"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci

venerdì 15 giugno 2007

AMBIENTE: Quale futuro per il pianeta?




UNA BELLA LEZIONE


del prof. Wolfang Sachs

Vorrei offrivi alcuni spunti di riflessione: la prima parte prenderà spunto da tre storielle intorno alle quali cercherò di fare alcune considerazioni più generali riguardanti la connessione tra giustizia ed ambiente.
Nell’ultima parte focalizzerò le vie verso la realizzazione di un essere capace di giustizia per la costruzione di una società a sviluppo sostenibile.
Inizierò il mio discorso parlando del cibo, infatti il titolo della mio primo capitolo è:” La storiella del salmone e la giustizia.

I tedeschi negli ultimi anni hanno iniziato a mangiare molto più salmone, quindici anni fa il salmone non era così diffuso. Ora invece ne vengono consumati ben 80 milioni di chili all’anno.
Naturalmente il salmone non si trova in Germania, proviene da altri luoghi: Scozia, Norvegia Anche lì tuttavia, benché vi sia molto salmone, non basta per nutrire tutti gli stomaci dei tedeschi e degli italiani.
Di conseguenza per soddisfare le richieste si deve ricorrere a salmone di allevamento.
Gli allevamenti presentano un problema: questo problema è il mangime e da dove questo proviene.

Vi porto in un posto in Sudamerica, lungo le coste del Pacifico, questo luogo si chiama: Chimbote, una città situata nel bel mezzo del Perù. Quando uno si avvicina al porto sente una gran puzza, poi vede che ci sono dei ruscelli con le acque tutte rosse, si vedono anche molti pescherecci che vanno e vengono carichi di piccoli pesciolini. Questi pesciolini vengono trasformati, nelle fabbriche intorno al porto in farina di pesce.
Ed ecco che succede: la farina di pesce viene trasportata in Norvegia e in Scozia per alimentare il pesce di allevamento. Ci vogliono 5 kl di farina di pesce per produrre un chilo di salmone. Cosa succede? Il consumatore tedesco vuole questo piatto che ha poche calorie, fresco, un piatto molto moderno e per ottenerlo lascia alle sue spalle l’inquinamento dell’aria, degli alberi, lo svuotamento dei mari, in particolare delle acque lungo le coste dell’Oceano Pacifico. Lascia alle sue spalle il declino della piccola economia basata sulla pesca lungo queste coste di conseguenza lascia alle sue spalle anche una crisi alimentare dei paesi del Perù e dell’Ecuador.
Questa storiella è molto simile ad altre storielle: infatti la medesima cosa può essere raccontata parlando dei gamberetti, parlando della legna…

Una simile storiella la si può ritrovare quasi ovunque dove la natura è divenuta un pezzo centrale dell’esportazione dei paesi del sud.
E’ un flash su come funzionano queste catene globali di produzione.
La globalizzazione ha esteso un traffico già esistente: ha ampliato la rete delle catene di produzione e dei traffici commerciali. Una rete che è come una ragnatela, attraverso questa rete la classe consumistica del mondo è capace di attrarre tanti pezzi del patrimonio naturale verso di sé tramite una forza di potere molto particolare che si chiama: potere d’acquisto.
Questa storia mostra un po’ come lungo questa catena di produzione i profitti e gli svantaggi siano distribuiti in modo nuovo. Quindi con la globalizzazione si potrebbe anche pensare che vi sia un estendersi dell’economia nel globo e che anche i frutti siano estesi in modo globalizzato e democratico.

Molto spesso avviene invece il contrario: i benefici tendono a concentrarsi da un lato della catena alimentare, mentre gli svantaggi dall’altro lato.
Quindi con l’estensione di queste reti globali ha anche luogo una redistribuzione dei vantaggi e degli svantaggi. Altra cosa che può cogliersi da questo esempio è che i paesi dell’OCSE hanno una capacità particolare che è insita nel loro potere d’acquisto ed è quella di appropriarsi di risorse naturali esistenti ovunque.
Per cui il dato che ne deriva è il seguente: il 25% della popolazione mondiale ( i paesi Ocse) utilizza tutta la superficie biologica produttiva disponibile sul nostro pianeta.

Una prima conclusione è la seguente: se in questo modo abbiamo già raggiunto un limite biologico abbiamo al tempo stesso raggiunto un limite sociale, nel senso che questa minoranza della popolazione mondiale ci ha già portato ad un limite. Vuol dire che loro utilizzano già l’intero spazio disponibile a lungo termine. Quindi se lo spazio ambientale è diventato limitato la conclusione è la seguente: se vogliamo dare speranza di miglioramento e maggiori opportunità a tutti i popoli è necessario operare UNA RIDISTRIBUZIONE DI QUESTO SPAZIO.

Quindi ogni tentativo di affermare il diritto alla sopravvivenza richiede a sua volta UN RIDIMENSIONAMENTO delle richieste che vengono fatte dai paesi del nord e dall’occidente.
Ogni discussione che riflette sulla giustizia nel mondo, ogni discussione che cerca di capire come possiamo garantire cibo-acqua-lavoro a tutti quanti i cittadini del mondo inevitabilmente deve fare i conti con questa situazione, deve tener conto che lo spazio ambientale è limitato.
Ogni discussione sulla giustizia deve tener conto che l’ecologia è un fattore enormemente critico per realizzarla nel mondo.
Non era così trent’anni fa.
La conclusione ha questo discorso può essere: non ci sarà giustizia, non ci sarà equità senza ecologia.

Il mio secondo capitolo inizia con un’altra storiella: la storiella della zanzara.
Attraverso questa storiella vi parlerò del cambiamento climatico, ma per fare questo occorre che tutti voi liberiate la mente da un’immagine molto diffusa che posso illustrarvi con questo esempio.
Dieci, dodici anni fa quando si iniziò a parlare di cambiamento climatico la rivista “Newsweek” realizzò una copertina che mostrava la cattedrale di Colonia che affondava nelle onde del mare.
La rivista in questo modo trasmetteva l’idea che il cambiamento climatico avrebbe provocato catastrofi di questo tipo, per cui il mare del nord avrebbe raggiunto la città di Colonia.
Io vi consiglio di togliervi dalla testa questa immagine in quanto è un’idea sbagliata.
Essa infatti suggerisce che le conseguenze drammatiche del cambiamento climatico siano di tipo catastrofico.
Non è così.

Le conseguenze serie del cambiamento climatico avvengono in modo silenzioso.
Arrivano in un modo molto insidioso: per esempio ci sono esseri viventi che amano temperature più calde e maggiori umidità. Tra questi per l’appunto la zanzara.
Sappiamo che le zanzare trasmettono il virus della malaria. Infatti con l’aumento della temperatura nelle zone tropicali del mondo si espande la regione in cui la malaria è presente.
Questa espansione non è soltanto un’espansione geografica di regioni, di aree, ma è un’estensione anche in altezza, l’altitudine in cui la malaria avviene.

Così oggi in un paese come l’Etiopia ci sono incidenze di malaria che non c’erano prima.
Questo è dovuto al fatto che l’Etiopia è una zona molto elevata, quindi fino ad ora era protetta da essa. Questa protezione naturale inizia ad avere delle falle.
Il tempo d’incubazione per la malaria è di 30° e intorno ai 12 giorni.
Quando la temperatura media sale a 32° questo tempo d’incubazione si accorcia e arriva a 7-8 giorni. Quindi si accelera anche il tempo in cui un’infezione si espande
Le conclusioni riguardo a ciò sono le seguenti:
Il cambiamento climatico per prima cosa è INSIDIOSO E SILENZIOSO.
Esso crea , come conseguenza, un cambiamento delle condizioni di vita per molte persone nel mondo.

Certo non per tutti, in particolare non in primo luogo per coloro che lo hanno causato.
Quelli che sono gli innocenti ne saranno le prime vittime.
In particolare: il pescatore lungo le coste del Senegal, il pastore dell’altopiano del Kenia
Quindi gli strati sociali che sono anche economicamente più vulnerabili ne risulteranno le prime vittime. Ne saranno vittime in quanto l’umidità cambierà, muterà la fertilità del suolo e così pure la regolarità dei venti, delle stagioni e così via.

Quindi l’habitat di tante persone e di tanti animali e piante cambierà con delle conseguenze infelici che complicheranno le condizioni di vita di coloro che già sono vulnerabili.
A mio parere è come trovarsi di fronte ad una nuova forma di colonialismo. Non è un colonialismo dove il potere imperiale prende un pezzo di territorio e nemmeno un colonialismo dove la banca mondiale cerca di eseguire programmi di adattamento strutturale. Si tratta invece di un colonialismo che giunge attraverso la civiltà atmosferica. Colonialismo in quanto gli stili di vita e di produzione del nord del mondo hanno un impatto sulle condizioni di vita di altri luoghi.
Ma non si tratta solo di modificare le condizioni di vita , io credo si possa davvero parlare di un attacco, storicamente nuovo, a quelli che noi normalmente chiamiamo DIRITTI UMANI.
Tutto il discorso sui diritti umani ha il suo fulcro nella protezione dell’integrità fisica delle persone.

Per molto tempo questo concetto è stato sviluppato come una protezione dell’integrità fisica nei confronti dello stato o di qualsiasi altro potere che fosse più forte del soggetto da difendere.
Mi sembra che oggi questo tipo di impatto che modifica le condizioni anche fisiche (malattie, agricoltura, incidenza di morte…) possa definirsi come un nuovo attacco ai diritti umani.
Ecco qua un altro punto in cui ecologia e giustizia trovano una connessione.
Il sovraccarico dell’atmosfera cambia le condizioni climatiche del mondo, queste a loro volta modificano, attaccano, minacciano le condizioni di vita di persone, animali e piante.


La terza storiella riguarda il PETROLIO E LA PACE.
Questa storia non può mancare.
Però io vorrei mettere l’accento su un aspetto molto particolare.
Sappiamo che gli Stati Uniti non sono in Ruanda: Perché in Ruanda ci sono tante patate, ma non c’è il petrolio. Se ci fossero tante patate in Iraq gli Stati Uniti non si troverebbero lì, non ne avrebbero interesse. Certamente il petrolio è un fattore fondamentale, ma dobbiamo aggiungere che quel che gioca sullo sfondo è sempre più la finitezza della biosfera, la finitezza dello spazio ambientale.
Come dire: i nodi vengono sempre più al pettine. Certo gli Stati Uniti hanno cercato finora di difendere a spada tratta l’economia fossile e lo fanno in tanti modi. Però tutto ciò acquista una sua drammaticità, perché oggi con i consumatori che ci sono ben sappiamo che il petrolio disponibile non basta, inoltre vi sono altri consumatori sullo sfondo che inizieranno anche loro a farne richiesta.

Per esempio la Cina: se lo sviluppo cinese continuerà a progredire come ora , fra dieci anni la Cina avrà bisogno di quantità enormi di petrolio molto simili alle richieste americane. Quindi apparirà sul mercato mondiale una nuova domanda molto consistente.
Di conseguenza la situazione strutturale, per quanto riguarda il petrolio è molto simile alle altre situazioni già citate prima. C’è uno spazio ambientale limitato e sempre più emergono domande, bisogni, aspirazioni che cercano di ritagliarsi un pezzo di questo spazio ambientale.
In questo senso il conflitto con l’Iraq certamente può essere letto come un conflitto intorno ad uno spazio ambientale limitato.
Non dobbiamo dimenticare che il petrolio richiede sempre una protezione militare aumentando così la vulnerabilità di quel dato spazio, questo anche per un motivo strutturale: gas e petrolio sono presenti sulla terra solamente in alcuni luoghi, mentre i consumatori di energia si trovano dappertutto.



Il risultato è che l’energia fossile si basa sempre su lunghe catene di approvvigionamento.
Siamo di nuovo di fronte a lunghe catene di produzione.
Queste lunghe catene di produzione sono fianchi deboli, fianchi vulnerabili, quindi devono essere protette.
Per questo anche qui la conclusione è che: un’economia fossile sarà sempre un’economia che richiede una maggiore sicurezza militare. Mentre la situazione strutturale è molto diversa per quanto riguarda le energie rinnovabili.
Le energie rinnovabili sono: il vento, la biomassa, il sole, l’acqua.
Le fonti delle energie rinnovabili sono dappertutto e infatti si trovano negli stessi luoghi dove vi sono i consumatori. Ne consegue che con le energie rinnovabili le distanze fra le fonti ed i consumatori possono essere molto più brevi. Quindi parliamo di catene di approvvigionamento molto corte che quindi non richiedono una protezione militare.
Conclusione: non ci sarà pace senza ecologia. Le energie rinnovabili sono energie pacifiste.
Piccola sintesi di quanto ho detto fin’ ora: la giustizia nell’era dei consumi; ho parlato fin’ ora del nord e del sud, ora fate un attimo di attenzione. La divisione fra paesi del nord e paesi del sud non rispecchia più il divario esistente nel mondo di oggi.
Nella mia lettura la vera divisione, il vero divario oggi corre fra le classe consumistica del mondo da un lato e la maggioranza marginalizzata dall’altro.

Chi appartiene alla classe consumistica? Possiamo dire che ne fanno parte tutti coloro che posseggono almeno una macchina. Noi abbiamo mezzo miliardo di macchine, non si tratta di 2-3 milioni di persone, ma di 1 miliardo e mezzo di persone.
Questa classe di persone ha tante cose in comune: non importa che colore ha, ha la macchina, il frigorifero, sono inseriti nei circuiti d’immagine, d’informazione del mondo, fanno dei viaggi, probabilmente mandano i loro figli a studiare all’estero e così via.
E’ abbastanza chiaro che lì c’è un gruppo, una classe, una formazione che comunque, al di là delle differenze hanno in comune una cosa: hanno in comune un consumo delle risorse disponibili abbastanza elevato.
Questo li distingue da quell’altro grande gruppo che invece risulta escluso dai circuiti del mercato mondiale.
Questi più o meno esclusi costituiscono la minoranza della popolazione in paesi come l’Italia.

Rappresentano invece la maggioranza di paesi come l’India, senza dimenticare che in un paese come l’India ci vive tutta una Germania dentro, in quanto la classe consumistica dell’India si aggira intorno ai 70-100 milioni di persone, proprio quanto la Germania.
Quello che voglio dire è che la divisione non è più fra stati del nord e stati del sud, molto spesso questa visione è fuorviante.
La classe consumistica ha si il suo centro principale per ¾ in Europa, Nord America, Giappone, ma ¼ vive anche nei paesi del sud e anche dell’est.
Anche per tutti costoro vale il principio detto in precedenza: anch’essi esercitano un potere d’acquisto sia sulla loro nazione, sia sul mercato mondiale traendo verso di sé le risorse naturali.
Ritengo quindi che la classe consumistica del mondo occupi attualmente una parte eccessiva dello spazio ambientale. Dato che questo spazio ambientale è limitato non ci sarà giustizia nel mondo senza ecologia.

L’ecologia per questo motivo non è un argomento che interessa soltanto organizzazioni come il WWF o Greenpeace, non è solo utile per proteggere le balene, per proteggere gli oceani, l’ecologia oggi è la condizione per rendere possibile una cittadinanza globale.
E’ la condizione essenziale per la convivenza mondiale.
Per questo motivo quindi non c’è dibattito sulla giustizia senza un dibattito sull’ecologia.

Un ulteriore passaggio: se le cose stanno così la sfida particolare per i paesi del nord, o per essere più preciso, per la classe consumistica del mondo è di trovare modi di vita e di produzione che non incidano troppo sulle risorse. Occorre trovare modi di produzione e di vita che permettano di ritirarsi da questo spazio eccessivamente occupato del mondo. E qui ci confrontiamo con un’altra problematica: da 30-40-50 anni le nostre culture hanno fatto nascere un modello di benessere con numerose attrattive. Però è altrettanto vero che il modello che noi abbiamo generato è allo stesso tempo un modello incapace di giustizia.
Incapace di giustizia perché non può essere democratizzato oppure può esserlo solo a scapito dell’ospitalità della terra.
Se noi proseguiamo seguendo ed estendendo questo modello renderemo la terra inospitale.

Quindi per riformulare quello che, a mio avviso, è la sfida centrale .quando parliamo di giustizia dobbiamo riformulare, reinventare i modelli del benessere per renderli sempre più capaci di giustizia
Vorrei infine indicare le due grandi strategie che io intravedo per questa transizione verso un’economia basata su un utilizzo leggero delle risorse.
Perché come ho spigato, occorre mettere gli “onnivori a dieta”: questa è una condizione essenziale per fare spazio ad una maggiore giustizia nel mondo.
Quindi due sono le prospettive.

: La prospettiva della ECOEFFICIENZA:
la reinvenzione dei modelli del benessere è anche una grande sfida per gli ingegneri, i disegnatori, per i pianificatori… per tutti coloro che si occupano della società. Perché per 200 anni il progresso tecnologico ha avuto una direzione particolare. Il progresso tecnologico è andato avanti con un presupposto nascosto. Il presupposto nascosto era che la natura sarebbe sempre stata generosa ed abbondante. Partendo da questo presupposto si è quindi ritenuto importante concentrare tutta la nostra intelligenza, tutte le nostre capacità di creazione sull’aumento dell’efficienza del lavoro.
Questo era molto comprensibile: infatti 200 anni fa il mondo sembrava pieno di natura e vuoto di uomini. Quindi uno poteva avere questa concezione di base.
Oggi invece ci troviamo proprio nella situazione opposta. Il mondo è sempre più scarso di natura e sempre più pieno di uomini. Per questo anche la direzione del processo tecnologico per forza di cose deve cambiare.
Mentre per 150 anni fino ad oggi siamo diventati sempre più capaci di fare cose, da oggi in poi bisogna imparare a fare cose utilizzando sempre meno energia e materiali.
In altri termini: invece di privilegiare la produttività del lavoro occorre favorire la produttività delle risorse. Tutto questo campo di ecoefficienza non dice nient’altro che l’arte di produrre valore economico con sempre meno utilizzo di materiali e di energia, con sempre meno imput di natura.

: La prospettiva di: ECOSUFFICIENZA
Essere ecoefficienti non basta. Sapete tutti che le macchine oggi sono più ecoefficienti di 20 anni fa, ma questo non ha risolto il problema in quanto nel frattempo abbiamo messo sulla strada macchine più potenti, più veloci o fouristrada (è interessante notare inoltre come i consumi di oggi che non tengono conto dell’ecologia risultano irrazionali. Cosa c’è di più irrazionale che mettere un fuoristrada in una via dove nel traffico cittadino si va piano e non ci sono ostacoli da superare?..).è uno spreco di materiali e di sforzi.
E’ chiaro che noi abbiamo scelto d’investire un volume di risorse con il compito di agevolarci, certamente con la velocità sia delle macchine, sia del treno aumenta anche il bisogno di energie e di risorse. Quindi per questo ci vuole una società leggera di risorse, per questo occorrono macchine moderatamente motorizzate cioè costruite in modo da non poter superare diciamo i 100 km orari.
Quindi la moderazione o se preferite la sufficienza diventa parte del disegno della macchina.
Così diminuirà l’incidenza degli incidenti, dell’inquinamento e potremo trovarci in una situazione molto diversa.
Questo è un esempio di come si può declinare insieme sufficienza ed efficienza pensando a nuove tecnologie. Questa continuazione tra sufficienza ed efficienza mi sembra la scelta essenziale per andare avanti verso tecnologie ecocompatibili.
Ultimo esempio di ecosufficienza : è abbastanza facile da capire che negli ultimi decenni ci siamo sempre più arricchiti di cose, di oggetti, ma allo stesso tempo ci siamo sempre più impoveriti di tempo.
Forse tutti possono avere un’idea diversa in cosa possa consistere una buona vita però credo che pur avendo visioni diverse tutti convengono sull’opinione che una buona vita dovrebbe sempre includere una ricchezza di tempo.

Che cosa invece è successo in questi ultimi tempi del miracolo economico ?
Certo siamo più ricchi, abbiamo più cose, possiamo comperare di più…. Però ogni cosa costituisce un richiamo alla nostra risorsa più preziosa che è IL TEMPO.
Perché il giorno ha soltanto e sempre 24 ore e il nostro sforzo di mettere sempre più cose in questo contenitore di 24 ore ha come risultato di farci sentire nervosi, con tempi ristretti.
C’è inoltre un ulteriore disparità tra la soddisfazione materiale e la soddisfazione immateriale.
E’ vero ci possiamo permettere più cose, ma abbiamo meno tempo a nostra disposizione per i nostri hobbies, ad esempio possiamo comperarci più cd di musica, ma ci manca il tempo per ascoltarli…e così via.
Quindi si apre una contraddizione per cui ci accorgiamo che non è possibile massimizzare ugualmente la soddisfazione materiale e quella immateriale.
Se volete ottimizzare la vostra soddisfazione immateriale oltre una certa soglia, dovete necessariamente limitare la soddisfazione materiale.

Perché diversamente non esiste più spazio e tempo per godersi le cose che si hanno, per estrarne la qualità, per utilizzare le cose per la propria soddisfazione interiore e così via..
Dico questo perché L’ECOSUFFICIENZA ha molto a che fare con L’ARTE DEL VIVERE.
Tutto questo è importante perché giustizia oggi non vuol dire guardare gli altri e vedere come condurre il povero verso una situazione migliore.
Questo è pur sempre importante e nobile, però in primo luogo REALIZZARE LA GIUSTIZIA NON VUOLE DIRE TANTO DARE DI PIU’, MA PIUTTOSTO IMPARARE A PRENDERE DI MENO.
Grazie a tutti

fonte: http://www.scuolaperalternativa.it/sito_00/doc2.php?id=15






.......

Nessun commento: