni con Wittgenstein e Sraffa. E' questo un altro aspetto di Gramsci che va acquistando rilievo negli studi internazionali: la sua riflessione sulla lingua e sul rapporto tra lingua e politica.

Naturalmente quello gramsciano è l'approccio d'un materialista storico: la prassi linguistica non può essere analizzata indipendentemente da ogni altra attività sociale. Esiste oggi un'amplia bibliografia - tra Canada, Stati Uniti e Inghilterra - che traccia un raffronto tra Gramsci e Michail Bachtin, Walter Benjamin, la Scuola di Francoforte".

A fronte di questi fermenti, lei come spiega la sua rimozione in Italia?

"Direi che da voi Gramsci è sostanzialmente ignorato, specie nel dibattito pubblico. Intendiamoci: è di massimo valore il lavoro degli specialisti italiani della Igs - penso soprattutto al grande progetto del Lessico gramsciano - ma è altrettanto indubbio che questo lavoro finisca per interessare solo poche persone. Ed è un peccato, perché il testo gramsciano ha ancora molto da dire, sul terreno della società civile come su quello del potere culturale. Forse Gramsci non è più ascoltato perché il clima prevalente è ostile alla serietà, al pensiero sobrio, alle analisi intellettualmente rigorose. Mi auguro che questo anniversario serva a correggere una colpevole distrazione". (L’Ernesto).


http://www.granmai.cubasi.cu/italiano/2007/febrero/mar27/gramsci-it.html

L'Avana. 27 Febbraio 2007

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Pier Paolo Pasolini

Le ceneri di Gramsci



"Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia.."


http://www.pasolini.net/poesia_cenerigramsci.htm

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sabato 7 aprile 2007

Alda Merini, poetessa



Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto un’isterica.



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Intervista ad Alda Merini, la voce libera di una donna vera


Per lei il compleanno è una data importante?

Lo era, adesso non lo è più perché ho incontrato un sacco di ragazzi sciocchi che sono nati il 21 marzo e mi sono veramente cascate le ginocchia. Io nascerò un altro giorno.

Però la primavera è nata il 21 marzo

Non l’ho fatta io, guardi. Il 21 marzo è la festa mondiale della poesia, ma il 21 come inizio della primavera è un caso, primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio. A furia di andare in giro a vanvera come vado in giro io, mi sono imbattuta male, però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire. Tutto lì. C’è un medico che mi ha raccontato una cosa: succedono dei miracoli. E mi ha detto: lei ha avuto un miracolo, non si ricorda più del manicomio, tutto spazzato via.

Ho vissuto come una sequenza catartica, di purificazione, ma di quale peccato non l’ho mai saputo. Comunque è una purificazione a livello religioso, in cui uno si rende conto che la morte gli cammina a fianco e non se ne rende conto. L’ho pensato spesso di quel grande editore che era Vanni Scheiwiller che alla mattina partiva con la valigetta e dicevo: verrà un giorno che diranno all’Alda Merini: oggi non parti più. Sarà un giorno tremendo in cui chiuderanno la porta: verrà anche per noi comunque, ma questo non mi rende triste. Anche perché se chiudono la porta gli spifferi non entrano più e io non mi ammalo più (ride). Finché son viva ho spifferi da tutte le parti.

Se vogliamo dividere in periodi questi suoi 76 anni possiamo immaginare quattro parti di 19 anni. Il primo ciclo si conclude nel 1950. Cosa le ricorda questa data?

E’ quando mi sono sposata. Ero una bella giovinetta, mi mangiai la giovinezza, era tenera, era buona, come dice il poeta. Me la sono mangiata.

Se dovesse scegliere una poesia di quel periodo?

Mah, non ho più voglia di parlare di poesia, ne ho fatte tante. Però mi interessa molto parlare di quella che è stata la mia vita che secondo me è stata molto bella. Perché quelli che dicono che sono felici mentono perché nessuno è felice. Io invece ho trovato il mio cantuccio di felicità che adesso è la vecchiaia. Per me è bella, uno la vuol curare, vuol curare le ragadi, la piega sbagliata, e finiscono per farmi ringiovanire, ma non ci tengo.

Quando ha cominciato ad apprezzare l’età della vecchiaia?

Sempre fin da giovane, perché ero già matura, quindi ero già vecchia. Per me la vecchiaia non è una novità, è un prolungamento della giovinezza. Sono stata una ragazza precoce, ma voglio dire che non vedo la brutalità della morte, della vecchiaia, il poeta non ha tempo. Ha il tempo che si ritrova in mano, quel poco, quel tanto. Di solito i poeti sono religiosi perché apprezzano i doni della vita.

E questa sensazione di essere senza tempo è stata la poesia a fargliela percepire?

No, la poesia è un mezzo per raggiungere la felicità, non è che si invecchia o si ringiovanisce con un bel verso sulla giacca. Queste sono balle. Che raccontano. Le voglio raccontare un aneddoto. Io e mia sorella che era una grande donna, di carattere, un po’ come me. L’ho vista seppellire, una bellissima cassa tutta istoriata feci questo pensiero. Meno male che tu muori, io non morirò mai. Rimasi così male a vedere che questa conosceva la morte e io sarei stata eterna. Ebbi questa folgorazione: che cosa ho fatto a scrivere dei versi? E’ stato sei anni fa. Mi manca molto mia sorella. Era una donna che apprezzava come me la vita.

… e che l’ha accompagnata per tanti anni…

Mi ha accompagnata, calpestata. Il problema dei manicomi è stato il problema della Dickinson. Mia sorella era gelosissima di me, secondo me ha preferito rinchiudermi, perché mi voleva un bene incredibile. Capisco, era un delirio, però era amore. Io sono rimasta là, accompagnata dalla sua ombra. Non voleva che io amassi gli uomini, era una contaminazione. Io li ho amati così di straforo, è stato molto bello però.

Quindi l’amore può portare a rinchiudere in manicomi o in gabbie.

Può portare a uccidere, lo sappiamo tutti perché abbiamo queste crisi di gelosia, questi rifiuti. L’amore può fare molto male, però se capisce che è amore, allora diventa un gaudio. Se lei perdona, capisce che ha ucciso per amore e allora torna in Paradiso.

Nell’amore, come nella realtà ci sono sempre almeno due facce.

Se uno le sa vedere sì. Cioè sappiamo tutti che una persona in qualsiasi momento può diventare un aspide o un angelo, è un impasto di bene e di male. Quindi preveder questo dualismo nell’essere umano è già scoprire l’infinito, la celebrità, la morte e la resurrezione. Ma questo non è un cristianesimo di tutti i giorni, è più paganesimo che altro.

Però nel suo paganesimo la figura di Cristo è ben presente….

Ma Cristo è stato un furbo. Anche noi siamo stati crocifissi. Quello che dà fastidio nella figura di Cristo è che è stato sconciato, deriso, portato su un patibolo falso, quando era un uomo che non si è difeso. Ci sono momenti in cui il poeta che è anche filosofo non ha più difese, non sa più cosa dire, si lascia uccidere.

Nel raccontare la figura di Cristo lei ci si è anche identificata?

No, io sono una donna, non dico come Arnoldo Mondadori “Gesù mi ama”. Spero che mi ami. Né io gli voglio un bene da morire. Preferisco la vita

In quale delle figure religiose che ha raccontato invece si è identificata? In Maria?

Neanche. In Ponzio Pilato. Francamente io me ne infischio del parere degli altri, non ne ho mai tenuto conto. non mi interessa molto, anzi per niente. Sono gli adolescenti che si identificano e dipendono dal giudizio degli altri.

Facciamo un altro salto nel tempo e arriviamo a metà della sua vita, al 1969. Cosa ricorda?

E’ il periodo in cui ho avuto mia figlia, Barbara. E’ quella la cosa più importante, quando ho messo al mondo la mia bambina.

Per un poeta mettere il nome a una figlia è forse più complesso che per gli altri, perché conosce e cerca il significato più profondo di ogni parola. Perché ad esempio ha chiamato sua figlia Barbara?

Adesso lo posso anche dire. Perché sono sempre stata una donna molto trascurata e mio marito mi diceva: “Sembri una barbona.”. Allora tra “barbera” e “barbona” ho detto: chiamiamola Barbara. Ma di fatti è venuta su con un carattere barbaro. Santa Barbara è la protettrice degli artiglieri, è molto combattiva e anche molto dolce, forse come tutti i barbari.

Con l’andar del tempo lei è diventata meno combattiva?

No, sono sempre stata combattiva. C’era Vanni Scheiwiller che diceva: Arriva la Merini. Io insultavo in un modo che facevo paura. Poi vedevo che avevano paura e mi divertivo a spaventarli. Vedere uno tremare dà un effetto… provoca un’adrenalina tremenda. “Adesso ti spavento ben bene”. E’ una pratica che avevo imparato in manicomio perché il modo migliore per azzerarci era spaventarci. Solo che io quando qualcuno veniva per spaventarmi gli ridevo in faccia. Li demolivo, li guardavo col mio sguardo e non potevano farmi niente.

Lei parla spesso del manicomio, come in questo caso, come una scuola di formazione. E’ stato anche questo?

E’ stata una scuola pitagorica. Sepolta viva, poi finalmente esci e sei rinata, e te ne vai per fatti tuoi, come se niente fosse accaduto.

Come se quei dieci anni fossero durati un giorno?

Non si sentiva il tempo in manicomio, anche perché non facevamo niente. Non aspettavamo nessuno, eravamo entrati per morire per ritrovarci un giorno vivi. Era una grande sorpresa, era una grande felicità. Ogni sera la morte e la rinascita. Tremendo, bisogna avere due spalle così per poterlo sopportare, però quando vieni fuori … chi se ne frega della pulizia, del deodorante. Ormai hai toccato il vertice della conoscenza umana, della sapienza, del buon senso.

A un certo punto lei facendo parlare Gesù dice: “Ho tre dimensioni: la pietra, la carne, lo spirito”. Questa dimensione della pietra ritorna più volte nelle sue poesie.

E’ la povertà, la lapidazione, l’ingiuria. Dopo la guerra io scrivevo proprio sulle pietre. Milano era distrutta, scrivevo sui tavolini di pietra. Il Figlio dell’Uomo non ha una pietra su cui posare il capo, era abbandonato, era tremendamente solo, la pietra sta a significare la solitudine.

E lei richiama anche la pietra parlando di Resurrezione. E’ quella oltre cui si va.

Si pensa, ma non lo spero neanche, Perché dovrei sperarlo? Ho avuto quello che volevo nella vita: i figli, la famiglia, la gloria, il dolore. Il dolore è la forza propulsiva che fa creare. Gli altri hanno paura del dolore. Io no, sono sempre stata una donna coraggiosa.

Cosa prova quando rilegge le sue poesie?

Non le rileggo mai. Io le detto e poi non le ritocco più, le abbandono, nascono perfette. Però se ne approfittano più. Ma io non sono una macchina da gettonare, non sono il Celentano della poesia.

Lei vede la vita passare su questo Naviglio. Che cosa ha visto scorrere su questo Naviglio?

Anche i morti son passati di qui, morti, anatre, i piccoli delle anatre, barche, tifoni immaginari, pioggerelline nebbia che non c’è più. Non c’è più la nebbia a Milano, sembra di essere al sud. Non c’è più la vecchia Milano, povera, povera. Vedere i poveri era naturale. Adesso se non ha la mansarda non è un essere umano, è un povero Cristo.

Che cos’è per lei l’ordine e cos’è il disordine?

Hmmm. Vede, questa casa che a lei sembra un’ammucchiata di roba, è forse la più bella che c’è sul Naviglio, perché non ho mai demolito un muro. E’ rimasta tale e quale e la gente questo non lo capisce: sporca, vecchia, andrebbe ritinteggiata. Ma guarda le altre case: sono asettiche, impersonali, ordinate, uno non si può sbracare. Sono case che non sono vissute. Questa è la casa più bella proprio perché nessuno l’ha mai toccata. E’ viva.

Quanta parte di lei che si sentiva anziana da giovane oggi si sente bambina?

Tutta. Dagli occhi alle caviglie anche se non funzionano. Dobbiamo voler bene ai nostri malanni, un giorno ti fa male un piede un giorno la testa, ci si parla, ci si consola, il dialogo con noi è infinito. Lei continua a raccontarsi le stesse cose poi trova assassini, trova gente, i manicomi le chiavi le porte. Se lei vedesse… io nella mia mente potrei girare un film. Però le posso dire una cosa: non ho mai sognato un uomo nudo. Devo pregare il Signore di darmi questa possibilità. Mai. Tutti vestiti, incravattati, c’è una castità innata. Io pensavo di svestire qualche innamorato. Neanche quello. Tutti incravattati, sembrano tutta gente di governo, mai nudi. Per il mio compleanno… non mi ha portato un uomo nudo, anche una statuina … (ride)

Lei che con le parole ha saputo dare la ricerca della bellezza, della profondità, dove e come ha ricercato la bellezza?

Ma perché io ero una donna molto bella, se ero uno scorfano non scrivevo così. (ride) Ma se fossi stata brutta sarei stata felice ugualmente. Dipende da come sei dentro. Se sei felice sei bella, perchè gli occhi lo dicono.


(Il tempo di cambiare la cassetta per la registrazione video e Alda Merini comincia, nell’ultima parte dell’intervista, a fare quasi monologhi. Non più risposte per aforismi, ma discorsi più ampi. Comincia parlando di Marina Bignotti, la donna cui ha dedicato l’ultimo suo libro edito da Scheiwiller, “Briglie d’oro”)


Ecco, la Marina è stata una delle mie più grandi ispiratrici. Ed è una donna che io ho amato, perché si parla di Lesbo, di Saffo, ma è una donna che ho amato molto. Le giuro, non l'ho mai desiderata e penso neanche lei. Però c'è questa dimensione d'amore, di considerazione del bello dell'altro, di desiderio dell'altro, che non so su che scala di valori possa andare, però è una voglia di assomigliarle e un rifiuto di assomigliarle. E' un'ambivalenza. Quindi, questo amore che non si vuole, però ci riceve. E però ci manda via. E' un continuo plenilunio e notte, che è fantastico. Pare che le grandi poetesse abbiano avuto tutte degli amori femminili. Almeno delle risonanze. E abbiano scritto lettere d'amore a queste donne. La Marina era un po' il riflesso di Scheiwiller, era un po' il secondo Scheiwiller femmina, no? E quindi la consideravo mandata da lui, ammaliata da lui. Un'ammaliatrice, diciamo, che voleva portarti in quest'isola del peccato. Del peccato e della poesia, del rimario. Lei voleva chiuderti in un libro, no? Diciamo, nella mia fantasia. E fare di te quelle farfalle schiacciate, no? E la Marina era così. Quando andavo nello studio di Vanni, era già un habitat che ispirava alla riflessione, alla mendicità mentale. Il mendicante va a chiedere...ecco la storia del mendicante che chiede il rifugio, di bere il latte della Sapienza, no? Qui dentro, per esempio, è impossibile scrivere poesie perché ci vuole proprio il sito importante. Il posto, il silenzio, no? La Marina è stata una grande ispiratrice e, però, si vive anche di amori femminili. E’ quello che non riesco a far capire a quelle deficienti che vengono e dicono: 'Mi scriva una poesia'. Mancano di tutto. Mancano del padre. Non li manda nessuno. E invece ci sono poi gli inviati speciali di Apollo, del grande paganesimo in cui vivo. Inviati di qualche maestro. E questi chi li conosce? Questa donna è infarcita di Vanni Scheiwiller, è la figlia di Vanni Scheiwiller, è anche un po' figlia mia, no? E' stata una filiazione d'arte, come, per esempio, quando io ballo col Maestro Nuti: è un amante d'arte. Però l'ho costruito io. Quindi un amore di spasimi. E' il pensiero che si contrae. Non è il corpo. E allora queste contrazioni uterine del pensiero fanno poesia. E' un po' difficile raccontarlo alle ragazzine.


(Legge una poesia e torna, senza alcuna domanda, sui temi dei dolori d’amore)


Siccome sono una donna, ci tengo a dire una cosa, a proposito dei dolori d’amore, e questo fa parte anche di un discorso, diciamo, politico. Io vorrei che le donne fossero un po' più schiette, per una donna una separazione è un lutto interiore, l'abbandono. Però sono proprio questi grandi dolori che danno il via alla grande letteratura. Non si capisce però, come nel Vangelo, perché i tradimenti? Perché Giuda tradisce? Cioè il problema del male nell'uomo, che viene dopo l'amore. E’ un grande dilemma, e se uno l'accetta, cambia partner: dice: 'Beh, invece di questa, vado con un’altra', ma non è possibile. Non è possibile perché c'è l'incapibilità del male. Non so, prendiamo i coniugi di Erba, tranquilli, seduti in poltrona, che si alzano e ammazzano ...imprevedibili. Non è pazzia, è proprio il corpo-dolore che c'è nella vita. Il dolore è la malattia. E' la cosa che la fa ammalare, è la cosa che la sacrifica, però sacrificarsi sull'altare di un cretino o di una cretina fa male al cuore. Perché si capisce che non valeva la pena. E' questo il dolore. Se lei piange la morte di un congiunto, che è il dolore di tutti i giorni, che è una cosa che hanno tutti, è una cosa normale, è duro da accettare, si può ugualmente morire, però è volontà di Dio. Ma la volontà di uno stupido, a volte, dà così fastidio, mi crede? Ma tanto... E poi non c’è un risarcimento danni, perché una delusione non è più ripagata...

Dopo l'11 settembre, nell'ottobre 2001, lei ha scritto una poesia, “Addio”, in cui dice che non è più tempo di poesia, quella in cui c'è la guerra

C'è un tempo di disordine adesso. Questa mattina il cardinal Martini ha ripreso il Papa perché è troppo pragmatico...Abbiamo bisogno di calore...e di sincerità, perché se dicono che ho un brutto carattere e le dico: 'vada fuori dai piedi, mi ha scocciato', buonanotte. Ma se io mi sento perseguitata allora questo diventa una morbosità. E’ meglio la violenza diretta di quello che penso, che non continuare ad almanaccare su di lei. E’ questo succede nelle grandi delusioni. Perchè la delusione è ancora amore, no? E lei di una persona, come spesso accade di me, ne aveva fatto un nume e s'accorge che era un colosso d'argilla, e che va in pezzi...Non vorrei che succedesse della Chiesa Cattolica, il colosso d'argilla. Una donna che ama fa di lei un mito e si domanda come mai gli altri non la amano come lei... Perché gli altri non ne hanno fatto un colosso, la vedono per quello che è.

Quindi è l'idealizzazione uno dei mali.

Ecco cos'è l'amore: rendere grande, eterno, uno che non vale un tubo. Però, quando le cade a pezzi davanti, è proprio un vaso d'argilla.

E lei di queste cose ne ha viste, provate, sentite tante, ma, perché poi ogni volta si continua negli stessi errori?

E’ un discorso molto lungo. Adesso l'anziano continua a vivere grazie agli antibiotici, si salva... però 'vivacchia”, non è che viva. Una volta si moriva, decisamente, una volta sola, adesso si tira a campare. Allora il vecchio vorrebbe amare, ma non può, però c'ha la gamba rotta, ma non può, però dopo gli dicono che voler bene a una donna è sbagliato, però dicono che voler bene a lei è falso...E ‘sto povero rimbambito di un vecchio diventa soltanto il nonno dei suoi nipoti. Gli sfasciano le tasche e rimane appiedato. Non ha una funzione sociale. Però, insomma, un Pippo Baudo che dà della cretina alla Hack, mi sembra esagerato. Saremo anche un po' cretini, ma dei cretini sorridenti. No? Pippo Baudo non sa ridere....

Lei ha saputo sempre ridere?

Beh, nei momenti peggiori, sì...della mia vita ho riso...

Ed è stata una liberazione...

Sì. Alle volte uccide più la risata che la maledizione. Infatti a un assassino, se gli ride in faccia...(ride), è vero, sa? 'Sono venuto per farle paura'...E così il diavolo. Provi a ridergli in faccia. Non è così? Uno vede il demonio..., e gli dice: “beh, si sieda, parli, dica quello che pensa? Facciamo un po' di analisi. Perché lei ce l'ha col Signore ‘ ...Fantastico.

Di tutte le figure che ha richiamato oggi, non ne è venuta ancora fuori una che per lei è fondamentale, l'Angelo.

Mah, gli angeli, sa, sono un po' scassati (ride). Lasciano piume dappertutto. Sa la storia, come la diceva Dario Fo, mi pare nel 'Mistero Buffo', quando l'Angelo capita qui, in questa casa, è sconvolto...

- Cioè, questa sarebbe, la Madre di Dio, in questa stamberga qui? Ma, l'indirizzo era giusto?'

- Sì, sì, l'è proprio la Maria Vergine

Anche la Maria fa: - Scusi, sa, ma lei mi occupa tutto lo spazio...ma, cosa vuole da me? “Tu sarai la madre di Dio”

- Io? Ma scusi, ma io non conosco uomo, parliamoci chiaro!

E nasce questo dialogo tra l'angelo che si trova in un posto dove l'ha mandato il Signore, ma non gli pare giusto, e non può discutere l'ordine divino...e neanche la Madonna...E dicono tutti e due un sì, che non capiscono...Molto bello. E l'angelo se ne va, però è proprio questa angelica forma che ha fatto il grande innamoramento di Maria: il portatore, il postino, che anche lì suona due volte. E allora lì...copula: parte del predicato nominale. Ma che genere di copula è stata? Del Pensiero. Che poi è il copyright che trovo sempre sui libri. Perché è finito lì...

Adesso basta, però.

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da altra intervista..


Grittini le ha anche scattato foto che hanno fatto molto discutere, in cui lei posa nuda.

Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. E' l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso.


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venerdì 16 marzo 2007

Non chiederci la parola




Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sí qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

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Autore: Montale Eugenio
Titolo: Non chiederci la parola

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Speaker: Gassman Vittorio

venerdì 9 marzo 2007

L'UOMO DOLCE, risposta all'8 marzo..






Scibona M.T.


Noi sognavamo l'uomo dolce
e una pacata tenerezza.
C'imposero rudi falconieri
che tarpando volo agli sguardi,
legavano al garante
l'estesa rete dei desideri.
Le notti eran colme di stelle
e di brucianti amori.
Nelle morbide alcove
per gli audaci guerrieri
fummo schiave e regine.
Le soglie rosate del giorno
ravvivavano sequenze d'interdizioni
e tempestosi egoismi.

Noi sognavamo l'uomo dolce
e una pacata tenerezza.
Lui sagomava strutture
e faceva carriera.
Per le case odorose e deterse
filtravano problemi irrisolti
e tensioni esistenziali.
Qualcuna più ardita
parlò di emancipazione.
Una parola che pervase
i nostri pensieri
e rumoreggiò sonora
nei gorghi stigi della mente.

Fu trucco metaforico
la somma delle promesse?
Era il tappeto volante
per la libertà.
Un sostantivo ricco e vibrante
su cui giocare la vita.
Lo inalberammo di volta in volta
come simbolo magico
di sacralità e perdizione.
Sommerse da strati di difesa,
da viaggi ignoti
e dissipanti avventure,
nei nostri territori liberati
sognammo ancora l'uomo dolce
e una pacata tenerezza.


Siena, 1985

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da "L'amore imperfetto"
Ed. HELICON 2003

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Autore: Scibona Maria Teresa Santalucia

Titolo: L'UOMO DOLCE

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Speaker: Lambardi Paola



mercoledì 7 marzo 2007

8 MARZO!










DONNE


Siamo la madre, l’amante, la sorella,
siamo la tua parte migliore,
quelle capaci di rendere bella
una giornata senza colore.


Siamo Penelope che disfa la tela,
ma anche Circe la seducente,
siamo Eva che coglie la mela,
ma anche l’amica, la confidente…


Siamo le donne che ti stanno al fianco,
quelle di cui non puoi fare senza,
che ti consolano quando sei stanco...
e che subiscono la tua violenza.


Siamo le figlie dei padri assenti,
siam le “sedotte e abbandonate”,
quelle che tacciono stringendo i denti,
siamo le mogli che son trascurate,


le prigioniere dietro ai fornelli,
sante di giorno e poi, nelle sere,
pronte a sciogliere i lunghi capelli
per simulare di provar piacere…


Siamo le donne che tengono accesa
una candela alla finestra,
quelle che sono invecchiate in attesa
di chi ha perduto la via maestra…


Siamo le donne ridotte ad oggetto
perché si vendano auto e profumi,
siamo la rondine sotto il tuo tetto…
Sì, siamo noi: le donne comuni.

Equo


mercoledì 21 febbraio 2007

Ballata delle madri (dedicata ai nostri politici)








di P.Pasolini


Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.


domenica 18 febbraio 2007

DIO DELLE PIETRE


Tratta dal blog dell'amico Equo, l'Arpa e la Spada, e con il suo permesso, vi dedico questa poesia:


Ho creduto in te, Dio delle Pietre
incontrato sugli aspri monti di Euskadi,
nelle strade di Belfast la ribelle,
tra la polvere e le lacrime di Palestina…

Ti ho offerto sacrifici sul pavé di Parigi,
nel fango del Mekong,
sotto il rovente sole di Maputo,
nella disperazione delle favelas…

Non ho lasciato, però,
che impietrissi il mio cuore:
sa ancora sanguinare e cantare di gioia…
…anche se credo in te, Dio delle Pietre

martedì 13 febbraio 2007

per il 14 febbraio..

SAN VALENTINO (e no, che non è una parolaccia..)

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Dylan Thomas


Nella mia arte scontrosa o mestiere
Praticata nel silenzio notturno
Quando soltanto la luna infuria
E gli amanti giacciono nel letto
Con tutti i loro affanni tra le braccia,
Io mi affatico a una luce che canta
Non per pane o ambizione
O per pavoneggiarmi e vender fascino

Sui palcoscenici d’avorio,
Ma per il comune salario
Del loro più intimo cuore.

Non per il superbo che s’apparta
Dalla luna che infuria io scrivo
Su queste pagine di spuma
Né per i morti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma per gli amanti, per le loro braccia
Attorno alla angosce dei secoli,
Che non pagano lodi né salario
E non si curano del mio mestiere o arte.

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Traduzione di Ariodante Marianni

Poesia n. 200 Dicembre 2005
Crocetti Editore 2005

fonte: http://www.poesia.it