"Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza." Antonio Gramsci

domenica 26 agosto 2007

Walter Grecchi: sono in quella foto, chiedo la grazia

Walter Grecchi è riparato oltralpe. Quel giorno fu ucciso il vicebrigadiere Custra
Ora teme l'arresto: "Non scappo più, ho 49 anni, famiglia, un mutuo da pagare"

Ma io non ho mai sparato

dal nostro inviato ENRICO BONERANDI


L'immagine emblematica del '77, il 14 maggio in via De Amicis a Milano: Walter Grecchi è il ragazzo al centro


MONTPELLIER -
Tre ragazzi con la faccia coperta da un fazzoletto. Uno punta verso la polizia la P38, gli altri due scappano. "Io sono quello col foulard e il rtascapane che se la dà a gambe", sussurra Walter Grecchi. "Ho perso i capelli ma si capisce che sono io", aggiunge trent'anni dopo quel pomeriggio milanese di cariche di polizia e lacrimogeni, scontri e bagliori di bottiglie molotov. E' una foto famosa, l'immagine simbolo del terrorismo nascente in Italia. Manifestazioni armate non solo di spranghe e molotov, ma anche di pistole: sull'asfalto di via De Amicis, trafitto da una pallottola, quel 14 maggio del '77 cadde il vice brigadiere Antonio Custra. Non è che poi che assomigli così tanto, quel ragazzo in fuga, al Grecchi di oggi, che è un uomo maturo, con moglie, figli grandi e un lavoro di informatico, anche se lui si sentirà per sempre inchiodato a quel fotogramma. Cinque anni fa Paolo Persichetti, poi Cesare Battisti, martedì scorso Marina Petrella: prima o poi Walter Grecchi sa che la polizia francese lo verrà a prendere, nel suo appartamento di Montpellier.

Cosa vede in quella foto, Grecchi?
"Vedo uno studente di 18 anni dell'istituto Cattaneo che sognava di cambiare il mondo e voleva fare la rivoluzione. Uno dell'Autonomia, parola che voleva dire tutto e niente. Gli ideali erano giusti, quelli non li rinnego. Eravamo in piazza per protestare contro l'arresto degli avvocati di Soccorso Rosso, era da poco stata uccisa a Roma Giorgiana Masi. Ho lanciato una bottiglia molotov, la pistola non l'avevo proprio".

Ma le P38 c'erano e hanno sparato.
"Io non l'ho fatto. Non ho ucciso nessuno. Anche ai processi è stato dimostrato che sono stati altri. Mi hanno arrestato insieme agli altri della foto dopo una settimana. Prima condanna a 10 anni, ridotti a 4 in appello. In carcere, e li ho girati tutti quelli di massima sicurezza, ho fatto 3 anni e mezzo. Quando sono uscito l'esercito mi ha arruolato come bersagliere. Ma la Cassazione ha annullato la sentenza. Ho capito che tirava una brutta aria e sono scappato in Francia. I miei erano operai, hanno tirato su quello che potevano e me l'hanno dato. A Parigi ho saputo della condanna definitiva: 14 anni e 11 mesi per concorso morale in omicidio".

Non se li merita, è questo che pensa?
"Mi sembra un'enormità. Ho solo lanciato una molotov. Questo non vuol dire che non senta una pena terribile per quella vittima innocente e per la figlia di Custra che doveva ancora nascere e che adesso ha 30 anni. Dentro ho un'angoscia che non riesco a descrivere. Non doveva succedere ma purtroppo è successo".

Cosa ha fatto in Francia in questi anni?
"Tutti i lavori possibili. Dall'imbianchino al lavapiatti. In carcere avevo preso il diploma di geometra, qui ho fatto tre anni di architettura, ma ho smesso. Mi hanno assunto in una ditta tessile, poi ho cominciato a lavorare per il catasto e mi sono specializzato in cartografia: elaboro programmi informatici. Ho conosciuto una ragazza francese di origini italiane, Pia, e ci siamo sposati, andando ad abitare a Montpellier. Nell'89 ho presentato domanda di naturalizzazione e dall'anno successivo sono diventato francese".

Nessun problema per la cittadinanza?
"Ho dovuto firmare una dichiarazione in cui attestavo di abbandonare la lotta armata e che mai avrei nuociuto alla Francia. L'ho fatto, ovviamente, anche se io con il terrorismo non ho mai avuto a che fare".

Però gli altri fuorusciti italiani li ha frequentati.
"Quando ero a Parigi, li vedevo. Andavo a giocare a pallone a Vincenne con Toni Negri, qualche riunione ogni tanto. Oreste Scalzone dava una mano a tutti. Da quando abito a Montpellier, ho quasi perso i contatti".

Si sente parte di quel gruppo?
"Non mi chiamo fuori, è una condizione oggettiva. Siamo le cosiddette primule rosse che il ministro Castelli ha inserito in una lista di 14 nomi, per i quali l'Italia chiede alla Francia l'estradizione. Non ho progettato il delitto Moro, non mi sono arruolato nelle Br, non ho ammazzato nessuno: questo è vero e sacrosanto. Sangue sulle mani non ce l'ho. Non so gli altri, io parlo per me. Però so che anche loro si sono rifatti una vita qui in Francia e che alla lotta armata non ci pensano proprio, e da decenni".

E lei?
"Ripeto: io sono venuto via dall'Italia prima che iniziasse il terrorismo. Qui in Francia voto a sinistra, prima Mitterand poi, a malincuore, Chirac contro Le Pen. Quest'anno Ségolène Royal. Le storie italiane le conosco poco. Ogni tanto le leggo su Internet o me le raccontano gli amici che ancora mi vengono a trovare. Mio padre è morto di cancro, ma al suo funerale non sono potuto andare, con tutto quello che ha fatto per me".

La giustizia italiana sta per bussare alla sua porta.
"Magari mi arresteranno per ultimo, visto che sono il pesce più piccolo. Ma succederà, con il vento di destra che spira in Francia. Mi sveglio di notte con questo incubo. Di certo non scappo un'altra volta. Ho 49 anni, una famiglia e un mutuo da pagare. Dove vado?".

E che cosa spera?
"Che venga trovata una soluzione politica. La Francia ci ha impiegato anni, ma ha risolto la questione algerina. Bisogna che anche in Italia si chiudano certi conti. Con un'amnistia, dopo un dibattito serio e concreto".

E' la stessa richiesta che avanzano gli altri. Ma lei non è mai stato un terrorista.
"Cosa dovrei fare? Che rivedano il mio processo è quasi impossibile. Nel '90 ho presentato la domanda di grazia, senza avere risposta. Ci riproverò adesso, parlerò col mio avvocato. Ma perché un'amnistia non venga presa in considerazione, questo non riesco a capirlo".

(26 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/foto-77/foto-77/foto-77.html

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Cossiga: "nel '77 sconfissi Autonomia Operaia con l'aiuto del PCI e della Cgil"

"Bertinotti ha il compito di incanalare il dissenso dell'estrema sinistra"
Intervistato dal quotidiano della destra neofascista "La Nazione" del 21 maggio con un forzoso parallelo sulla Bologna del '77 e quella di oggi governata da Cofferati, il capo dei gladiatori, Cossiga, si lascia andare ad alcune rivelazioni alquanto illuminanti sull'argomento.

Cossiga, che all'epoca delle rivolte studentesche del 1977 era ministro DC dell'Interno, guidò personalmente la feroce repressione poliziesca per stroncare il movimento che provocò molti morti; in particolare a Bologna, che fu messa a ferro e fuoco dai suoi reparti meccanizzati, come egli si vanta oggi compiaciuto davanti al pennivendolo di regime Andrea Cangini: "Devo ammettere che scaraventai contro i dimostranti una massa di forze impressionante. Non l'ho mai detto prima, ma predisposi anche l'intervento del reggimento paracadutisti del Tuscania, cui diedi l'ordine di indossare il basco rosso cremisi", dice l'ex capo dello Stato ammettendo anche in questo la sua antica e inguaribile vocazione golpista.

Ma quel che di più illuminante e inedito emerge dalla sua intervista è il ruolo che ebbero il PCI revisionista di Berlinguer e la Cgil del crumiro Lama in questa truce vicenda, che fu di vero e proprio fiancheggiamento e addirittura di delazione a favore della sanguinosa repressione scatenata da Cossiga: "Ricordo bene - dice infatti quest'ultimo osservando che Cofferati ricalca `la logica della Cgil degli anni settanta' - che in quel periodo il servizio d'ordine del sindacato collaborava strettamente con la Questura, e agiva secondo uno schema ben preciso... avevano il compito di isolare gli autonomi dai cortei, di picchiarli a sangue per poi farli arrestare dalle forze dell'ordine".

E all'osservazione di Cangini che "in quegli anni, il vero partito d'ordine era il PCI", Cossiga aggiunge: "Non c'è dubbio. Pensi che il PCI mi fornì persino le liste degli iscritti che non avevano rinnovato la tessera, in quanto potenziali brigatisti".
Altrettanto istruttivo è il giudizio che egli dà del ruolo di Bertinotti nell'Unione di Prodi, che è quello di assicurargli i voti dei movimenti contestatori del sistema: "Perché senza l'estrema sinistra - osserva infatti Cossiga - Romano Prodi non potrà mai vincere le elezioni. Il suo futuro è nelle mani di Fausto Bertinotti, il quale, se vuole continuare a giocare un ruolo politico, dovrà allinearsi con la piazza giustificando ogni tipo di esproprio proletario". D'altra parte il leader del PRC "fa bene" a fare così, perché "non può far altro - aggiunge l'intervistato dimostrando di conoscere molto bene i suoi polli - che accreditarsi come uno di loro nella speranza di incanalarne il dissenso'.

8 giugno 2005

fonte: http://www.pmli.it/cossiga77autonomiaoperaia.htm

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APPROFONDIMENTI

MANIFESTO
PER IL MOVIMENTO DELL'AUTONOMIA OPERAIA

fonte: http://www.tmcrew.org/memoria/mao/index.htm#dove



Autonomia Operaia - documenti
http://www.nelvento.net/archivio/68/autonomia/autop.htm

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LA NOTTE PIU' LUNGA DELLA REPUBBLICA

Dalla bandella di copertina:

Per la prima volta due giornalisti, di opposta tendenza politica, indagano gli ultimi vent’anni della nostra storia politica e sociale, facendo parlare i fatti e i loro protagonisti.
In questo libro, che affronta in maniera cruda e diretta, il problema dell’estremismo politico e del terrorismo, non c’è alcun tentativo antistorico di voler pacificare due culture, ma solo la volontà di non rimuovere un pezzo di storia che appartiene a tutti e un problema, quello della lotta armata, che ha sconvolto migliaia di esistenze e più di una generazione.


Dalla nascita del movimento studentesco, alla contrapposizione frontale a questo fenomeno da parte della giovane destra, fino al "bagno di sangue" che ha accomunato in una strategia di morte rossi e neri, cioè due ideologie antitetiche, gli autori ripercorrono gli "anni di piombo" della nostra storia: dagli "opposti estremismi" alla "strategia della tensione"; da piazza Fontana al "giovedì nero" di Milano; dal rogo di Primavalle alla nascita dell’autonomia operaia; dalle Brigate rosse a Prima linea al terrorismo diffuso; dall’eccidio di Acca Larentia allo spontaneismo armato neofascista; dallo stragismo ai fitti misteri del Palazzo; dal caso Moro alla confitta del progetto armato.
Vent’anni di storia che nessuno vorrebbe rivivere, ma che è impossibile dimenticare, o peggio cancellare.

LA NOTTE PIU’ LUNGA DELLA REPUBBLICA. Sinistra e destra. Ideologie, estremismi, lotta armata.
(con Adalberto Baldoni)
Serarcangeli – Fuori catalogo

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5 commenti:

edgar ha detto...

Che altro dilemma! ... concorso morale per omicidio???

Nilde ha detto...

Forse non ho capito bene, forse sto invecchiando e divento sempre più bacchettona.Troppo facile chiedere la grazia e pentirsi,ora.Gli errori di gioventù devono essere condonati?
"Scusate ho sbagliato" non basta. Doveva restare in Italia e assumersi tutte le responsabilità. Non fuggire all'estero per sgamare la pena, giusta o ingiusta che fosse.
La pena è comunque smisurata per non aver sparato e ucciso.

Franca ha detto...

Mi spiace, ma credo che il "perdono" vada concesso dopo il pentimento e l'espiazione.
Di difenda, ma si assuma le proprie responsabilità, solo allora si potrà chiudere la partita.
Non ci può essere un'amnistia generale.
Non è degno di un paese civile e non è giusto nei confronti delle vittime

Anonimo ha detto...

Concordo con le parole di Franca: ognuno deve assumersi le sue responsabilità; è umano ma anche troppo facile autoassolversi. E totalmente ingiusto nei confronti delle vittime.
mauro

elena ha detto...

Verissimo: ognuno si deve prendere le sue responsabilità. Ma se perfino il giudice istruttore di allora, il magistrato Guido Salvini, riconosce che "i veri assassini sono ormai tutti liberi, e sono stati in carcere meno anni di quanti già ne ha fatti Grecchi" (Repubblica di oggi, pag. 14) allora forse non si tratta di comode fughe, quanto di non voler fare da capri espiatori inutili. Il dolore dei familiari delle vittime non si placa mettendo in galera quelli che c'entrano marginalmente... che giustizia è? Ma pensate un attimo: a quanti di voi avrebbe potuto capitare di finire in galera perché fotografati in mezzo ad un corteo? Quanti di voi avrebbero potuto giurare che i vicini di corteo erano assolutamente "puliti"? D'altra parte, quando si scappa non sempre si riesce a mantenere i cordoni... ci vuole un bel servizio d'ordine, e l'autonomia non brillava certo per questo! Anzi, se mi ricordo bene gli S.O. non erano un granché ben visti...
E con questo non difendo chi scappa, né, tantomeno, autonomi e/o brigatisti.