"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci
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martedì 14 febbraio 2012

D'Italia e di Grecia

Ma che bello: il riposo coatto da FB mi dà il tempo di postare qualcosa con più tranquillità e dar sfogo pubblico ai miei pensieri.

Cominciamo dalla buona notizia: la sentenza di Torino ha finalmente portato un po' di giustizia nel mondo del lavoro e delle malattie "professionali" (che definire malattie da profitto dei padroni mi parrebbe più equo): 16 anni a Schmidheiny e a De Cartier (ex vertici della multinazionale Eternit) son poca cosa rispetto ai morti provocati, ma dimostrano senza ombra di dubbio che la lotta paga... chinare sempre la testa no.

Qualche dubbio sulla sentenza - che non ho letto in originale - mi viene leggendo che "... il "disastro ambientale" (ma non la "rimozione di cautele") provocato dagli stabilimenti di Napoli-Bagnoli e Rubiera (Reggio Emilia) è prescritto." (fonte: http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/02/14/667933-eternit-sentenza-reazioni.shtml): se è vero che Napoli e Reggio Emilia son state, come dire, messe a tacere, condivido l'opinione che non possono esistere morti di serie A e di serie B (ma questo è un annoso discorso e non riguarda solo le morti per
amianto, mi sembra).

Altre cose positive in Italia non mi sembra di vederne, a parte forse il fatto che stasera alla serata inaugurale del festival di Sanremo la valletta-modella sarà probabilmente assente (ne sentiremo la mancanza? io sicuramente no, anche perché non ho manco l'intenzione di accendere la TV... come ormai da troppo tempo).











Intanto in Grecia un governo non troppo diverso dal nostro quanto a miopia e scelte
scellerate continua a massacrare il suo popolo con leggi affamanti, secondo i diktat dei grandi potentat
i europei (che nulla hanno a che fare con i popoli). Di conseguenza la Grecia brucia, perché i Greci non ci stanno. E hanno ragione.







Personalmente non approvo la violenza,
non mi piace vedere negozi o automobili o biblioteche andare a fuoco, non perché non capisca la rabbia ma perché non ne vedo il costrutto (come dice anche Mario Badino nel suo post), soprattutto in considerazione del fatto che, i Greci, un partito di opposizione dura e seria ce l'hanno. E qualche idea sensata nei confronti della Merkel e di questa Europa pure.













Non come da noi...
il nostro migliorista napoletano conciona rassicurante che noi non siamo la Grecia ed i nostri partiti hanno già dato prova di senso di responsabilità (sicuramente si riferisce alla lega, ritengo io. Ma è solo un'ipotesi...)

Dormite, Italiani, dormite narcotizzati e tranquilli... tanto quello che sta succedendo in Grecia non vi riguarda, anche se tra Omsa, Binario 21, Fincantieri, Fiat e altre "piccole" realtà di chiusure forse dovreste aprire gli occhi e farvi qualche domanda... dormite e non pensate, cullatevi nei vostri sogni teletrasmessi, che tra un festival di Sanremo e una telenovela o un reality la realtà si sfuma e potete continuare a credere al potere salvifico di Monti e del suo governo "diverso"... dormite e sognate di un piddì che difende i vostri interessi ed il futuro dei vostri figli... soprattutto dormite, ché se vi svegliate rischiate di restarci male.

Senza contare poi che in Grecia la polizia s'è schierata dalla parte dei cittadini (Cuba-Italia blog, post del 12 febbraio) con questa frase:
"Qualora continuiate con le vostre politiche distruttive, vi avvisiamo che non riuscirete a farci combattere contro i nostri fratelli. Ci rifiutiamo di fronteggiare i nostri genitori, i nostri figli e tutti i cittadini che protestano e chiedono un cambiamento nelle politiche". Vi pare poco? Pensate che da noi succederà lo stesso? Mi piacerebbe crederlo, ma di Ennio Di Francesco non mi sembra ce ne siano in giro poi tanti... e per ora i tutori dell'ordine de noantri han preso ben altre posizioni (senza stare a rivangare il G8 di Genova, bastano le ultime manifestazioni di pescatori e studenti, mi sembra).

Ma posso finire un post così, con questa lamentazione pessimista? No, non me la sento. E allora vi lascio con due proposte - alternative maanche no, si possono fare entrambe volendo! - su cui riflettere e, magari, discutere.

La prima è dell'amico Loris e suggerisce uno sciopero generale di tutti i lavoratori europei, ognuno nella sua piazza, ma che paralizzi questa Europa finanziaria inumana e verticistica, mentre la seconda è di una ragazza greca e prevede un DO-NOTHING-DAY, cioè il rifiuto a partecipare, collaborare e contribuire (però un giorno solo second
o me non basterebbe...)

Meditate gente.

mercoledì 8 giugno 2011

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa - URGENTE!

Premessa

In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto.

Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni - scientificamente documentate - si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure.
L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali.

Viceversa il governo e le potenti lobby che governano l’economia e la finanza, con l’appoggio di partiti di maggioranza e minoranza, non hanno esitato a stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande business da cui anche la grande criminalità organizzata e le mafie contano di trarre profitto. Hanno scatenato una grande campagna mediatica per nascondere le dimensioni e le ragioni dell’opposizione, per screditare il movimento notav presentandolo come covo di estremisti e sovversivi: la criminalizzazione del dissenso è un’arma micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il confronto democratico e le regole condivise.

Oggi, fallito ogni tentativo di comprare il consenso e la benevolenza di cittadini e sindaci, il governo sta preparando una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà il Questore a decidere tempi e modi” per installare il primo cantiere. E mentre la campagna di disinformazione si intensifica rispuntano le intimidazioni mafiose e le provocazioni che si ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi dolosi dei presidi notav alle buste con le pallottole. In nessun caso indagini serie hanno portato a individuare i responsabili, ogni volta il movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con orgoglio il carattere pacifico della propria lotta, ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi ha interesse ad avviare i cantieri.

Se questo è il quadro non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura affinché si uniscano a noi in questo appello.

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

Come singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura:

  • rifiutiamo l’idea che la realizzazione di una grande opera possa ridursi ad un problema di ordine pubblico
  • condanniamo senza riserve l’invito ad usare la forza e a militarizzare il territorio lanciato nei giorni scorsi da rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, da alcuni partiti e da alcune associazioni di imprenditori
  • denunciamo il disprezzo delle più elementari regole della democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto della legalità, il rispetto dei diritti dei cittadini, il rispetto nei confronti della amministrazioni locali democraticamente elette
  • respingiamo il ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la realizzazione di questa grande opera inutile penalizzerebbe pesantemente le economie locali in cambio di pochi posti di lavoro precario e privo di tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo delle risorse pubbliche creerebbe numerose opportunità di nuova occupazione
  • le ragioni di chi si oppone a questa grande opera inutile, devastante, che sottrarrebbe enormi risorse economiche ai servizi pubblici di tutto il paese sono le nostra ragioni: non ci rassegniamo all’idea che il nostro futuro possa essere deciso da quell’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che governa ampie aree del nostro paese e inquina la nostra società.

Il nostro riferimento continua ad essere la Costituzione, quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi troppo spesso violentata. Per queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente.

Torino, 7 Giugno 2011



Primi firmatari (tra i promotori a Torino di "Presidiare la Democrazia"):

Comitato notav Torino
Laboratorio per la Democrazia - Torino
Unione Culturale Franco Antonicelli - Torino
Ferico Bellono, segretario generale FIOM Torino
Emergency Torino
Pro Natura Torino
Pro Natura Piemonte
Centro Sereno Regis
Giuseppe Sergi, docente storia medievale Univ. Torino
Alessandra Algostino, docente Diritto costituzionale comparato Univ. Torino
Caffè Basaglia - Centro di animazione sociale e culturale delle comunità
CUB Piemonte
Ass. L'Interezza non è il mio forte
Fabionews
Officine Corsare
Associazione La Fonte Acquariana
Comitato di cittadinanza attiva Rivalta Sostenibile
MAG4
IK Produzioni
Mani Tese Torino


Scarica appello (pdf)










per il momento potete inviare un email a postmaster@notavtorino.org con oggetto "valsusa" e indicare il vostro nome (se l'adesione è a titolo personale) oppure l'associazione/comitato/movimento/ecc. per cui date l'adesione.

E chi può venga al presidio della Maddalena di Chiomonte

Un abbraccio, Ezio (Comitato notav Torino)

stralcio della nota pubblicata su Facebook da Laura (grazie).

________________________________________________________

Per saperne di più:

Presidio Clarea alla Maddalena di Chiomonte

Venite in tanti, fermatevi quanto più potete, partecipate alle assemblee quotidiane alle 18:30, portate cibo e bevande da condividere

Trovi cronache e documenti sul DIARIO DI MADDALENA

Per info dell'ultima ora vedi anche notav.info/ e notav.eu/ Tel. presidio: 346 3939507

La Comunità montana ha costituito un'unità di crisi
Tel. 338 6865061


Al 12° giorno di presidio facciamo il punto con due riflessioni:

e tanto altro sul sito http://www.notavtorino.org/

domenica 22 marzo 2009

L'anca sbilenca fa due mesi...


Lo so: non è notizia degna di assurgere agli onori di cronaca. Infatti, nonostante l’egocentrismo che mi contraddistingue, ho intenzione di usarla solo come spunto (anche perché a tutt’oggi non serve a molto altro… l’anca, intendo) per parlare di sanità e salute.

Ho letto questa notizia da adnkronos:

BIOETICA: COMMISSIONE SANITA' APPROVA ARTICOLO 2 DDL CALABRO'

Roma, 10 mar. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - La Commissione Sanità del Senato ha approvato l'articolo 2 del Ddl Calabrò. Si tratta dell'articolo, il numero 4 nel testo originario, che entra nel vivo del consenso informato, stabilendo che il dichiarante debba essere informato in maniera completa e comprensibile, su diagnosi, prognosi, natura, rischi e benefici del trattamento proposto. E che stabilisce che il consenso dato dal paziente possa essere sempre revocato, anche solo parzialmente. "Sono stati accolti alcuni emendamenti dell'opposizione - spiega il relatore del provvedimento Raffaele Calabrò - che introducono miglioramenti solo formali, perché la sostanza dell'articolo resta invariata".

Dacché sono stata direttamente coinvolta di recente e lo sarò ancora, vorrei condividere alcune considerazioni, prendendo per buono quanto riportato nella notizia perché il testo originale io non l’ho trovato…

Ad un lettore che non bazzica ospedali e medici, dovrebbe sembrare una buona innovazione: sapere cosa e come ti propinano una cura ed i rischi/benefici che ne puoi trarre non può che aiutare a decidere con più cognizione di causa se affrontare intervento o terapia, o meno.

Però… come sempre, la teoria è una cosa e la pratica un’altra. E’ un po’ come quando si stipula una polizza assicurativa o si apre un conto corrente in banca: chi ha mai letto tutte le clausole ed i codicilli, ma soprattutto: a chi sono mai state spiegate?

Facciamo un caso a caso: sono stata ricoverata la mattina in cui sarei stata operata. Tra una preparazione ed una visita è passato pure l’anestesista con una cartella di fogli da firmare.
Non riporto il dialogo preciso, non me lo ricordo e ovviamente non l’ho registrato… ma il senso è stato:

“Firmi qui”
“Che cos’è?”
“Il consenso ad eventuali trasfusioni di sangue proveniente da donatori altri da lei, se le sue autodonazioni non dovessero bastare”
“E se io non fossi d’accordo? Ho un paio di cugine che si sono prese l’epatite, grazie ad una trasfusione di sangue subita in ospedale…”
“Be’, in caso di necessità la trasfonderemmo lo stesso, solo che avremmo bisogno dell’autorizzazione del giudice (cito a memoria, potrei sbagliare carica preposta ma non la sostanza) e perderemmo solo un po’ di tempo in più”
“Va bene, allora però specifichiamo i donatori ammessi: ho parecchie persone compatibili disposte a versare il loro sangue per me”
“Non si può. Il donatore dev’essere anonimo; non sono consentite donazioni ad personam, perché altrimenti i pazienti che non hanno amici disponibili potrebbero restare a secco”
“Incredibile: ho fatto la donatrice per anni, finché le nuove regole restrittive mi hanno escluso dal giro, e non ho mai sentito di donatori egoisti… Ma se vengo contagiata dall’epatite, mi rimborsate?”
“E’ molto difficile perché i controlli oggi sono molto più severi, comunque no perché ha acconsentito”
“Quindi, qualsiasi cosa succeda sono fatti miei”
“…”
“E queste carte che sono?”
“Il consenso informato- L’accettazione dell’intervento proposto, nonché la dichiarazione di consapevolezza che qualcosa potrebbe andare storto”
“Mi faccia un po’ leggere…”
“Senta, è parecchio materiale… Io è dalle 8 che sono in giro per le camere a far firmare gli operandi, e se tutti avessero deciso di leggere dall’inizio alla fine e magari chiedere anche spiegazioni sarei ancora dal primo…”
“Sì vabbé, ma se vuole il consenso informato dovrò pure sapere cosa firmo! Altrimenti non firmo”
“In tal caso, la dimetto immediatamente e non se ne parla più”
“Ma il mio intervento?”
“Salta: non possiamo operarla se non firma”
“… a scatola chiusa. E se davvero qualcosa va male la responsabilità di chi è?”
“Sua, perché ha firmato”
“Ma senta un po’: io mi prendo la responsabilità delle mie attività di cittadina, madre e lavoratrice. Perché debbo essere io la colpevole di un’anestesia sbagliata o di un taglio troppo profondo o che ne so?”
“Be’ ma la struttura deve tutelarsi, se tutti decidessero di far causa per qualcosa che va storto… Ma poi è solo burocrazia”
“Già, però è burocrazia sulla mia pelle…”

e finiamola così. Quei fogli erano ovviamente pieni di paroloni incomprensibili ai non addetti ai lavori, quindi “consenso informato” è una parola grossa. Presupporrebbe che qualcuno – magari non una parte in causa – spiegasse in dettaglio ed in modo comprensibile cosa può succedere, ma chi ha il tempo di farlo, anche volendo? Ci vorrebbe un esercito di medici-informatori… che se però son pagati dalla struttura in ci lavorano, sono di parte ed il rischio – reale – è che raccontino solo la parte positiva… quindi temo che anche questo emendamento migliorativo sia destinato a restare lettera morta.

E parliamo poi di medici. Ne ho una certa esperienza: per mia sorte ne ho conosciuti parecchi… molti seri, bravi, impegnati ed umani. Qualcuno superficiale, pressappochista, arrogante e persino ignorante. Come in tutte le “categorie”, del resto.
Quello che però mi ha sempre lasciato perplessa è la tendenza generale a considerare il paziente “una parte”. Se ti vai a fare un’artoprotesi all’anca, sei “l’anca”, non sei la persona con un’anca operata. Se l’intervento va bene e per caso in sala operatoria ti becchi un’infreddatura, per farti dare anche solo un’aspirina devi metterti ad urlare. Dal punto di vista del medico, l’anca sta bene, quindi che vuoi?

Certo i miei studi classici non aiutano… ma mi sembrava di aver sentito parlare dell’uomo nella sua totalità, dell’influenza della psiche sul corpo… c’è stato persino uno che paragonava il funzionamento dello stato a quello di un corpo umano in cui tutti gli organi debbono contribuire, ciascuno per la parte che gli compete, in armonia e salute… altri tempi?

E come non spendere due parole sulla cartella clinica, quell’insieme di informazioni cui il paziente non ha accesso mentre è ricoverato (ma basta farsi venire a trovare da un medico amico che improvvisamente te la ritrovi su un vassoio d’argento, consultabilissima anche da te…). Quando vieni dimesso, se ne vuoi una copia, devi pagarla (ma se il tuo medico la volesse visionare e non avesse tempo di andarsela a consultare in ospedale- cosa peraltro non difficile, visto il numero di pazienti che ha? Se l’assicurazione te ne facesse richiesta, perché, visto che è ROBA TUA, devi pagare per sapere cosa ti hanno fatto?).

Che poi, non è che leggerla sia così edificante: non so le ultime (non l’ho ancora sottomano). Quelle che mi ricordo erano scritte in modo incomprensibile (tipica grafia medica, la chiamo io: una via di mezzo tra i geroglifici e gli scarabocchi). Oltretutto, le informazioni sono di una banalità sconcertante: “il paziente sta bene” – e magari tu eri lì che rantolavi con l’emoglobina a zero, però ti avevano operato un osso, mica stavi facendo una cura per il sangue!

Qualcuno vuole e/o può spiegarmi cosa mi è sfuggito? Perché, per me, delle due l’una: o sono un individuo consapevole e responsabile (e allora non devo essere tenuta all’oscuro di alcunché mi riguardi), oppure sono un numero, una cosa, un pezzo (ma allora non richiedi il mio consenso informato).

giovedì 7 febbraio 2008

Aborto, ma dove sono le donne Erode che descrivono i cattolici?

Nella foto: il dottor Lawn, di Cambridge, compie esperimenti su un bambino vivo nato da un aborto legale, a suo dire "per il bene dell'umanità".
...



di
Gennaro Carotenuto, Domenica 3 Febbraio 2008, 11:50

Il documento delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia delle quattro facoltà di Medicina delle università romane, La Sapienza, Tor Vergata, Cattolica e Campus Biomedico che prescrive, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, che il neonatologo debba intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato” è del tutto pleonastico per almeno tre motivi.


In primo luogo è pleonastico perché sta parlando di pochissimi casi di scuola, estremi. L’aborto oltre i tre mesi viene affettuato solo per gravi malformazioni o per gravi rischi per la salute della madre. Ma dai tre ai cinque mesi, quando se ne concentrano la gran maggioranza, non c’è alcuna possibilità di sopravvivenza del feto. L’aborto oltre la ventunesima settimana di gravidanza riguarda di per sé un numero molto limitato di casi l’anno, e un numero limitatissimo di casi di sopravvivenza del feto che non è rappresentativo di alcun comportamento sociale.In secondo luogo il documento è pleonastico perché è del tutto evidente che se il feto sopravvive all’aborto viene a trovarsi in una condizione del tutto diversa il che rende più che scontato, anzi del tutto ovvio quello che prescrivono i ginecologi romani. Ovvero hanno del tutto ragione, ma con questo avere ragione non spostano di una virgola i termini del problema.

Le gravidanze delle quali parlano (è il terzo punto) non sono “gravidanze indesiderate”. Anzi, sono gravidanze desiderate ma a grave rischio alle quali si sottopongono per esempio molte primipare ultraquarantenni. Sono donne che desiderano il figlio e riscontrano malformazioni attraverso esami complessi come l’amniocentesi. La decisione dell’aborto è in questi casi sempre una scelta nella quale il parere del medico è decisivo.

Dove sono allora queste donne sulle quali indugia il documento? Dove sono le donne che sapendo che il feto è nato vivo pretendono che non venga rianimato? Dove sono queste donne Erode che di fronte ad un bambino nato vivo esigono espressamente di non rianimarlo?

Se esistono davvero se ne pubblichi la casistica. Ma semplicemente non esistono. Sono un parto della fervida e fervente fantasia della pubblicistica anti-194 che riesce a far giungere in prima pagina documenti che non aggiungono nulla come quello di oggi.

La donna-Erode è una parte fondamentale della pubblicistica anti-194. E quella donna che esprime “parere contrario” alla rianimazione dell’a quel punto neonato, calzerebbe a pennello -se esistesse- con l’immagine dell’infanticida voluta da Giuliano Ferrara e chi per lui. Ma quella donna non esiste.

Al contrario la pubblicistica cattolica nel tempo ha esaltato i casi di donne in odore di santità che hanno portato a termine gravidanze per lasciare poi uno o molti orfani nelle mani della divina provvidenza.

Se l’immagine dev’essere da una parte quella della donna-Erode che esige l’infanticidio e dall’altro della santa che preferisce morire pur di non abortire, è evidente che si è compiuta una scelta violenta. Una scelta dove non si vuole il dibattito ma uno scontro aspro che inquinerà -come se non lo fosse già abbastanza- tutta la campagna elettorale.


fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/1809-aborto-ma-dove-sono-le-donne-erode-che-descrivono-i-cattolici

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2 LETTERE, TRA LE TANTE


Mio nipote idrocefalo nato di 26 settimane

Sono la nonna di un ragazzino disabile, nato alla ventiseiesima settimana di gravidanza, al quale non è stato permesso di morire.

Subito dopo la nascita venne tenuto per più di cinquanta giorni in rianimazione, poi fu operato tre volte e quando aveva tre mesi fu consegnato ai genitori ai quali i medici non seppero o non vollero dire alcuna cosa circa il suo futuro.

Il bambino era ed è idrocefalo, gravemente cerebroleso, ovviamente spastico e ritardato. Ora mio nipote ha quattordici anni, gode, si fa per dire, di un assegno di accompagnamento irrisorio, a scuola cambia continuamente insegnante di appoggio, le strutture pubbliche che dovrebbero garantirgli un'assistenza lasciano a desiderare, non si sa che cosa potrà fare in futuro, quando nonni e genitori non ci saranno più.

Non mi piace fare la vittima, né piangermi addosso, ma mi permetto di essere furibonda e sdegnata con chi, sulla pelle altrui pronuncia sentenze. Perché lo fanno? Ho sempre creduto che un medico, anche se credente, fosse anche un uomo di scienza ed un professionista che ha promesso di non nuocere al paziente.
Ed allora? Perché?

Paola Pitossi
paola.pitossi@fastwebnet.it

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Io, figlio non voluto di un aborto maldestro

In questa Italia con la testa rivolta all'indietro che fa fatica a guardare avanti, , è tornato d'attualità il dibattito sull'aborto. Argomento nel quale credo sia necessario entrare in punta di piedi avendo profondo rispetto dei drammi di tutti i soggetti coinvolti: la donna ed il nascituro prima di tutto.

Io vorrei portare il punto di vista dei figli nati senza essere voluti: io sono uno di loro. Sono nato nalla Sicilia povera degli anni '50 e sono sopravissuto ad un maldestro, rudimentale e pericoloso tentativo di aborto non riuscito.

Ho amato lo stesso mia madre che è stata come me vittima di una situazione di grave arretratezza culturale, sociale ed economica.
Voglio dire a Ferrara ed a Ruini che non è bello vivere sapendo di non essere stati voluti. E' coem partecipare ad una cena di gala senza essere stati invitati. E' coem se se sulla carta di identità uno portasse la scritta nato per caso.

Voglio invitare a tenere conto dei drammi di tutti i soggetti coinvolti: la donna ed il nascituro prima di tutti. Limitare l'autodeterminazione della donna vorrebbe dire ampliare la casistica dei drammi. Facciamo in modo che la vita sia un dono del quale possano lietamente godere i genitori ed i figli, altrimenti che vita è.

Lettera firmata
Palermo

da Repubblica, 5 febbraio 2008

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Comunicato delle chiese protestanti

LEGGE SULL'ABORTO


Roma, 3 gennaio 2008 (NEV-CS02) - “L'autonomia riproduttiva delle donne è uno dei diritti umani fondamentali. Non si possono obbligare le donne ad avere figli o a portare avanti gravidanze indesiderate”. Lo ha dichiarato oggi la pastora Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). I protestanti italiani entrano così nel dibattito sull’aborto infuocatosi in seguito alla provocazione lanciata dal quotidiano “Il Foglio” di Giuliano Ferrara, che ha chiesto una "moratoria dell'aborto", prendendo spunto dalla risoluzione per la moratoria della pena di morte votata il mese scorso dall'Assemblea generale dell'ONU su iniziativa del governo italiano.

“Un figlio, una figlia - prosegue la vice presidente della FCEI -, sono iscritti nel desiderio della madre che disegna con la creatura concepita una relazione densa di significato e di vita. Quando questo non avviene, perché il concepimento è frutto di violenza o di frettolosa superficialità ed errore, la donna deve essere messa in grado di interrompere la gravidanza. Fino a quel momento sono infatti in gioco la responsabilità e la libertà che lei ha sviluppato nella sua vita. Per questo il senso di libertà individuale, che è riconosciuto e considerato oggi in Occidente come il fondamento del diritto civile, fa parte della costruzione della dignità femminile. La donna non è un puro contenitore di vita concepita altrove. E' un soggetto libero che crea relazione con questa vita. Negare che l'interruzione di gravidanza si inserisca in questo processo relazionale significa riportare le donne a un obbligo biologico che non ci appartiene più”.

Per la pastora Tomassone non è concepibile
accomunare aborto e pena di morte, come invece proposto da Giuliano Ferrara: “Abolire la pena di morte significa riaprire le possibilità di relazioni umane per gli ex condannati. Riammetterli in quel circuito di comunicazioni in cui la vita non è pura biologia, ma capacità e libertà di decisione. Così anche leggi come la 194, che riconoscono la capacità e la libertà decisionale delle donne, affermano la centralità della relazione. In questa riapertura del dibattito sulla 194 una cosa sola è importante: che si fermi l'attenzione su una educazione libera e critica degli adolescenti e, in modo diverso, delle donne e uomini immigrati, sulla sessualità e sulla decisione di avere figli e figlie”.

Per informazioni:
Agenzia NEV - Notizie Evangeliche
Federazione delle chiese evangeliche in Italia

tel. 06/48.25.120 fax 06/48.28.728
e-mail: nev@fcei.it

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Le previsioni del cancro

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO
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7 Febbraio 2008


mappa_inceneritori.jpg


Gli inceneritori spuntano nelle Regioni italiane come l’amanita falloide. Svettano da lontano. Oggetti di design. Ci fanno pure le gite scolastiche. Sono i funghi velenosi dei partiti. Non è necessario coglierli per morire. Basta respirarli. Vengono raccomandati in televisione in programmi condotti da presentatori imbelli.

Il partito degli inceneritori è trasversale, ma quello di Casini che ne vuole piazzare quattro nel suo feudo siciliano, è anche ultraterreno, vuole avvicinare all’aldilà tutti i siciliani.
La raccolta differenziata rende inutili gli inceneritori. L’eliminazione degli imballaggi superflui li azzera.

La mappa degli inceneritori sovrapposta alla riduzione dell’aspettativa di vita a causa degli antropogenici PM 2,5 in Italia è illuminante.Più inceneritori, più tumori per tutti.
La mappa permette di fare le "Previsioni del cancro". In Val Padana sono molto alte, diffuse come la nebbia.

inceneritori_Padania.jpg

In Calabria e nella Sicilia orientale hanno una diffusione intensa, ma cumuliforme. Contenute, invece, al pari di una riduzione del PM 2,5, in Sicilia orientale.

inceneritori_Sicilia.jpg

Bel tempo sanitario sulle Alpi orientali e in Valle d’Aosta. Su quest’ultima regione è previsto però un aggravamento a breve grazie a un inceneritore nuovo di zecca.

inceneritori_Nordest.jpg

La distribuzione tumorale nel Paese nel suo complesso tende a stratificarsi e a diffondersi con una certa continuità. Le previsioni di mortalità diffusa a medio termine sono pressoché certe.
Un tornado elettorale potrebbe spazzare via le cause della bassa attesa di vita se riuscisse a interessasse le formazioni politiche più esposte sul fronte degli inceneritori. Seguiranno dettagli.

Le alternative agli inceneritori:scaricate il pdf e diffondetelo.


Link:

Elenco inceneritori: APAT, rapporto rifiuti 2006
Mappa della diminuzione dell'aspettativa di vita: IIASA

fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/02/le_previsioni_d.html

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martedì 5 febbraio 2008

CANCRONESI - Veronesi e gli inceneritori

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO
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4 febbraio 2008




Cancronesi è stato ospite dallo stuoino Fazio. Ha detto che gli inceneritori (per dirla tutta, in realtà loro parlavano di TERMOVALORIZZATORI... e non è una sottigliezza da poco, nota di elena) non hanno alcun effetto sulla salute. Ne dovrà rendere conto, prima o poi, agli ammalati e ai loro parenti. Sono decenni che questo uomo sandwich si occupa di finanza, di imprese e, saltuariamente, di salute. Non è informato sui fatti e ha qualche piccolo conflitto di interessi. Per lui inceneritori e istituto dei tumori sono un ciclo virtuoso di creazione della malattia. Un business. La provoca e la cura.

La fondazione Veronesi ha come partner:
- ACEA - multiutility con inceneritori
- ENEL - centrali a carbone ed olii pesanti e nucleare
- VEOLIA Environment - costruzione inceneritori.

Molti medici non sono d'accordo con lui e non solo in Italia.
Il "Conseil Nationale de l'ordre des medicins" francese e i principali sindacati dei medici di medicina generale francesi "praticiens" hanno richiesto "una moratoria concernente la costruzione di nuovi inceneritori". L'incenerimento produce centinaia di sostanze tossiche che si liberano nell'atmosfera (articolo da Le Monde).

Meet_Up_Gentilini.jpg
Clicca l'immagine

Medici e associazioni italiane hanno scritto una lettera aperta al Commissario Europeo Dimas:

"Egregio Commissario Dimas,
siamo cittadini italiani e siamo costernati per quanto sta capitando nel nostro paese, ormai diventato lo zimbello del mondo per la vicenda dei rifiuti in Campania. Oltre 14 anni di gestione in regime di emergenza non hanno risolto assolutamente nulla, anzi hanno aggravato sempre più un problema che non ha assolutamente nulla di “emergenziale” perché in tutti i paesi del mondo si producono rifiuti.

Le direttive dell’UE forniscono una chiara gerarchia dei trattamenti per il loro smaltimento: riduzione, riciclo, riuso, e solo per la quota residua recupero energetico e non solo tramite incenerimento. Purtroppo la crisi napoletana appare del tutto strumentale al fare passare nel nostro paese l’incenerimento come metodo privilegiato per la soluzione del “problema rifiuti”, ribaltando completamente ciò che la stessa UE suggerisce. In Italia non sono messe in atto, se non in singole virtuose realtà grazie ad amministratori responsabili , quei metodi di raccolta (door to door) che responsabilizzano i cittadini e che possono garantire una buona qualità del prodotto differenziato ed il loro effettivo recupero.

L’incenerimento continua ad essere incentivato, solo nel nostro paese, come fonte di energia rinnovabile, nonostante il minimo rendimento energetico di questi impianti (che sono per la maggior parte impianti di rifiuti tal quali), i gravi danni all’ ambiente e all’ economia che anche di recente si sono registrati( latte contaminato oltre il consentito da diossine a Brescia, territorio già gravemente inquinato, ove funziona il più grande inceneritore d’ Italia) e nonostante il fatto che il kilowattora ottenuto bruciando rifiuti, sia quello gravato dalla massima emissione di CO2.

Numerosissimi sono gli studi che hanno evidenziato danni alla salute sulle popolazioni esposte, danni che nessuno può escludere anche con i “nuovi” impianti e che hanno indotto migliaia e migliaia di medici, di cittadini, di intellettuali, di associazioni ambientaliste a prendere posizioni anche con esposti e denunce alla Magistratura, affinché venga semplicemente fatto ciò che in tutto il mondo civile si fa, mettendo al primo posto la salvaguardia dell’ ambiente per la tutela nostra e di chi verrà dopo di noi.

Commissario Dimas, La supplichiamo, ci ascolti, faccia tutto quanto è in suo potere affinché si scongiuri questo ennesimo disastro, affinché si facciano scelte che guardano avanti e non indietro, all’ età del fuoco."

Firmato, tra gli altri, da:

Prof. Angelo Gino Levis - genetista,

Dr.Patrizia Gentilini - oncologo,

Prof. Gianni Tamino - biologo,

Dr. Giovanni Ghirga - pediatra e potavoce dei Medici per l’ Ambiente e la Salute Alto Lazio,

Dr. Luigi Carpentiero - Medico del Lavoro,

Dr. Stefano Montanari – Direttore Scientifico Laboratorio nanodiagnostics


fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/02/cancronesi/index.html?s=n2008-02-04'%20class=%22Stile13%22%20target=%22_blank%22%20%3E[continua]%3C/a%3E%3Cp%20/%3E%3Cdiv%20align=%22right%22%3E%3Ca%20href=

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Londra, creato in laboratorio embrione da tre genitori


MOSTRI SU MISURA?
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L'annuncio di un'èquipe dell'Università di Newcastle: Dna da un uomo e due donne
La speranza è di ottenere cure efficaci per gravi malattie ereditarie


di ALESSIA MANFREDI



UN EMBRIONE umano, nato da tre genitori. L'annuncio della sua creazione in laboratorio è stato dato da un'équipe britannica dell'Università di Newcastle, che spera in questo modo di ottenere cure efficaci per una serie di gravi malattie ereditarie.

L'embrione è stato ottenuto con la fecondazione in vitro, usando Dna da un uomo e due donne. L'idea è che si possa così evitare che le donne con difetti nel Dna mitocondriale - che possono portare a forme di epilessia, cecità, sordità, disturbi muscolari e dello sviluppo - passino la malattia ai figli.

I mitocondri, infatti, sono piccoli organi che forniscono energia alle cellule. Se per anomalie genetiche non funzionano correttamente, non riescono a consumare completamente cibo e ossigeno, creando pericolosi accumuli tossici responsabili di oltre 40 malattie, che portano disabilità e anche alla morte. Malattie che si potrebbero evitare se gli embrioni a rischio ricevessero un trapianto mitocondriale.

La tecnica, hanno spiegato gli scienziati ad un convegno medico a Londra, prevede la fecondazione in vitro di una cellula uovo e la rimozione successiva del nucleo. Il nucleo viene poi inserito nella cellula uovo di una donatrice, il cui Dna è stato rimosso. Il feto che ne risulta eredita il Dna nucleare da entrambi i genitori e quello mitocondriale da una terza persona.

La tecnica finora è stata sperimentata solo in laboratorio, usando 10 embrioni con gravi anomalie scartati per i trattamenti tradizionali di fecondazione; quelli creati sono stati distrutti dopo sei giorni.

"Esperimenti simili sono stati fatti anche in Italia" commenta il genetista Bruno Dalla Piccola "per ringiovanire, ad esempio, le cellule uovo di donne anziane, ma quello delle malattie mitocondriali è un campo complesso. La prova del nove sarebbe vedere se al momento della nascita si può dimostrare che i mitocondri sono effettivamente del terzo partner", conclude.

Gli scienziati di Newcastle hanno chiarito che un bambino che dovesse nascere usando questa tecnica avrebbe elementi genetici di tre diverse persone, ma che il Dna nucleare, che regola l'aspetto fisico e altre caratteristiche chiave, non verrebbe dalla cellula uovo del terzo donatore. Per verificarlo, i ricercatori hanno provato la tecnica sui topi e ottenuto una conferma.

La loro è una motivazione terapeutica: "In linea di principio siamo convinti di poter sviluppare questa tecnica e offrire una cura in un futuro prossimo per poter dare alle famiglie la speranza di non trasmettere ai figli la malattia", spiega alla Bbc il dottor Patrick Chinnery, membro dell'équipe. "Dal punto di vista teorico può funzionare" conferma il professor Dalla Piccola, che però avverte: "dal punto di vista pratico mi lascia maggiormente perplesso. Ogni estremizzazione rischia di diventare accanimento riproduttivo".

Senza contare le questioni di tipo etico destinate ad aprirsi dopo l'annuncio. E in Gran Bretagna i gruppi in difesa della vita, come il Comment on Reproductive Ethics, hanno già bollato l'esperimento come "pericoloso e rischioso: un passo in avanti verso la creazione di bambini su misura".

(5 febbraio 2008)


fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/embrione-tre-genitori/embrione-tre-genitori/embrione-tre-genitori.html

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In ospedale addio ai vecchi reparti: arriva il ricovero per "intensità di cura"



MILANO (4 febbraio) - Un ricovero in ospedale non più in base al tipo di patologia, con un reparto specifico a cui fare riferimento, ma con un ricovero per intensità di cura. Una divisione in tre livelli che manderebbe in pensione la vecchia organizzazione in unità operative specialistiche (ortopedia, pneumologia, chirurgia ecc.) Il ricovero avverrà quindi in base alla gravità del malato e all'intensità di cura che egli richieda. Ad aprire la strada a questo tipo di sperimentazione sarà l'azienda ospedaliera di Empoli e coinvolgerà 1000 operatori nel nuovo ospedale, già a partire da prima dell'estate. Ne ha parlato Sabrina Sani, della direzione sanitaria dell'azienda Usl 11 di Empoli, nel corso di un incontro presso la Fondazione Medtronic, a Senso San Giovanni.

Per il nuovo progetto ci dovrà essere una maggiore collaborazione tra infermieri e medici delle diverse discipline. Il cosiddetto “giro medico” ad esempio, costituirà un momento importante di scambio tra le professioni e la nuova organizzazione per Aree comporterà necessariamente un'assegnazione di letti limitrofi a specialità diverse. Ma a determinare il ricovero presso un certo ospedale non sarà l'esistenza di un particolare reparto (di ortopedia piuttosto che di pneumologia), ma l'intensità di cura che può garantire. «Se tutti gli ospedali risponderanno a questa logica - ha detto Sani - l'utente saprà che per l'intensità di cura che richiede la sua malattia dovrà recarsi a Empoli piuttosto che a Careggi».

Questa nuova organizzazione dell'ospedale richiede anche un ripensamento della presa in carico del paziente perché sia il più possibile personalizzata e condivisa attraverso tutti i livelli di cura. Occorre passare dal principio di “hosting” al principio del “case management”, dall'idea di curare la malattia all'idea di farsi carico del malato. E questo comporta però la figura dell'infermiere referente responsabile dell'assistenza e del risultato del progetto assistenziale.

Un cambiamento totale, quindi, che necessita di nuova educazione e formazione degli operatori coinvolti. A Empoli, così come all'Ospedale San Gerardo di Monza dove è stato attuato uno “studio pilota per la valorizzazione del fattore umano in sanità”, per gestire il cambiamento è stata applicata l'esperienza di “virtHuman International”, un metodo basato su formazione ed educazione ma soprattutto sulla motivazione del personale.


fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=18238&sez=HOME_INITALIA

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domenica 3 febbraio 2008

Aborto, il documento dei medici riapre lo scontro sulla 194



Il testo dei cattedratici riaccende il dibattito sull'interruzione di gravidanza
Angius: "Profondo sdegno per l'aggressione a una legge giusta"



ROMA - Si divide il mondo scientifico
e si apre la discussione in quello politico dopo il documento firmato da un gruppo di cattedratici delle facoltà di Medicina delle università di Roma. Un testo nel quale si sostiene che nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un'interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo anche senza chiedere l'autorizzazione alla madre. E a riaccendere la discussione sulla legge 194, all'indomani della diffusione del documento, arriva anche l'appello anti-aborto di Benedetto XVI.

Esprime "rispetto e distanza",
nei confronti delle affermazioni del Papa, Fausto Bertinotti, "rispetto perché da tutte le cattedre religiose vengono delle sollecitazioni su temi etico-morali che le grandi componenti laiche, un po' sopraffatte dall'idea mercantile e scientista, hanno dimenticato. Ma questa non è una buona ragione per ascoltare queste parole con una dipendenza". Il presidente della Camera si dice "non d'accordo" e ritiene che "la legge sull'aborto in Italia sia una grande conquista di civiltà che fa onore a questo Paese e dà uno spazio anche di sofferenza ma di libertà alle donne".

Quanto al dibattito sulla 194, l'Udeur si associa al documento dei cattedratici, con la responsabile di bioetica del partito, Wanda Ciaraldi, che auspica un aggiornamento della legge "alla luce delle nuove tecniche di rianimazione dei prematuri, perché ogni feto ha diritto di essere curato né è pensabile che a tanti anni di distanza la 194 debba essere considerata intoccabile". E Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, dopo aver partecipato all'Angelus di Benedetto XVI ribadisce che "a nessuno è permesso minimizzare il dramma umano e professionale del medico che si trova davanti a un prematuro nelle cui vene si vede pulsare il sangue".

Il documento dei medici conferma che "la scienza è al servizio della vita", dice Alfredo Mantovano di An, che plaude ai docenti di neonatologia, e alla loro difesa della vita, perché ciò confermerebbe a suo giudizio "che l'università italiana non è assimilabile alle poche decine di professori che hanno protestato per la visita del Papa alla Sapienza, e che la scienza è capace di porsi al servizio dell'uomo quando aderisce al dato di realtà".

L'unica voce di "profondo sdegno" - assieme a quella dei radicali - è quella di Gavino Angius, che a nome dei Socialisti interviene nella polemica e parla di "aggressione alla 194 perpetrata nelle ultime settimane dalle gerarchie vaticane e da gruppi a essere contigui". Sulla stessa lunghezza d'onda la segretaria radicale Rita Bernardini: "Condannare alla sofferenza non è difesa della vita" dice, attaccando "i potenti del Vaticano, dei partiti e della medicina" e in generale chi "vuole scegliere per gli altri al posto dei genitori, della madre, e prendere decisioni sulla vita di innocenti condannandoli ad un'esistenza di inferno sulla Terra".

(3 febbraio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/documento-neonati/documento-aborto-dibattito/documento-aborto-dibattito.html

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Il Papa ringrazia i medici romani per il manifesto anti-aborto

«Rianimare feti anche contro la madre»


 Una sala operatoria

Non c'è un riferimento esplicito al manifesto dei neonatologi cattolici di Roma ma domenica all'Angelus papa Benedetto XVI rincara l'invettiva contro l'aborto. È del resto la 30° Giornata della Vita per la Chiesa Cattolica romana. E così, arriva l'appello a «tutelare e promuovere» la vita umana «sia prima della nascita che nella sua fase terminale». E diretto anche se annoverato in un richiamo generico arriva anche il ringraziamento a tutti quelli che « secondo le proprie possibilità, professionalità e competenze - ammonisce il Pontefice - si senta sempre spinto ad amare e servire la vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto».

E il documento reso pubblico alla vigilia della Giornata cattolica per la Vita più il richiamo antiabortista del Papa danno, come al solito, spazio a alcuni politici dell'Udc, da Cesa a Buttiglione, per applaudire e schierarsi nel codazzo.

Ma cosa avevano detto i neonatologi antiabortisti di alcune università come La Sapienza, Tor Vergata, La Cattolica e il Campus Biomedico? Avevano detto che nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un'interruzione di gravidanza, il medico neonatologo deve intervenire per rianimarlo, «anche se la madre è contraria, perché prevale l'interesse del neonato». A sostenerlo in particolare è Domenico Arduini, direttore della clinica di ostetricia e ginecologia dell'università di Tor Vergata, uno dei firmatari del documento condiviso dalle università romane di medicina secondo cui va rianimato qualsiasi prematuro che mostri segni di vitalità.

«Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio ed assistito adeguatamente». È quanto viene affermato in un documento approvato ieri dai direttori delle cliniche ginecologiche delle facoltà di medicina delle università romane, Tor Vergata, La Sapienza, Cattolica e Campus Biomedico.

Il documento è stato discusso nel corso del convegno al Fatebenefratelli dedicato alla giornata della vita in relazione alla prematurità estrema. «Con il momento della nascita la legge - afferma il documento - attribuisce la pienezza del diritto alla vita e quindi all'assistenza sanitaria. L'attività rianimatoria esercitata alla nascita dà il tempo necessario per una migliore valutazione delle condizioni cliniche, della risposta alla terapia intensiva e delle possibilità di sopravvivenza, e permette di discutere il caso con il personale dell'unità ed i genitori». Tuttavia, sostengono i firmatari, «se ci si rendesse conto dell'inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare ad ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico». Il documento si riallaccia alle problematiche emerse in questi ultimi mesi circa i limiti dell'aborto in relazione all'avanzamento delle tecniche rianimatorie e di sopravvivenza del feto. Alcune preoccupazioni erano state espresse dai vescovi italiani, mentre le società scientifiche dei neonatologi hanno prodotto diverse linee guida per adeguare gli interventi. «Nell'immediatezza della nascita - ha spiegato Cinzia Caporale, componente del Cnb - il medico deve agire in scienza e coscienza sulla opzione di rianimare, indipendentemente dai genitori, a meno che non si palesi un caso di accanimento terapeutico». Secondo Caporale il medico deve quindi rianimare sempre, decidendo caso per caso.

Nell'ipotesi in cui il feto sopravviva all'aborto «non ritengo necessario chiedere il consenso della madre. In questo caso infatti si esercita un'opzione di garanzia con cui si tutela un individuo fragile e vulnerabile, qual è il neonato, in un fase in cui non si hanno certezze cliniche». Una volta che però la rianimazione ha avuto inizio e la situazione clinica evolve in modo sfavorevole, «con mezzi di cura troppo onerosi rispetto ai risultati che si possono ottenere non c'è l'obbligo di cura, ma è anzi doveroso moralmente sospendere la terapia». Nicola Colacurci, dell'Università di Napoli, ricorda come il problema della rianimazione dei feti prematuri sia «stato ampiamente discusso, e non siamo mai riusciti a elaborare un documento condiviso. Anche perché la legislazione italiana è pazzesca, con due leggi, la 40 e la 194, in contraddizione tra loro. Servirebbe chiarezza». Di fatto si potrebbe creare il paradosso di una legge che con una mano consente alla madre di abortire entro un certo termine, e con l'altra obbliga il neonatologo a intervenire sul feto. Per questo, spiega Colacurci, «ci vorrebbe una legge che fissi il limite temporale oltre il quale intervenire sul feto. 18, 20, 22 settimane? È lo stato che deve dirci come intervenire, non si può ogni volta, come è successo spesso, correre il rischio di venire denunciati per omissione di soccorso».

Nella Giornata della Vita parla anche l'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi dice espressamente di non voler fare «un rimprovero, una denuncia, un'accusa alla società civile». Il suo è un invito e testimoniare ogni giorno che la vita è un dono sempre e comunque e che per ciò va difesa, sostenuta e aiutata seguendo l'esempio di Gesù che per la vita ha donato tutto se stesso. Bisogna cercare di fare «un'azione concertata» a cui collaborano singole persone, istituzioni e risorse, bisogna saper offrire gesti di ascolto, di accompagnamento di vicinanza, ma sempre «in termini delicati - sottolinea l'arcivescovo di Milano -, rispettosi e insieme credibili e forti affinchè situazioni problematiche o negative di una vita, in particolare nascente, minacciata di essere soppressa possano ricevere una risposta coerente al vero e al bene di ogni persona, soprattutto nelle situazioni più disperate». Il cardinale non ignora il «dibattito sui più diversi problemi della vita umana, sotto l'incalzare inarrestabile delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche e sotto il peso schiacciante delle questioni politico legislative, delle condizioni sociali precarie di vita di persone e famiglie, dei poteri forti e dei grandi interessi economici». Si tratta di elementi che rendono «più acuta, anzi fondamentale e decisiva - prosegue - la problematica etica della vita umana, soprattutto ai suoi inizi e prima della nascita come pure al suo epilogo». Ma l'arcivescovo non parla mai esplicitamente della legge 194. Pone una sola domanda ai cristiani: «In questo campo abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, tutto quello che dovevamo fare?». «È un esame di coscienza - conclude - che si impone, non per una facile o falsa auto assoluzione, ma per un salto di qualità, un impegno rinnovato e deciso a fare di più e meglio».


Pubblicato il: 03.02.08
Modificato il: 03.02.08 alle ore 14.35

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72622

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giovedì 24 gennaio 2008

MOBBING - Quando il lavoro fa ammalare



Storie di ordinari soprusi, finiti prima in clinica e poi davanti al giudice

La manager che fa fotocopie, la pediatra con la scrivania in corridoio, la redattrice licenziata per colpa del capo


Nicoletta Braschi in una scena del film di Francesca Comencini «Mi piace lavorare», incentrato sul fenomeno del mobbing

MILANO – L'impiegata che al rientro dalla maternità trova la sua scrivania occupata da un'altra persona e viene relegata ad una mansione secondaria; il capoufficio che si ritrova senza più nessuno da dirigere e senza neppure un incarico preciso per se stesso; il giovane operaio emarginato e costretto a fare i turni peggiori per avere chiesto maggiori tutele sindacali; la cassiera del supermercato che per aver rifiutato le avances di un superiore si è ritrovata spedita dietro al banco del pesce, al freddo e in mezzo al persistente odore di trote e molluschi. Basta andare in un qualsiasi giorno allo sportello mobbing della Camera del lavoro di Milano, uno dei tanti aperti sul territorio nazionale per raccogliere denunce e segnalazioni (■ In Italia un milione e mezzo di casi), per entrare a contatto con le storie di chi il mobbing l'ha subito e ne porta ancora le conseguenze. Non tutti vogliono raccontare i dettagli della loro storia, perché magari le vertenze con i datori di lavoro sono ancora in corso e non vogliono esporsi, neppure dietro garanzia di anonimato, prima di un pronunciamento del giudice del lavoro. Ma c'è anche qualcuno che vuole rompere il silenzio e ci fa assistere al colloquio con la rappresentante legale del servizio. Come ad esempio R. F,42 anni, che prima di ritrovarsi immersa nella trafila del riconoscimento del danno biologico era una manager informatica di successo.


La Camera del Lavoro di Milano (foto A. Craighero)

LA MANAGER - R. F continua ad essere un quadro e una dipendente della multinazionale informatica con sede a Milano insieme ad altri duemila dipendenti. Ma la sua vita è cambiata: «Dopo 9 anni di assunzione mi ritrovo a impugnare una vertenza per dequalificazione professionale e mobbing. Il raggiungimento degli obiettivi è stato uno dei miei punti di forza. Ma l'azienda mi ha colpito, spostandomi improvvisamente e senza motivo e ridimensionando il mio ruolo di quadro». «Non sono nelle condizioni di potermi licenziare – dice ancora la donna - e non ho assolutamente intenzione di accettare il riconoscimento di 25.000 mila euro che mi ha proposto l'azienda per un licenziamento concordato. Dal 2002 quando è iniziato il mio calvario ad oggi mi è successo di tutto. Ho sempre cercato di conciliare, accettando la progressiva dequalificazione. Sono finita a fare le fotocopie e a svolgere le mansioni di una stagista appena assunta. Negli ultimi cinque anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per reggere l'urto e non perdere la calma. Ma adesso non ce la faccio più».


Un'intera valigia piena di incartamenti per documentare i soprusi subiti da una lavoratrice (foto A. Craighero)
LA PEDIATRA – G.M.L., 49 anni è invece pediatra, un lavoro che ha amato fin dal primo giorno in cui ha indossato il camice bianco. Ed è una signora battagliera che nel giorno del suo ennesimo appuntamento allo sportello mobbing si presenta non con una borsa, ma addirittura con una valigia azzurra, tanta è la documentazione a sostegno delle sue rivendicazioni. Quando la apre spuntano cinque faldoni colorati pieni zeppi di prove. Sul tavolo del legale incaricato la aspetta una pratica di "richiesta ex art 410 D.Lgs 165/01 – Discriminazioni e vessazioni sul luogo di lavoro da parte dei preposti – risarcimento del danno biologico patrimoniale e morale" da inviare alla azienda ospedaliera presso cui operava. «Dopo che ho dato anima e corpo all'ospedale – racconta G.M.L. -, nel 2001 senza nessuna comunicazione preventiva sono stata rimossa dal mio reparto. Mi hanno emarginato da un giorno all'altro. Hanno iniziato con le riunioni di reparto alle quali mi hanno impedito di assistere, senza motivo. Poi, una mattina ho trovato la mia scrivania fuori dal reparto, nel corridoio. Il motivo? Giochi di potere e cambio del primario».


Lavoratori nella sala d'attesa dello sportello mobbing di Milano (foto A. Craighero)

LA REDATTRICE - Non è diversa l'avventura di F.G. una editor-redattrice di 31 anni che vive e lavora a Roma, assunta presso una casa editrice della provincia. Dopo circa tre anni la sua esperienza si è esaurita e ora ha avviato una vertenza per mobbing contro l'ex datore di lavoro. Ce la racconta con dovizia di dettagli. «Ero coautrice di un'opera originale – spiega F. G. - , nonché responsabile redazionale ed editor di una rivista. In 12 mesi, ho curato, l'editing delle sceneggiature per un totale di una ventina di puntate. Un lavoro mastodontico, di invenzione e coordinamento, che altre case editrici preparano in almeno tre anni e che invece noi abbiamo contratto in poco più di un anno, per una volontà della direzione di pubblicare in tempi record il prodotto. Ho lavorato a ritmi folli: straordinari quasi tutti i giorni, lavoro a casa, di notte e in molti fine settimana. Scrivevo di persona molti di questi pezzi, facevo editing degli articoli scritti dai collaboratori esterni, svolgevo l'intera ricerca iconografica».


L'INIZIO DELL'INFERNO – E' un fiume in piena F.G : «Il prodotto era bellissimo, riscuoteva notevole interesse tra gli addetti ai lavori, anche all'estero. Ma non vendeva bene. Una spinta pubblicitaria inesistente, "competitor" molto forti in un mercato editoriale selvaggio e incostante, uno studio di marketing troppo frettoloso e approssimativo». E al problema non si cercavano né le cause né le soluzioni. Improvvisamente la posizione di F.G, inizia a vacillare. «Il mio capo cercava a quel punto solo di "scagionarsi" dal fallimento attraverso capri espiatori: ed uno di quelli ero io insieme ad altri colleghi. Il suo atteggiamento nei miei confronti cambiò radicalmente. Un mobbing sottile fin dall''inizio, poi sempre più manifesto e sfibrante che ha preso per mano dopo un anno il mio licenziamento».


IL LICENZIAMENTO - «Hanno iniziato escludendomi dai nuovi sviluppi legati al mio progetto. Un giorno ero la creativa che doveva avere una visione progettuale e delegare agli altri redattori, un altro ero la correttrice di bozze che non doveva farsi sfuggire una virgola. Dopo una serie di vessazioni, aggressioni verbali davanti ad altri colleghi, si disprezzava il mio lavoro, addirittura dichiarandolo "un senso di vergogna". Poi si è passati al demansionamento: con l' affidamento di miei progetti originali ad altri colleghi e la riduzione drastica delle mie mansioni. Mi sentivo inutile come risorsa». C.F è stata licenziata. Una come tante. « A nulla è valsa la mia mansuetudine nell'accettare incarichi più semplici, né i ripetuti e sinceri tentativi di confronto aperto con i capi».Ora, come altri sconosciuti invisibili, nascondendo il suo anonimato per proteggersi, cercherà un altro posto di lavoro. Senza sapere bene il perché.


Ambra Craighero
23 gennaio 2008(ultima modifica: 24 gennaio 2008)

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pat45

24.1|19:05
Lettore_4792

Riassumo brevemente il mio iter lavorativo nell’azienda attuale, una srl a conduzione praticamente familiare, di uno solo, il capo, colui che mi ha vessato per nove anni, dapprima con insopportabili advances, mirate alla semplice copulazione, e nient’altro, poi da qualche anno, dopo che chiaramente ha capito che non gliel’avrei MAI data, ha assunto continui gesti di disprezzo e critiche su tutto il mio operato, con tanto di urla e pugni sul tavolo, mi paga puntualmente e non mi fa mai fare straordinari, ma nelle ore di lavoro è una piaga, continua, non c’è alcun rapporto umano, non esiste il lato personale, di nessun genere ed interesse. Direi che rimango qui, ancora per un po’ dato che non è facile trovare un altro lavoro, ormai mi sono fatta le ossa!


MOBBING 'NDRANGHETISTICO

24.1|17:28
morosud

Sono un direttore di carcere da alcuni anni destinatario di continue vessazioni ed abusi da parte del superiore che in tale azione è coadiuvato da alcuni suoi colleghi romani. Tutto nasce da un dignitoso diniego.Per essermi infatti legittimamente rifiutato di aderire alla sua richiesta di lasciare la mia sede di servizio,ambita da altro dirigente,sono stato nel tempo sanzionato disciplinarmente,denunciato penalmente e più volte trasferito immotivatamente in sedi lontane da casa centinaia di chilometri. Qualche anno addietro a seguito dell'ennesimo illegittimo provvedimento di trasferimento quale vice-direttore(posto di funzione non previsto come dirigenziale),decidevo di attendere negli uffici dove lavoravo l'arrivo del mio superiore dal quale speravo di avere chiarimenti in merito.Nonostante l'attesa protrattasi fino al mattino del giorno seguente (durante la notte ebbi l'assistenza di mia moglie),il "coraggioso capo" non si fece vivo,trattandomi così peggio di un detenuto (nelle carceri i detenuti,quando lo chiedono,sono sempre ascoltati). Del fatto si occupò la stampa.E mi fermo quì.La storia di MOBBING 'NDRANGHETISTICO è lunga ed articolata e meriterebbe di essere raccontata tutta!

Dopo una vita (30 anni) in Sala Operatoria

24.1|17:00
colibrì

Una laurea in Medicina e Chirurgia (6 anni) una Specializzazione in Chirurgia Generale (5 anni) circa 2.000 interventi da operatore e oltre 9 mila in totale, pubblicazioni, circa 100 tra Congressi, Work-shop di emodinamica, dopplerista con 20 anni di esperienza, e a 56 anni decido di andare senza far polemiche in Pronto Soccorso perchè emarginato dal primario a favore di "signorsì" senza specializzazione e senza alcun congresso frequentato. Che volete, così è la vita!


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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_23/mobbing_testimonianze_delle_vittime_9a7a4542-c9c5-11dc-97c6-0003ba99c667.shtml

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